La motivazione al cambiamento

La domanda di cura che ci porta il paziente viene accolta senza pregiudizi o orientamenti diagnostici forzati. Non si ha la pretesa di una diagnosi né tantomeno di una terapia da proporre già dal primo incontro; la conoscenza continua dopo la prima visita protrae il tempo necessario per valutare motivazione, consapevolezza, resistenze e obiettivi.

La possibilità di cambiare e la motivazione a farlo dipendono da numerosi fattori, che un buon trattamento dovrebbe prendere in considerazione. Tralasciando elementi di ordine individuale e prettamente medico-educativi già precedentemente trattati, la terapia deve aiutare la persona a lavorare su:

– la presa di consapevolezza di un proprio stato di disagio, riconoscibile e curabile;

– la possibilità di riceverne un sostegno e un trattamento da specialisti idonei;

– l’acquisizione di fiducia nelle proprie possibilità e abilità per modificare la situazione in cui si trova;

– il cambiamento della percezione e dell’immagine che il soggetto ha di sè, rispetto alle categorie dell’insoddisfazione, della disistima, dell’irrealisticità con cui viene visto o percepito il proprio corpo o qualche sua parte;

Il processo di cambiamento può essere distinto in alcune fasi (modello di Prochaska e Di Clemente):

 1. Pre-contemplazione: il problema non esiste, non si pensa di dover modificare alcun comportamento

 2. Contemplazione: si ha consapevolezza del problema ma senza una visione chiara della necessità di cambiare

 3. Determinazione: l’intenzione di cambiare esiste ma ha bisogno di essere rafforzata e ben organizzata

 4. Azione: per modificare il comportamento disfunzionale sono necessarie strategie di intervento applicabili e utilizzabili, da costruire insieme ad un supporter

 5. Mantenimento: le strategie suddette vanno fatte proprie e consolidate, onde prevenire eventuali ricadute

 6. Ricaduta: è un evento prevedibile e come tale fa parte dei singoli passaggi da tenere presente quando è in atto un processo di cambiamento.


La metodica di trattamento utilizzata nel nostro ambulatorio, basata su colloqui iniziali di motivazione, corretta informazione medica sul problema presentato e sul poter esperire l’effetto dei propri comportamenti attraverso dei dati di laboratorio, consente di passare rapidamente alla fase dell’azione, con risultati evidenti. La personalizzazione della cura, unitamente al costante rapporto con i terapeuti, facilita l’elaborazione degli ultimi due stadi e l’interiorizzazione nel paziente, stimolando la sua autonomia ed autoefficacia.

E’ fondamentale comprendere cosa ha spinto la persona a chiedere aiuto, individuare qual è la “congiuntura” che ha portato a decidere di cambiare. Per congiuntura si intende la circostanza che ha favorito la decisione di mettere in atto la domanda. In alcuni casi può essere un evento, un cambiamento di contesto, una situazione negativa, un indicazione data dall’esterno da parte di una persona di rilievo (da parte di un familiare), una prescrizione (da parte di uno specialista).

In questo caso è fondamentale cogliere se le richiesta giunge dalla persona, se quindi la motivazione è interna.

La prima fase del percorso di educazione alimentare chiamata “Fase 0” prevede attraverso l’utilizzo di schede da compilare che la persona rifletta sulla motivazione ad affrontare il percorso di cura, sugli ostacoli e le resistenze che incontra, sui vantaggi e svantaggi che un cambiamento potrebbe comportare, ma nello stesso tempo vanno analizzati anche i vantaggi e svantaggi della condizione attuale.

Il terapeuta, attraverso i colloqui, valuta il livello di disponibilità in cui si trova la persona, le sue priorità e i suoi tempi e adatta l’intervento.

Inoltre viene svolta una valutazione dell’importanza del cambiamento per la salute e il benessere del paziente.

Infine la corretta informazione scientifica sulla patologia o sul disagio presentato è una doverosa e utile conoscenza oggettiva, che dice da sé quanto è importante cambiare un comportamento disfunzionale per poter stare bene e tutelare la propria salute.


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    Diverticolite, diverticolosi: lo stile di vita

    In caso di diverticoli asintomatici si raccomanda l’adozione di una dieta ad alto residuo cioè ricca di fibre accompagnata da consigli igienico-alimentari volti a modificare la coesistenza di stipsi, e prevenire lo stato infiammatorio.

    Alcuni consigli possono essere così riassunti :

    • Evitare la vita sedentaria
    • Fare la prima colazione
    • Consumare pasti regolari, non saltarli per nessun motivo
    • Abituarsi a regolarizzare l’evacuazione a orari fissi (non rimandare!)
    • Masticare bene e a lungo
    • Bere molto, almeno 1,5-2 litri di liquidi nella giornata, anche fuori pasto (acqua, tè, tisane, orzo, spremute, centrifugati di frutta e verdura)
    • Moderare il consumo di carne ed insaccati
    • Assumere yogurt con probiotici, se tollerato
    • Consumare cereali integrali (pane ben cotto o raffermo, pasta, orzo, riso, biscotti, grissini, fette biscottate, fiocchi d’avena, orzo, fiocchi di cereali)
    • Consumare, aumentando gradualmente le quantità, verdura (carote, pomodori pelati e senza semi, lattuga, scarola, sedano, fondi di carciofo, finocchi, spinaci, catalogna, punte di asparagi) e frutta (privilegiando mele, pere, arance, albicocche)
    • Consumare, valutandone la tollerabilità, cavolo, cavolfiore, broccoli, cavoletti di Bruxelles, legumi( decorticati), prugne secche e fresche, uva (eliminando i semi)
    • Si consiglia di asportare i semi e di evitare le varietà di frutta e verdura per le quali non è possibile allontanare le parti di fibra compatta: fichi, fragole, lamponi, ribes, more, kiwi, melograno, fagiolini, semi di girasole, nocciole e mandorle. In tal modo si vuole evitare che i semi o parti non ben frantumate con la masticazione rimangano intrappolate nei diverticoli infiammandoli

    Durante le fasi di infiammazione acuta (diverticolite) al contrario si consiglia un’alimentazione povera di scorie con i suggerimenti che seguono.

    Assumere liberamente:

    • Pane bianco tostato, grissini, crackers, fette biscottate, biscotti secchi
    • Pasta, riso, semolino
    • Uova, carne, pesce, prosciutto cotto o crudo, bresaola, formaggi (preferibilmente parmigiano)
    • Patate e carote lessate
    • Lattuga
    • Frutta senza buccia
    • Spremute filtrate o succhi al naturale
    • Centrifugati di verdura e frutta
    • Latte e yogurt (se tollerati)
    • Cibi lessi, cotti al vapore, al forno, alla griglia
    • Acqua minerale naturale, caffè decaffeinato, tè deteinato,  orzo, tisane

    Evitare:

    • Prodotti integrali
    • Verdura non centrifugata
    • Legumi non decorticati
    • Cioccolato
    • Cibi piccanti e speziati (pepe, peperoncino, paprika, curry…)
    • Bevande gassate, alcolici, superalcolici
    • Formaggi piccanti (gorgonzola, pecorino, provolone)
    • Fritti
    • Piatti elaborati

    Federica Mercuri-dietista-


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      La malattia diverticolare del colon: cause

      La patologia diverticolare è  presente fino ad un terzo nella popolazione nei cinquantenni e fino a due terzi negli ultraottantenni con una prevalenza nel colon sinistro nelle popolazioni occidentali rispetto ai paesi in via di sviluppo, da questo si può  ritenere che i meccanismi eziopatologici siano correlati alle abitudini alimentari proprie di quelle aree.

      Cause

      Per diverticolo del colon si intende un’estroflessione sacciforme della tonaca mucosa e della tonaca sottomucosa, laddove le arterie perforanti attraversano lo strato muscolare circolare, per lo più tra la tenia mesenterica e le tenie laterali.

      Con il termine diverticolosi si indicano gli aspetti anatomici ovvero la presenza o meno di uno o più diverticoli asintomatici, mentre in presenza di sintomatologia si parla di malattia diverticolare del colon che può essere sintomatica complicata o non complicata.

      La patologia diverticolare è  presente fino ad un terzo nella popolazione nei cinquantenni e fino a due terzi negli ultraottantenni, senza differenze tra i due sessi, i diverticoli inoltre si localizzano al sigma e al colon discendente nel 90% dei casi interessando maggiormente la regione sigmoidea e risparmiando il retto.

      Il meccanismo patogenetico risale ad un prolungato aumento pressorio endoluminale  . Secondo la legge di  Laplace la pressione all’interno di un condotto è direttamente proporzionale alla tensione parietale ed inversamente proporzionale al raggio , quindi più è ampio il calibro del lume di un condotto e minore è la pressione endoluminale, perciò uno scarso contenuto intestinale accentua la pressione intraluminale, mentre un abbondante contenuto distendendo l’ansa ne amplia il calibro e riduce la pressione.

      Lo scarso contenuto di materiale intestinale è dovuto principalmente da un’alimentazione povera di fibra alimentare e ricca invece  di alimenti raffinati , proteine e grassi che contribuiscono a mantenere un’elevata pressione endoluminare elemento patogenetico della malattia diverticolare; la fibra al contrario aumenta la massa fecale velocizzando cosi’ il transito intestinale .

       

       

      Federica Mercuri-dietista-

      Fonte: Manuale di Gastroenterologia Unigastro edizione 2013-2015


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        Salute: da consapevolezza a scelta

        Per raggiungere un benessere personale fisico e psichico è importante anche poter disporre di informazioni e conoscenze corrette relative alla salute e a cosa è opportuno fare per mantenerla.

        Il personale medico specializzato, la letteratura sull’argomento, le esperienze di cura di persone che hanno già effettuato un percorso di salute, sono elementi utili per confrontarsi e parlare di un proprio stato o disagio.

        A volte non si sta bene ma di questo malessere, dell’insoddisfazione per sé e il proprio corpo, non si sa neppure se abbia un nome, si evita di guardarlo perché fa paura e si pensa che non ci sia rimedio, ci si nasconde perché crea sensi di vergogna e di colpa e si teme il giudizio del mondo esterno.

        È invece importante sapere che ci sono molte altre persone che possono essere nella nostra condizione e che ci sono specialisti e cure preposti a trattare adeguatamente i disturbi relativi al corpo e al comportamento alimentare. Fare da soli per cercare di risolvere un disturbo alimentare il più delle volte aggrava e cronicizza il disturbo stesso.

        Conoscersi per aiutarsi

        Conoscere, è il primo passo per conoscersi e affidarsi a chi può aiutarci; il primo passo utile da fare per la propria salute, per ordine e per importanza, è iniziare a cambiare il proprio modo di pensare.

        Non si tratta di fare un’altra dieta, di privarsi del cibo bensì si tratta di iniziare a riflettere, a prendere consapevolezza delle proprie abitudini, dei propri comportamenti nutrizionali e quotidiani, delle proprie idee e delle informazioni acquisite, spesso in modo erroneo a causa dell’assenza di una corretta educazione scientifica in merito.

        Solo dopo questo fondamentale passaggio di conoscenza e di mutamento all’interno di un nuovo sistema di pensieri e di parametri relativi alla salute è possibile compiere scelte efficaci, consapevoli e durature per il proprio benessere. E’ una dimensione complessa che ciascuno è libero di scegliere e costruire e non è assolutamente riducibile ad un numero di chili. Anche quando si pensa che il proprio unico problema sia il peso e ci si ostina a fare diete su diete da un numero dimenticato di anni, nulla potrà migliorare se prima non si cambia o non si chiede un aiuto professionale per poterlo fare.

        Il primo passo non è far scendere o salire l’ago della bilancia, perché questa sarà una naturale conseguenza se ci si inserisce in un percorso di modifica e miglioramento di stile di vita globale finalizzato al benessere.

        La diaita per tutti

        I tre elementi fondamentali del benessere su cui lavoriamo con i nostri pazienti (il cibo corretto, l’attività motoria costante, la cura di sé) sono dunque scelte di salute che tutti dovrebbero consapevolmente fare. La stessa diaita per tutti, al di là del proprio peso corporeo.

        Non è il peso che li differenzia ma la loro attitudine (polimorfismi genetici) che li porta a esprimersi in modi differenti. L’unica differenza, per esempio, tra persona normopeso e persona obesa, è che mentre la prima è per natura portata ad andare in questa direzione, la seconda va verso la direzione opposta, cioè verso la pigrizia, la sedentarietà, un minore interesse e attenzione a sé, una scorrettezza alimentare per quantità, qualità, ordine.

        La problematica sovrappeso/obesità, inquadrata secondo tali linee, viene perciò ad appartenere al contesto della normalità della salute e non più della diversità penalizzante e cronica: una stessa strada per tutti, in cui c’è chi sta andando nella direzione corretta e chi invece deve essere aiutato a invertire il senso di marcia.

        Paradossalmente, a partire dalla domanda di cura, per arrivare alla diagnosi e alla strategia terapeutica, per tutti abbiamo lo stesso traguardo: la diaita. Questa lettura può diventare funzionale e utile allo stare bene nella percezione di benessere del paziente, il quale – sgravato dal peso della colpa, dal senso di fallimento, giudizio e impotenza – viene innanzitutto informato ed educato, poi sostenuto e responsabilizzato nella costruzione di un percorso consapevole di salute e di crescita personale.

        L’obesità e disturbi del comportamento alimentare (DCA)

        Da una condizione penalizzante, colpevolizzante , senza molte speranze, si passa a una condizione modificabile in positivo, motivante, su cui si può lavorare insieme e con buona riuscita. L’aumento delle nuove forme dei disturbi del comportamento alimentare (spesso abbreviati in DCA) a fronte di un calo dei casi tipici di anoressia e bulimia nervosa a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, ci porta a fare queste considerazioni.

        L’obesità intesa fi no a qualche decennio fa come uno stato di benessere fisico ed economico si è “arricchita” di significati antiestetici, di malattia, scarsa forza di volontà; è diventata uno stigma sociale con tutti i relativi danni psicologici.

        Anoressia, bulimia, obesità da significati e posizioni diametralmente opposti confluiscono oggi in un corollario di sintomi che le accomuna. Oltre i rigidi confini delle etichette, della classificazione delle malattie, c’è un universo di sintomi, corollario di un disagio che, tra le sue manifestazioni, arruola corpi diversi per forma e dimensioni. Corpi diversi uniti da un intenso malessere e un forte grido di aiuto. Una richiesta di benessere che oltre il corpo e il cibo svela la sofferenza dell’anima. Solo un approccio globale, interdisciplinare e sinergico può dare delle risposte a chi vive da tanto tempo prigioniero di un corpo troppo magro o troppo ingombrante. Corpi uguali storie diverse… stesse storie, corpi differenti.

        Tratto dal libro “Corpi uguali, storie diverse” del dott. Luigi Oliva

        ALIMENTI METEORIZZANTI

        Pubblichiamo di seguito una lista degli alimenti meteorizzanti, contenenti gas o in grado di produrre notevoli quantitativi di gas intestinali attraverso il processo di fermentazione, che provoca tensione addominale, e temporanei fastidi intestinali.

        Pubblichiamo di seguito una lista degli alimenti meteorizzanti, contenenti gas o in grado di produrre notevoli quantitativi di gas intestinali attraverso il processo di fermentazione, che provoca tensione addominale, e temporanei fastidi intestinali.

        ALIMENTI METEORIZZANTI

        • Fagioli secchi, piselli secchi, fagioli cotti, soja, lenticchie, cavoli, ravanelli, cipolle, broccoli, cavolfiori, cetrioli, crauti;
        • Prugne, mele, uva passa, banane;
        • Cereali integrali, eccessive quantità di prodotti di grano o di frutta;
        • Cibi ad alto contenuto in lattosio: latte, gelati, frappè, creme;
        • Dolcificanti artificiali: sorbitolo e mannitolo che sono presenti in alcune caramelle dietetiche o chewing-gum senza zucchero;
        • Cibi ad alto contenuto in grasso come i fritti, carni grasse, salse ricche in panna, sughi, paste.

        La presenza di tensioni e gas intestinali, può essere causata inoltre da ingestioni involontarie di ingenti quantitativi di aria. Le cause principali sono di seguito descritte.

        CAUSE DI INGESTIONE DI ARIA

        • Deglutizioni frequenti e ripetitive che possono essere causate da dentature mal funzionanti, chewing-gum, tabacco, succhiare caramelle o sorseggiare bevande;
        • Mangiare e inghiottire velocemente cibi e bevande;
        • Succhiare con la cannuccia, bere da bottiglie a collo stretto, fumare sigari, sigarette e pipe;
        • Cibi che contengono aria come le bibite gasate e la panna montata

        ALTRI FATTORI CHE POSSONO INFLUENZARE LA PRODUZIONE O LA RITENZIONE DI GAS

        • Coricarsi dopo pranzo
        • Inattività fisica
        • Stress

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          La cura: partire dall’esperienza sul proprio corpo

          Il nucleo di base della terapia per il disagio alimentare-corporeo è proprio il corpo, inteso come primo mezzo e specchio di valutazione con cui sperimentare in pratica e da subito un comportamento nuovo.

          Solitamente il paziente, riferendo la sua storia nutrizionale, racconta di avere già provato innumerevoli diete, di avere consultato tanti dietologi, di averci messo tutta la sua volontà, di essere stato consigliato in tanti modi per risolvere il suo problema, con il risultato o di aver perso e poi riacquistato tutto il peso oppure di non essere riuscito a seguire la dieta nel tempo.

          Queste esperienze, molto comuni, di tentativi e fallimenti, di prove e assenza di benefici, sono caratterizzate da alcuni elementi ricorrenti che vanno a costituire un circolo vizioso e dannoso per la persona.

          La prescrizione più classica e frequente di una dieta vede nella restrittività la conditio sine qua non, il fattore principale per poter dimagrire.

          Il calcolo calorico effettuato attraverso parametri standard e non derivanti da esami medici personalizzati, non consente di valutare con precisione qual è l’effettivo rapporto dispendio/fabbisogno energetico del soggetto specifico.

          Gli effetti della restrizione alimentare sono riscontrabili a due livelli di tempo: nel breve termine, se la persona riesce a seguire il piano alimentare, si assiste ad una perdita di peso; in un termine medio o più lungo, invece, per la maggioranza dei soggetti, risulta assolutamente troppo difficile o pressoché impossibile attenersi scrupolosamente ad una dieta ipocalorica.

          La restrizione eccessiva inoltre, comporta biologicamente un tentativo di compensazione che si traduce in abbuffate o “fame nervosa” durante il percorso dietetico. È come se si chiedesse ad una persona di resistere sott’acqua il più possibile senza respirare: non appena riemerge, il corpo attiva immediatamente un meccanismo di compensazione che permette, attraverso l’accelerazione della respirazione, di introdurre quanto più ossigeno possibile per riequilibrarne la sottrazione.

          Solitamente, la restrizione alimentare porta alla rottura della dieta o addirittura alla fame compulsiva in cui viene del tutto meno la capacità di controllo. Non bisogna dimenticare che il fattore tempo è rilevante nei disturbi alimentari, sia come elemento definente il disturbo stesso sia come prospettiva, in particolare nel caso dell’obesità, che – in quanto malattia cronica – richiede un metodo di gestione nel lungo periodo.

          In tale dinamica restrittiva il paziente, prima o dopo, va incontro ad un fallimento che porta al recupero del peso perduto e alla percezione di sé come individuo privo di volontà e di capacità di riuscita. Per riprendere il paragone precedente, è come se si chiedesse alla persona di provare a resistere sott’acqua un’ora senza respirare per vincere un milione di euro: non importa a questo punto la quantità di forza di volontà o spinta motivazionale con cui il paziente si accinge a provare, che può essere anche molto forte, conta invece la non fattibilità e idoneità da un punto di vista prima di tutto fisiologico. Se il meccanismo tentativo-fallimento si ripete varie volte andrà a costituire uno schema comportamentale e un’idea fissa sulla propria identità e a formare un individuo alla fine demotivato e sfiduciato in se stesso e poi nelle diete.

          La dieta dunque, differente per ognuno, dovrebbe avere due caratteristiche comuni fondanti:

          • Insegnare ed educare alla scelta dei cibi corretti. La scelta del cibo “magro” versus “grasso” consente di poter mangiare in quantità molto maggiori a parità di calorie, di mantenere per un maggiore arco di tempo la sensazione di sazietà, di inviare a livello centrale corretti messaggi neurochimici sullo stato di fame.
          • Fornire il giusto senso di sazietà. L’esperienza del sentirsi sazi non è fine a se stessa ma è importante in quanto porta con sé conseguenze fondamentali; prima di tutto permette di rapportarsi all’idea di “alimentazione normale”, cioè un quotidiano modo di nutrirsi che non fa sentire estranei e “strani” rispetto alla maggior parte degli individui perché costretti a mangiare pochissimo; dà equilibrio perché non pone in una costante situazione di carenza alimentare che toglie energia psicofisica e lucidità mentale; fa rapportare la persona all’idea di benessere e non all’idea di privazione che avrebbe un significato psicologicamente penalizzante e fisicamente nocivo. Non colmare correttamente l’appetito porta a sentirsi stressati, stanchi, indisposti ad affrontare qualsiasi difficoltà e il temporaneo vantaggio ponderale della restrizione alimentare e non svilupperebbe nel tempo uno stato idoneo di salute e di capacità nel portare a termine con successo la terapia.

          Tratto dal libro “Corpi uguali, Storie diverse” del dottor Luigi Oliva


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            Dietista, nutrizionista, dietologo: capire le differenze

            Per una scelta consapevole, il paziente ha il diritto di sapere se il professionista a cui si rivolge è un medico o meno. Soltanto al medico compete infatti la diagnosi e la somministrazione di una terapia.

            Solo un medico può fare diagnosi e prescrivere una dieta

            Il dietista

            In Italia si consegue il titolo di dietista attraverso il conseguimento di una laurea triennale. Questa figura professionale elabora, formula e attua le diete prescritte dal medico e ne controlla l’accettabilità da parte del paziente.

            Il nutrizionista

            La professione di nutrizionista può essere svolta sia da biologi che da medici. ll biologo nutrizionista (laurea quinquennale) – a differenza del medico nutrizionista è titolato ad elaborare diete ma non a fare diagnosi né a prescrivere farmaci; questo poiché la diagnosi e la prescrizione è un atto   riservato esclusivamente al medico.

            Il dietologo

            Dietologo è laureato in medicina e chirurgia (6 anni) e specialista in scienza dell’alimentazione (4 anni). A lui compete la diagnosi e la terapia.

            I disturbi alimentari

            L’obesità cosi come i disturbi del comportamento alimentare sono delle malattie e come tali dovrebbe essere sempre gestite da un medico dietologo perfezionato nella diagnosi e cura disturbi alimentari. La persona che decide di “mettersi a dieta” dovrebbe preventivamente sapere qual è il suo stato di salute, sapere cioè se ha delle patologie che possono essere curate con una dietoterapia oppure se rappresentano delle controindicazioni alla dietoterapia stessa. Pertanto la prescrizione di una dieta dovrebbe sempre essere preceduta da una valutazione dello stato fisiopatologico.

            E’ auspicabile una regolamentazione della cosiddetta “industria dimagrante” che tramite pozioni magiche, diete miracolose, fantomatici integratori o macchinari dimagranti, cattura la buona fede della persone che si illudono di poter trovare una risposta facile e immediata a un problema complesso e a volte cronico come il sovrappeso o l’obesità.

            In alcuni soggetti modificando di poco lo stile di vita si riesce ad ottenere un calo ponderale importante e definitivo. 
L’approccio dietetico educazionale e la motivazione ad un incremento dell’attività fisica possono essere una risposta adeguata.

            Nei soggetti che hanno una familiarità per l’obesità e una lunga storia di fallimenti dietologici la risposta deve essere medica, dietetica e psicocomportamentale. 
Medica, per la valutazione e riabilitazione dello stato di salute, dietetica per una rieducazione nutrizionale, psico-comportamentale per la modifica di comportamenti e idee disfunzionali che causano e perpetuano l’obesità.

            I soggetti con disturbi del comportamento alimentare, quali i binge eating disorders, vanno trattati a livello psicologico, comportamentale con il supporto medico e dietetico.

            Le figure professionali che possono curare l’obesità sono   il dietologo, il nutrizionista, lo psicologo, il dietista, che possono lavorare in un team di sinergie oppure affrontare da soli l’aspetto di propria competenza.

            Presso l’Ambulatorio Medico Specialistico del dott. Oliva è possibile trovare un’equipe pluridisciplinare in grado di affrontare in maniera globale la malattia sotto tutti i suoi molteplici aspetti.

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              Rischio oncologico e stile di vita: quale dieta?

              Il rapporto fra stile di vita e tumori è da sempre oggetto di grande attenzione da parte dei ricercatori. Scopri quali alimenti assumere e quali comportamenti tenere per allontanare il rischio oncologico.

              Noi siamo ciò che mangiamo (Ludwig Feuerbach)

              Il rapporto fra stile di vita (alimentazione e attitudine motoria) e tumori è da sempre oggetto di grande attenzione da parte dei ricercatori.
              Il cancro ha una genesi multifattoriale le cui cause sono legate a fattori genetici e ambientali.
              Tra i fattori ambientali l’alimentazione e lo stile di vita svolgono un ruolo importante: ad oggi circa il 30-35% dei tumori potrebbe essere evitato con una alimentazione ed uno stile di vita più salutari.

              La prevenzione delle malattie oncologiche può iniziare dal ridurre i fattori di rischio noti ed eliminabili, come il fumo di sigaretta e una non corretta alimentazione.

              Tra le abitudini alimentari correlate ad un aumentato rischio di cancro si annoverano:

              • il consumo eccessivo di carni rosse e grassi animali;
              • il frequente ricorso ad alimenti ipercalorici e bevande alcoliche;
              • una dieta povera di fibre.

              Altri fattori di rischio possono essere presenti nelle modalità di conservazione e cottura degli alimenti. Fortunatamente esistono anche alimenti che hanno caratteristiche protettive grazie al contenuto di importanti sostanze a dimostrata attività antiossidante e antitumorale.

              In linea generale, il miglior consiglio che può essere dato è quello di variare gli alimenti, anche se si sta già seguendo un regime alimentare sano ed equilibrato; in questo modo infatti è possibile ridurre la potenziale esposizione a sostanze nocive note o sconosciute.

              Le ultime Linee Guida sull’alimentazione e l’attività fisica per la prevenzione del cancro dell’American Cancer Society (2012) raccomandano di:

              Raggiungere e mantenere un peso salutare per tutta la vita

              Cercare di essere quanto più snelli possibile per tutta la vita, senza essere sottopeso. Evitare eccessivi aumenti di peso durante il ciclo della vita.

              Per coloro che sono attualmente in sovrappeso o obesi, anche la perdita di una piccola quantità di peso può comportare grandi benefici per la salute e costituisce un buon punto di partenza.

              Impegnarsi in una regolare attività fisica e limitare il consumo di cibi e bevande ad alto contenuto calorico sono strategie fondamentali per il mantenimento di un peso sano.

              Adottare uno stile di vita fisicamente attivo

              Gli adulti dovrebbero impegnarsi a fare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata o 75 minuti a settimana di attività fisica intensa (o una combinazione equivalente), preferibilmente distribuite nell’arco della settimana.

              I bambini e gli adolescenti dovrebbero impegnarsi in almeno 60 minuti al giorno di attività fisica di intensità moderata o vigorosa, con l’attività vigorosa presente almeno 3 giorni a settimana.

              Limitare i comportamenti sedentari (passare molte ore al giorno seduti o sdraiato, guardando la televisione o utilizzando altre forme di intrattenimento telematico.
              Fare attività fisica oltre agli spostamenti/movimenti abituali (indipendentemente dall’intensità) può avere molti benefici per la salute.

              Consumare una dieta sana

              Consumare cibi e bevande in quantità tale da raggiungere e mantenere un peso sano. Limitare il consumo di carni lavorate e carni rosse.
              Mangiare almeno 5 porzioni di frutta e verdura ogni giorno.
              Preferire cereali integrali al posto di cereali raffinati.
              Se si bevono alcolici, limitarne il consumo.
              Non bere più di una bevanda alcolica al giorno per le donne e non più di due per gli uomini (quantità 1 bevanda alcolica = 1 bicchiere).

              Fonte: “American Cancer Society Guidelines on Nutrition and Physical Activity for Cancer Prevention. Reducing the Risk of Cancer With Healthy Food Choices and Physical Activity”, article first published online: 11 JAN 2012. American Cancer Society, Inc.


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                Il cervello impulsivo: correlati neurali dei comportamenti di Binge Eating

                È stato recentemente pubblicato uno studio sulla rivista Appetite – Elsevier dal titolo: “The impulsive brain: Neural underpinnings of binge eating behavior in normal-weight adults” (autori: Oliva R, Morys F, Horstmann A, Castiello U, Begliomini C).

                Di seguito un breve estratto dello studio:

                Evidenze recenti suggeriscono che un controllo inibitorio disfunzionale potrebbe essere alla base dell’iperalimentazione e del binge eating disorder (BED). La maggior parte di questi risultati deriva però dallo studio di persone affette da obesità, mentre gli autori ipotizzano che possibili caratteristiche di tratto, stabili, siano presenti anche in persone con binge eating ma normopeso.

                In questo studio viene indagata l’attività cerebrale di 42 persone con e senza episodi di binge eating (21 binge eaters e 21 non binge eaters, rispettivamente). Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale durante l’esecuzione di due compiti di inibizione della risposta.

                Nei compiti i partecipanti dovevano rispondere o inibire la loro risposta (premendo o meno un tasto) alla vista di immagini di cibo o immagini neutre. Grazie a questi compiti si può valutare la capacità di inibizione della risposta automatica, di fronte a stimoli ricompensanti (cibo) e stimoli neutri (ad es., oggetti o piante).

                Inoltre, l’impulsività è stata valutata anche tramite questionari autosomministrati.

                Dai risultati è emerso che, nonostante avessero performance simili ai compiti comportamentali, i due gruppi differivano nell’attività cerebrale. In particolare, le differenze erano concentrate nell’attività di regioni frontali e striatali, coinvolte nel controllo della risposta inibitoria e nei processi di ricompensa. Inoltre, i binge eaters presentavano una maggiore impulsività (valutata tramite i questionari) rispetto ai non binge eaters.

                Questi risultati forniscono un supporto all’ipotesi che l’impulsività possa essere una possibile caratteristica di tratto del comportamento di binge eating – anche in assenza di un disturbo del comportamento alimentare conclamato o del peso. In più, forniscono nuovi spunti rispetto al possibile ruolo delle regioni coinvolte nei processi inibitori e di ricompensa come possibili substrati del comportamento di binge eating.


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                  Sovrappeso e obesità in età evolutiva

                  L’obesità è un fenomeno di tipo multifattoriale, la prevenzione e terapia devono rispondere in maniera altrettanto multi-integrata e persistente in merito a tutti i fattori coinvolti. Ciò è ancora più vero nei casi di obesità nel bambino rispetto ai casi di obesità in età adulta.

                  Un fenomeno in crescita

                  Da alcuni decenni i paesi industrializzati registrano un’inarrestabile dilagare del sovrappeso e dell’obesità. Il trend riguarda anche alcuni tra i più piccoli che si trovano a fare i conti con un patrimonio genetico votato al risparmio energetico ed uno stile di vita profondamente modificatosi negli ultimi vent’anni: giornate infarcite di tecnologia e cibo che lasciano poco spazio al movimento spontaneo e ai giochi, accudimento talvolta carente rimpiazzato da cibo e televisione, comportamenti alimentari familiari alterati e molto altro portano a un risultato sempre più allarmante, anche all’interno del territorio italiano.

                  I dati ISTAT  evidenziano livelli preoccupanti di eccesso ponderale nei ragazzi tra i 6 e i 17 anni: il 22,9% dei soggetti misurati è risultato in sovrappeso e l’11,1% in condizioni di obesità.

                  Si evidenzia, inoltre, una spiccata variabilità interregionale , con percentuali tendenzialmente più basse nell’Italia settentrionale e più alte nel Sud (dal 15% di sovrappeso e obesità nella Provincia Autonoma di Bolzano al 48% in Campania).

                  Più di 1 bambino su 3, dunque, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età. Riportando questi valori a tutta la popolazione di bambini di età 6-11 anni si arriva a una stima di più di 1 milione di bambini in sovrappeso od obesi in Italia.

                  All’allarme globale lanciato dalle società medico-scientifiche fanno seguito programmi di prevenzione su larga scala. La terapia, invece, rimane di difficile definizione.

                  Le cause

                  L’obesità infantile, fenomeno alquanto diffuso, è il risultato di diverse cause più o meno evidenti che interagiscono tra loro. In primo luogo le responsabilità ruotano intorno a una eccessiva o cattiva alimentazione, una ridotta attività fisica e a fattori di tipo genetico-famigliare.

                  Si parla dunque di un’eziologia multifattoriale che chiama in causa alimentazione, sedentarietà, fattori genetici e fattori ambientali. L’avere uno o entrambi i genitori obesi è il fattore di rischio più importante per la comparsa dell’obesità in un bambino.

                  Un altro fattore da tenere in considerazione è la precocità dell'”adiposy rebound”: normalmente dopo l’età di un anno, i valori di IMC (Indice di Massa Corporea: peso in kg /altezza in m2) diminuiscono fino a raggiungere il valore minimo attorno ai 5-6 anni per poi riprendere ad aumentare. Un incremento dei valori di BMI prima dei 5 anni (adiposity rebound precoce) viene riconosciuto come un indicatore precoce di rischio di sviluppo di obesità.

                  Negli ultimi anni la ricerca ha portato alla luce il contributo genetico della familiarità nello sviluppo dell’obesità. Studi su gemelli omozigoti e soggetti adottati, attraverso la correlazione del peso dei soggetti stessi e dei genitori adottivi e naturali, hanno dimostrato che il grado di ereditabilità del sovrappeso varia dal 60 al 70%; osservando le famiglie dei bambini obesi si è visto quindi che avere uno o entrambi i genitori obesi aumenta la probabilità di essere obesi.

                  Ma l’aumento così repentino del numero di bambini obesi non può esser imputato solo alla predisposizione genetica: non possono infatti essere mutati così drasticamente i caratteri genetici in un intervallo di tempo di qualche decennio.

                  Uno studio condotto su gemelli nati dal 1975 al 1979 in Finlandia dimostra che il BMI è strettamente correlato al peso alla nascita e al BMI dei genitori. Il periodo intrauterino ha dunque effetti durevoli sul peso corporeo adulto. Alcuni studi epidemiologici suggeriscono l’esistenza di un legame tra sviluppo di obesità in età evolutiva e allattamento al seno: bambini allattati al seno mostrano un rischio più basso di essere in sovrappeso da adulti e adolescenti in modo proporzionale alla durata dell’allattamento.

                  Il patrimonio genetico è la base su cui si estrinsecano altri fattori: alimentazione, inattività, contesto sociale, comportamento alimentare. Tra i diversi aspetti dell’alimentazione si sta cercando di capire quali contribuiscano in modo particolare all’eccesso ponderale.

                  Una panoramica

                  I bambini nascono con una capacità di autoregolazione precisa ed efficiente.

                  Sete, fame, sazietà e molti altri bisogni sono controllati nell’organismo animale con sofisticati meccanismi che garantiscono un equilibrio.

                  Perché in natura gli animali mantengono costante il loro peso? La risposta è nelle capacità di riconoscere i propri bisogni e di dare loro una risposta adeguata, funzione compromessa nell’uomo da condizionamenti esterni, dalle abitudini familiari, dalle regole della società, ecc…

                  E’ frequente riscontrare nell’obesità un’alterazione dei meccanismi autoregolatori. L’assunzione di cibo non è motivata solo dalla fame: si mangia perché è l’ora del pasto, perché è un modo di stare in compagnia, perché uno stato emotivo trova nel cibo una momentanea gratificazione o al contrario non si mangia perché non c’è tempo, perché si segue una dieta, ecc.

                  Se questa è una delle cause, è anche una delle risposte.

                  Riscoprire fame e sazietà, distinguere la fame biologica dalla fame emotiva, concedere tempo e attenzione al pasto, gustare e non divorare, ritrovare dunque un rapporto equilibrato con il cibo, fonte di sostentamento ma anche espressione di tradizioni, simbolo di cultura e manifestazione della propria personalità.

                  Sostenitori di questo percorso di cambiamento nei bambini e nei ragazzi sono i genitori ed i familiari, che hanno il compito di fare la spesa, organizzare la dispensa, programmare pasti equilibrati ed aiutare il bambino nella comprensione dei suoi bisogni e nella ricerca della risposta migliore.

                  Il bambino o l’adolescente fanno parte di un sistema-famiglia, di un sistema-scuola, di un sistema sociale in senso lato (mass media e pubblicità, consuetudini culturali) che influenza fortemente le scelte e le abitudini di quel soggetto anche in campo alimentare.

                  Aspetto importante nella prevenzione e cura dell’obesità è anche l’attività motoria: il movimento, indipendentemente dallo stato di salute, è una necessità fisiologica per qualsiasi bambino.

                  È ugualmente importante che l’essere nutrito, pulito, accudito; in definitiva è parte integrante del suo processo di sviluppo, inteso nel senso più ampio del termine. Il movimento favorisce una crescita corporea armonica, fisica e psicologica, aumenta l’agilità e la forza e di conseguenza migliora l’autostima e il senso di benessere, favorisce l’apprendimento e riduce l’ansia per la prestazione scolastica, favorisce la socializzazione, abitua al rispetto delle regole e previene molte malattie dell’età adulta (ipertensione, ipercolesterolemia, malattie cardiache, obesità, diabete, alcuni tumori) oltre a permettere di sperimentare appieno i vari stimoli sensoriali e di acquisire autonomia, orientamento e identificazione con l’ambiente in cui il bambino vive. Un bambino attivo diventerà quasi sicuramente un adulto attivo e sano.

                  Le linee guida che seguono sono indirizzate ai genitori affinché preparino un ambiente funzionale a comportamenti corretti.

                  La prevenzione e la cura di ogni tipologia di eccesso di peso sono, in teoria, di facile attuazione. Se l’assunzione calorica dell’organismo è inferiore al dispendio energetico, il peso cala; in caso contrario, il peso aumenta. Facile in teoria, ma difficile in pratica, in parte per i seguenti motivi:

                  Nel corso dei millenni i geni umani hanno favorito gli individui che hanno immagazzinato grasso nei periodi di abbondanza per poter sopravvivere nei periodi di carestia. Nei paesi sviluppati, dove c’è abbondanza di merci e facile accesso alle materie prime, vi è un eccesso di alimenti ricchi e appetitosi (cambiamento delle abitudini alimentari).

                  Sempre più spesso oggi  si verifica una scarsa propensione a consumare energia mentre vi è una grande attrazione per le attività ricreative sedentarie (cambiamento dello stile di vita).

                  Cosa fare?

                  L’obesità è un fenomeno di tipo multifattoriale, la prevenzione e terapia devono rispondere in maniera altrettanto multi-integrata e persistente in merito a tutti i fattori coinvolti. Ciò è ancora più vero nei casi di obesità nell’infanzia rispetto ai casi di presenza dello stesso fenomeno in età adulta.

                  Per quanto riguarda il bambino, alla fase iniziale l’inquadramento diagnostico e la conoscenza generale, fa seguito un percorso personalizzato. Esso mira a renderlo soggetto informato e protagonista di scelte di salute, che avranno valore sia per il suo presente sia per il suo futuro di adulto più sano e quindi più felice.

                  Gli obiettivi riguardano:

                  • un’ educazione al corretto stile di vita, con l’apprendimento di nozioni di base sul cibo, sul movimento, sulla modificazione di abitudini non corrette;
                  • la conoscenza del mondo interno del bambino e del suo rapporto con i contesti esterni in cui vive, quali la scuola,la famiglia, il gioco, lo sport;
                  • un’educazione alla conoscenza delle emozioni, con particolare attenzione alla sfera delle emozioni negative e/o di quelle interessate nel rapporto con il cibo e con il corpo del bambino.

                  Gli strumenti utilizzati sono:

                  • il colloquio clinico con uno o più professionisti (medico, psicoterapeuta, psicoeducatore);
                  • il diario di bordo: diario personale in cui il bambino trova riprotate delle semplici regole da imparare e del materiale da compilare giorno per giorno;
                  • il materiale didattico ed educativo: cd rom didattici, gioco interattivo, disegno, gioco esperienziale.
                  • i test proiettivi.

                  Tali strumenti variano e sono appositamente adeguati in base a due fasce d’età:

                  • 7-10 anni;
                  • 11-13 anni.

                  Dai 14 ai 18 anni, sussistendo già una buona capacità di autogestione e consapevolezza, di pensiero complesso e di autonomia, il protocollo applicato è simile a quello dell’adulto.

                  Per quanto riguarda la famiglia, è importante sottolineare come essa debba fungere non solo da accompagnatrice, ma piuttosto come coattivatore presente e ausilio fondamentale al bambino in questo percorso.

                  Ad essa è riservato uno spazio parallelo e separato dal figlio nelle visite, attraverso colloqui personalizzati (di coppia o con il singolo genitore) con un professionista diverso (dietista, medico, psicoterapeuta).

                  Le finalità del trattamento familiare in questo ambito riguardano:

                  • Informazioni mediche e dietologiche sullo stato del bambino;
                  • Educazione alimentare e corretta gestione del cibo in famiglia;
                  • Informazione costante su progressi, eventuali difficoltà e cambiamenti nel figlio;
                  • Supporto e a casa e verifica nel perseguire le indicazioni date a livello della gestione alimentare e motoria;
                  • Condivisione, sostegno e trattamento di eventuali difficoltà relazionali o emotive i famiglia che possano contribuire al problema o alterare un rapporto funzionale con il cibo.

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