Il cervello impulsivo: correlati neurali dei comportamenti di Binge Eating

È stato recentemente pubblicato uno studio sulla rivista Appetite – Elsevier dal titolo: “The impulsive brain: Neural underpinnings of binge eating behavior in normal-weight adults” (autori: Oliva R, Morys F, Horstmann A, Castiello U, Begliomini C).

Di seguito un breve estratto dello studio:

Evidenze recenti suggeriscono che un controllo inibitorio disfunzionale potrebbe essere alla base dell’iperalimentazione e del binge eating disorder (BED). La maggior parte di questi risultati deriva però dallo studio di persone affette da obesità, mentre gli autori ipotizzano che possibili caratteristiche di tratto, stabili, siano presenti anche in persone con binge eating ma normopeso.

In questo studio viene indagata l’attività cerebrale di 42 persone con e senza episodi di binge eating (21 binge eaters e 21 non binge eaters, rispettivamente). Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale durante l’esecuzione di due compiti di inibizione della risposta.

Nei compiti i partecipanti dovevano rispondere o inibire la loro risposta (premendo o meno un tasto) alla vista di immagini di cibo o immagini neutre. Grazie a questi compiti si può valutare la capacità di inibizione della risposta automatica, di fronte a stimoli ricompensanti (cibo) e stimoli neutri (ad es., oggetti o piante).

Inoltre, l’impulsività è stata valutata anche tramite questionari autosomministrati.

Dai risultati è emerso che, nonostante avessero performance simili ai compiti comportamentali, i due gruppi differivano nell’attività cerebrale. In particolare, le differenze erano concentrate nell’attività di regioni frontali e striatali, coinvolte nel controllo della risposta inibitoria e nei processi di ricompensa. Inoltre, i binge eaters presentavano una maggiore impulsività (valutata tramite i questionari) rispetto ai non binge eaters.

Questi risultati forniscono un supporto all’ipotesi che l’impulsività possa essere una possibile caratteristica di tratto del comportamento di binge eating – anche in assenza di un disturbo del comportamento alimentare conclamato o del peso. In più, forniscono nuovi spunti rispetto al possibile ruolo delle regioni coinvolte nei processi inibitori e di ricompensa come possibili substrati del comportamento di binge eating.


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    Sovrappeso e obesità in età evolutiva

    L’obesità è un fenomeno di tipo multifattoriale, la prevenzione e terapia devono rispondere in maniera altrettanto multi-integrata e persistente in merito a tutti i fattori coinvolti. Ciò è ancora più vero nei casi di obesità nel bambino rispetto ai casi di obesità in età adulta.

    Un fenomeno in crescita

    Da alcuni decenni i paesi industrializzati registrano un’inarrestabile dilagare del sovrappeso e dell’obesità. Il trend riguarda anche alcuni tra i più piccoli che si trovano a fare i conti con un patrimonio genetico votato al risparmio energetico ed uno stile di vita profondamente modificatosi negli ultimi vent’anni: giornate infarcite di tecnologia e cibo che lasciano poco spazio al movimento spontaneo e ai giochi, accudimento talvolta carente rimpiazzato da cibo e televisione, comportamenti alimentari familiari alterati e molto altro portano a un risultato sempre più allarmante, anche all’interno del territorio italiano.

    I dati ISTAT  evidenziano livelli preoccupanti di eccesso ponderale nei ragazzi tra i 6 e i 17 anni: il 22,9% dei soggetti misurati è risultato in sovrappeso e l’11,1% in condizioni di obesità.

    Si evidenzia, inoltre, una spiccata variabilità interregionale , con percentuali tendenzialmente più basse nell’Italia settentrionale e più alte nel Sud (dal 15% di sovrappeso e obesità nella Provincia Autonoma di Bolzano al 48% in Campania).

    Più di 1 bambino su 3, dunque, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età. Riportando questi valori a tutta la popolazione di bambini di età 6-11 anni si arriva a una stima di più di 1 milione di bambini in sovrappeso od obesi in Italia.

    All’allarme globale lanciato dalle società medico-scientifiche fanno seguito programmi di prevenzione su larga scala. La terapia, invece, rimane di difficile definizione.

    Le cause

    L’obesità infantile, fenomeno alquanto diffuso, è il risultato di diverse cause più o meno evidenti che interagiscono tra loro. In primo luogo le responsabilità ruotano intorno a una eccessiva o cattiva alimentazione, una ridotta attività fisica e a fattori di tipo genetico-famigliare.

    Si parla dunque di un’eziologia multifattoriale che chiama in causa alimentazione, sedentarietà, fattori genetici e fattori ambientali. L’avere uno o entrambi i genitori obesi è il fattore di rischio più importante per la comparsa dell’obesità in un bambino.

    Un altro fattore da tenere in considerazione è la precocità dell'”adiposy rebound”: normalmente dopo l’età di un anno, i valori di IMC (Indice di Massa Corporea: peso in kg /altezza in m2) diminuiscono fino a raggiungere il valore minimo attorno ai 5-6 anni per poi riprendere ad aumentare. Un incremento dei valori di BMI prima dei 5 anni (adiposity rebound precoce) viene riconosciuto come un indicatore precoce di rischio di sviluppo di obesità.

    Negli ultimi anni la ricerca ha portato alla luce il contributo genetico della familiarità nello sviluppo dell’obesità. Studi su gemelli omozigoti e soggetti adottati, attraverso la correlazione del peso dei soggetti stessi e dei genitori adottivi e naturali, hanno dimostrato che il grado di ereditabilità del sovrappeso varia dal 60 al 70%; osservando le famiglie dei bambini obesi si è visto quindi che avere uno o entrambi i genitori obesi aumenta la probabilità di essere obesi.

    Ma l’aumento così repentino del numero di bambini obesi non può esser imputato solo alla predisposizione genetica: non possono infatti essere mutati così drasticamente i caratteri genetici in un intervallo di tempo di qualche decennio.

    Uno studio condotto su gemelli nati dal 1975 al 1979 in Finlandia dimostra che il BMI è strettamente correlato al peso alla nascita e al BMI dei genitori. Il periodo intrauterino ha dunque effetti durevoli sul peso corporeo adulto. Alcuni studi epidemiologici suggeriscono l’esistenza di un legame tra sviluppo di obesità in età evolutiva e allattamento al seno: bambini allattati al seno mostrano un rischio più basso di essere in sovrappeso da adulti e adolescenti in modo proporzionale alla durata dell’allattamento.

    Il patrimonio genetico è la base su cui si estrinsecano altri fattori: alimentazione, inattività, contesto sociale, comportamento alimentare. Tra i diversi aspetti dell’alimentazione si sta cercando di capire quali contribuiscano in modo particolare all’eccesso ponderale.

    Una panoramica

    I bambini nascono con una capacità di autoregolazione precisa ed efficiente.

    Sete, fame, sazietà e molti altri bisogni sono controllati nell’organismo animale con sofisticati meccanismi che garantiscono un equilibrio.

    Perché in natura gli animali mantengono costante il loro peso? La risposta è nelle capacità di riconoscere i propri bisogni e di dare loro una risposta adeguata, funzione compromessa nell’uomo da condizionamenti esterni, dalle abitudini familiari, dalle regole della società, ecc…

    E’ frequente riscontrare nell’obesità un’alterazione dei meccanismi autoregolatori. L’assunzione di cibo non è motivata solo dalla fame: si mangia perché è l’ora del pasto, perché è un modo di stare in compagnia, perché uno stato emotivo trova nel cibo una momentanea gratificazione o al contrario non si mangia perché non c’è tempo, perché si segue una dieta, ecc.

    Se questa è una delle cause, è anche una delle risposte.

    Riscoprire fame e sazietà, distinguere la fame biologica dalla fame emotiva, concedere tempo e attenzione al pasto, gustare e non divorare, ritrovare dunque un rapporto equilibrato con il cibo, fonte di sostentamento ma anche espressione di tradizioni, simbolo di cultura e manifestazione della propria personalità.

    Sostenitori di questo percorso di cambiamento nei bambini e nei ragazzi sono i genitori ed i familiari, che hanno il compito di fare la spesa, organizzare la dispensa, programmare pasti equilibrati ed aiutare il bambino nella comprensione dei suoi bisogni e nella ricerca della risposta migliore.

    Il bambino o l’adolescente fanno parte di un sistema-famiglia, di un sistema-scuola, di un sistema sociale in senso lato (mass media e pubblicità, consuetudini culturali) che influenza fortemente le scelte e le abitudini di quel soggetto anche in campo alimentare.

    Aspetto importante nella prevenzione e cura dell’obesità è anche l’attività motoria: il movimento, indipendentemente dallo stato di salute, è una necessità fisiologica per qualsiasi bambino.

    È ugualmente importante che l’essere nutrito, pulito, accudito; in definitiva è parte integrante del suo processo di sviluppo, inteso nel senso più ampio del termine. Il movimento favorisce una crescita corporea armonica, fisica e psicologica, aumenta l’agilità e la forza e di conseguenza migliora l’autostima e il senso di benessere, favorisce l’apprendimento e riduce l’ansia per la prestazione scolastica, favorisce la socializzazione, abitua al rispetto delle regole e previene molte malattie dell’età adulta (ipertensione, ipercolesterolemia, malattie cardiache, obesità, diabete, alcuni tumori) oltre a permettere di sperimentare appieno i vari stimoli sensoriali e di acquisire autonomia, orientamento e identificazione con l’ambiente in cui il bambino vive. Un bambino attivo diventerà quasi sicuramente un adulto attivo e sano.

    Le linee guida che seguono sono indirizzate ai genitori affinché preparino un ambiente funzionale a comportamenti corretti.

    La prevenzione e la cura di ogni tipologia di eccesso di peso sono, in teoria, di facile attuazione. Se l’assunzione calorica dell’organismo è inferiore al dispendio energetico, il peso cala; in caso contrario, il peso aumenta. Facile in teoria, ma difficile in pratica, in parte per i seguenti motivi:

    Nel corso dei millenni i geni umani hanno favorito gli individui che hanno immagazzinato grasso nei periodi di abbondanza per poter sopravvivere nei periodi di carestia. Nei paesi sviluppati, dove c’è abbondanza di merci e facile accesso alle materie prime, vi è un eccesso di alimenti ricchi e appetitosi (cambiamento delle abitudini alimentari).

    Sempre più spesso oggi  si verifica una scarsa propensione a consumare energia mentre vi è una grande attrazione per le attività ricreative sedentarie (cambiamento dello stile di vita).

    Cosa fare?

    L’obesità è un fenomeno di tipo multifattoriale, la prevenzione e terapia devono rispondere in maniera altrettanto multi-integrata e persistente in merito a tutti i fattori coinvolti. Ciò è ancora più vero nei casi di obesità nell’infanzia rispetto ai casi di presenza dello stesso fenomeno in età adulta.

    Per quanto riguarda il bambino, alla fase iniziale l’inquadramento diagnostico e la conoscenza generale, fa seguito un percorso personalizzato. Esso mira a renderlo soggetto informato e protagonista di scelte di salute, che avranno valore sia per il suo presente sia per il suo futuro di adulto più sano e quindi più felice.

    Gli obiettivi riguardano:

    • un’ educazione al corretto stile di vita, con l’apprendimento di nozioni di base sul cibo, sul movimento, sulla modificazione di abitudini non corrette;
    • la conoscenza del mondo interno del bambino e del suo rapporto con i contesti esterni in cui vive, quali la scuola,la famiglia, il gioco, lo sport;
    • un’educazione alla conoscenza delle emozioni, con particolare attenzione alla sfera delle emozioni negative e/o di quelle interessate nel rapporto con il cibo e con il corpo del bambino.

    Gli strumenti utilizzati sono:

    • il colloquio clinico con uno o più professionisti (medico, psicoterapeuta, psicoeducatore);
    • il diario di bordo: diario personale in cui il bambino trova riprotate delle semplici regole da imparare e del materiale da compilare giorno per giorno;
    • il materiale didattico ed educativo: cd rom didattici, gioco interattivo, disegno, gioco esperienziale.
    • i test proiettivi.

    Tali strumenti variano e sono appositamente adeguati in base a due fasce d’età:

    • 7-10 anni;
    • 11-13 anni.

    Dai 14 ai 18 anni, sussistendo già una buona capacità di autogestione e consapevolezza, di pensiero complesso e di autonomia, il protocollo applicato è simile a quello dell’adulto.

    Per quanto riguarda la famiglia, è importante sottolineare come essa debba fungere non solo da accompagnatrice, ma piuttosto come coattivatore presente e ausilio fondamentale al bambino in questo percorso.

    Ad essa è riservato uno spazio parallelo e separato dal figlio nelle visite, attraverso colloqui personalizzati (di coppia o con il singolo genitore) con un professionista diverso (dietista, medico, psicoterapeuta).

    Le finalità del trattamento familiare in questo ambito riguardano:

    • Informazioni mediche e dietologiche sullo stato del bambino;
    • Educazione alimentare e corretta gestione del cibo in famiglia;
    • Informazione costante su progressi, eventuali difficoltà e cambiamenti nel figlio;
    • Supporto e a casa e verifica nel perseguire le indicazioni date a livello della gestione alimentare e motoria;
    • Condivisione, sostegno e trattamento di eventuali difficoltà relazionali o emotive i famiglia che possano contribuire al problema o alterare un rapporto funzionale con il cibo.

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      Le fasi del cambiamento

      Il trattamento dei disturbi del peso molto spesso deve confrontarsi con una fase iniziale di scarsa motivazione ed elevata resistenza al cambiamento. Quest’ultima viene definita come un insieme di comportamenti osservabili che riflettono un conflitto della persona, radicato nella sua storia. Spesso le persone che si affacciano ad un cambiamento importante devono affrontare questo conflitto, oscillando tra tendenze, stati e desideri opposti. Quando queste resistenze si manifestano, la persona – posta di fronte agli aspetti da modificare – ha difficoltà ad apportare delle mutazioni e ristrutturazioni dei suoi schemi comportamentali e cognitivi.

      Alcune delle ragioni per le quali possono emergere questo tipo di resistenze sono:

      • Il comportamento sintomatico è una soluzione “funzionale” per la persona in un determinato contesto, per cui cambiarla vorrebbe dire esporsi al rischio di intaccare un equilibrio;
      • Il comportamento sintomatico è frutto di una storia di lunga durata, fortemente radicato nelle abitudini di vita;
      • Il comportamento è una sorta di protezione verso qualcosa di temuto;
      • Manca la fiducia in sé nel raggiungimento degli obiettivi. Si ha paura di non farcela e di aggiungere il nuovo tentativo alla lista dei fallimenti terapeutici passati, che hanno a loro volta alimentato il senso di inadeguatezza.

      La risposta terapeutica deve quindi necessariamente tenere conto di questi fattori e deve cercare di aiutare la persona a superare le proprie resistenze, senza forzature.

      Seguendo il modello DiClemente e Prochaska (1982), il processo di cambiamento potrebbe essere distinto nelle seguenti fasi:

      • PRE-CONTEMPLAZIONE: il problema non esiste, si pensa di non dover modificare alcun comportamento;
      •  
      • CONTEMPLAZIONE: si ha consapevolezza del problema ma senza una visione chiara della necessità di cambiare;
      •  
      • DETERMINAZIONE: l’intenzione di cambiare esiste ma ha bisogno di essere rafforzata e ben organizzata;
      •  
      • AZIONE: si sta compiendo il cambiamento. Per modificare il comportamento disfunzionale sono necessarie strategie di intervento applicabili da costruire insieme al terapeuta;
      •  
      • MANTENIMENTO: si stabilizzano i risultati raggiunti e le strategie acquisite vengono fatte proprie e consolidate;
      •  
      • RICADUTA: è un evento che deve essere sempre previsto perché fa parte del percorso.

      In sintesi, acquisire consapevolezza della propria sofferenza, dandole un nome e rendendola così riconoscibile e controllabile può essere un primo passo per superare le resistenze al cambiamento. Una volta dato un nome al disagio, si possono valutare insieme alla persona i costi e i benefici del cambiamento. Infine, valutare insieme come affrontare il problema strategicamente. Sposare l’idea che l’importante è FARE, anche se poco. Cominciare a piccoli passi, ponendosi degli obiettivi realistici e raggiungibili, può aiutare la persona a fare una nuova esperienza e ad accrescere il senso di adeguatezza, acquisendo così più sicurezza in se stessa.

      Il punto fondamentale da sottolineare è che bisogna ammettere di darsi tempo per creare una nuova modalità di fare esperienza e quindi delle nuove e sane abitudini.


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        Resistere alla tentazione

        Mi basta vedere o annusare il cibo per ingrassare

        Sarà vero? Quello che è certo è che spesso sentiamo questa frase provenire da chi ha problemi di peso e ha difficoltà nel perderlo. Nonostante l’affermazione sembri assurda, probabilmente c’è un fondo di verità.

        Il profumo e l’aroma di alcuni cibi possono infatti rendere più acuta la spinta impulsiva verso di essi e scatenare la necessità di ottenere una gratificazione immediata. In alcuni periodi dell’anno (come le festività) o in occasione di eventi particolari (ad es., compleanni, cene e pranzi al ristorante) o ancora alla vista di immagini di cibi particolarmente invitanti è molto difficile resistere.

        Quante volte sentendo un odore, guardando una foto di un buon piatto o l’insegna di un fast-food ci siamo ritrovati ad aver voglia di mangiare quel particolare cibo?

        Qual è la ragione di questo meccanismo? Ce lo spiegano Alain Dagher e colleghi. I ricercatori canadesi hanno condotto un interessante studio presso il Montreal Neurological Institute and Hospital della McGill University.

        Un primo aspetto importante è che la risposta della fame è regolata da un ormone (GRELINA) nello stomaco che ha il compito di incoraggiare l’assunzione di cibo e ci rende quindi più vulnerabili all’odore dei cibi calorici e saporiti.

        Inoltre, la grelina, oltre ad incoraggiare l’assunzione di cibo, favorisce la produzione di DOPAMINA, un neurotrasmettitore – secreto in particolari regioni del nostro cervello – coinvolto nella percezione della ricompensa.


        LO STUDIO DI DAGHER et al (2018)

        Chi?

        Il campione

        38 individui sani.

        Come?

        Il metodo

        Ai partecipanti veniva data una dose di grelina. Durante una sessione di risonanza magnetica funzionale, i partecipanti venivano esposti a una varietà di odori di cibo e non, mentre guardavano contemporaneamente delle immagini di oggetti di uso comune. I partecipanti erano così portati ad associare le immagini con i diversi odori.

        Cosa?

        I risultati

        Grazie all’analisi dei dati di risonanza, i ricercatori hanno mostrato come i partecipanti a cui avevano iniettato grelina mostravano una maggiore attività cerebrale nelle regioni coinvolte nei meccanismi di ricompensa, durante la visione di immagini associate con odori di cibo (e non oggetti). Questo significa che la grelina interviene nei meccanismi alla base della ricompensa associata agli odori di cibo.

        Un secondo interessante risultato riguarda la piacevolezza delle immagini. Ad ogni partecipante veniva chiesto di valutare la piacevolezza delle immagini associate agli odori di cibo. I risultati hanno mostrato che la grelina aumenta la percezione di piacevolezza delle sole immagini che sono associate con gli odori di cibo (e non di quelle associate con odori neutri).

        Quindi?

        Le conclusioni

        La grelina sembra quindi essere associata ai meccanismi che guidano il nostro comportamento alimentare.

        In persone affette da obesità, questo ormone potrebbe essere tra i responsabili di una anormale reattività agli stimoli cibo: potrebbe cioè essere responsabile dell’elevata attrazione verso cibi calorici e gustosi o verso immagini di cibo (ad es., pubblicità o insegne di fast-food). Ci potrebbe essere quindi il coinvolgimento di determinati ormoni e regioni cerebrali alla base di una maggiore vulnerabilità e sensibilità verso questi stimoli ricompensanti.

        Potremmo parlare di una ipersensibilità “genetica”? Presto per dirlo. Per quanto questi risultati siano interessanti, costituiscono solo un primo passo verso la comprensione del complesso e complicato problema dell’obesità. In generale però, lo studio dei meccanismi alla base di questa condizione è fondamentale per aiutare a definire interventi mirati per la terapia del sovrappeso e dell’obesità e, in futuro, per la prevenzione del comportamento di iperalimentazione.


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          Il pensiero dicotomico tutto/nulla

          La base di un percorso di cura di sé è quella di prendersi TEMPO, per permettersi di fare un’esperienza, nuova, e di lavorare alla creazione di nuove abitudini. Il motivo per cui è importante concentrarsi sulla possibilità di darsi tempo è per aiutarsi ad abbandonare il pensiero dicotomico tutto/nulla.

          Cos’è questa modalità?

          Il pensiero dicotomico è una modalità che ci porta a pensare che tutto sia o bianco o nero, nessuna sfumatura. Come si traduce nella vita di tutti i giorni?

          “O si è di successo o si è falliti”

          “O si ingrassa o si dimagrisce”

          “O si riesce o non si riesce”

          In alcuni casi, potrebbe sembrare rassicurante avere solo due possibilità di azione o di risultato (o va o non va). Vedere più sfumature, diverse opzioni, porta a metterci in discussione e ad interrogarci di più (cosa che costa fatica) ma ci porta ad avere anche più carte da giocare.

          Nelle etichette “bianco e nero” infatti si perde il senso di noi, di quello che abbiamo e non abbiamo fatto per raggiungere o non raggiungere l’obiettivo. Il pensiero dicotomico porta infatti a percepire una situazione non proprio perfetta come un completo fallimento. Non fa cioè cogliere il percorso e ciò che è stato fatto, ma solo il non-raggiungimento dell’obiettivo.

          Un intervento corretto in campo nutrizionale deve quindi prevedere un’educazione alla via di mezzo. È solo questa “via di mezzo” che ci aiuterà a mantenere nel tempo i diversi traguardi raggiunti.

          La via di mezzo in campo nutrizionale vuol dire, ad esempio, prevedere che alla regola (cioè al seguire il piano con attenzione) si alternino momenti di pausa o trasgressione. Questi momenti possono avere diversi scopi:

          • Se previsti, possono essere momenti di gratificazione controllati, senza senso di colpa, durante i quali la persona si concede ciò di cui in quel momento ha voglia o bisogno;
          • aiutano ad allenarci a tornare alla regola. In questo modo, cioè, ci abituano a rialzarci dopo una piccola scivolata; a tornare ad un’alimentazione sana senza fatica. Il significato di trasgressione, da dannoso, diventa quindi positivo, di utilità.

          In generale, l’alternanza di regola-trasgressione permette di abbandonare il pensiero tutto-nulla “sono a dieta – non sono a dieta”. Si può stare a dieta anche concedendosi dei momenti di gratificazione con qualsiasi cibo ci aggradi. Il pensiero tutto-nulla non ci permette di contemplare l’errore o la trasgressione: alla prima “scivolata” verso cibi proibiti, penseremo di aver fallito e di aver buttato via settimane di lavoro perché la trasgressione segna la fine della dieta e l’inizio della “non-dieta”.

          Al contrario, la persona deve essere educata all’equilibrio e alla normalità dietologica, dove la regola rappresenta un riferimento, una linea guida, e la trasgressione fa necessariamente parte del percorso.


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            Food Craving: che cos’è e cosa fare?

            Con il termine food craving si fa riferimento ad un desiderio irresistibile di cibo, difficile da controllare ed arginare.

            La differenza rispetto alla fame biologica sta nel fatto che il desiderio (o craving) è rivolto soprattutto verso cibi particolarmente ricchi di sale, zuccheri e grassi. È un desiderio che ha bisogno di essere soddisfatto nell’immediato, è potente e irrefrenabile.

            Gli attivatori di questo desiderio si possono ritrovare sia negli stati d’animo o nelle emozioni (es. rabbia o tristezza) che ci spingono verso il cibo oppure nelle caratteristiche del cibo stesso (es. zucchero, sale, grasso), potenti attivatori della sensazione di ricompensa e gratificazione.

            Se una persona si ritrova ad avere questi episodi e sta cercando di perdere peso, la dieta non può essere la sola risposta. Una diminuzione degli episodi di discontrollo infatti non dipende dalla forza di volontà del singolo: non basta sapere COSA dovremmo fare, ma anche COME possiamo farlo. Ed è proprio quel “COME” che deve diventare il focus del percorso nutrizionale.

            In generale, due elementi chiave sono da tenere in considerazione:

            • Evitare la restrizione: la restrizione è infatti un potente attivatore per la perdita di controllo. Più restringiamo il nostro introito calorico, più alimentiamo quella spinta verso il cibo. Pulire il campo dalla fame biologica, con un’alimentazione saziante, è un primo passo per ridurre l’impulso a mangiare;
            • Non evitare i cibi a rischio: ebbene sì, NON evitare. Più si chiede di “non pensare all’orso bianco” più si pensa all’orso bianco. Più ci sforziamo di sopprimere un pensiero più questo ritorna con forza. La risposta per ridurre il food craving non è quindi quella di cercare di evitare il cibo. Più evitiamo specifici cibi, più quei cibi diventeranno per noi fonte di irresistibile attrazione. Fare esperienza di questi cibi in diverse occasioni, prevedendolo, ci può aiutare ad allenare il controllo, limitandone le quantità pur non privandosi della gratificazione.

            Attenzione quindi ai metodi “fai da te” o alle diete restrittive.

            Non per tutti la sola risposta giusta per perdere peso è seguire un piano alimentare. In questi casi, è importante considerare gli ostacoli che ci impediscono di seguire un’alimentazione sana.

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              La dipendenza dal controllo

              La necessità o il bisogno di tenere tutto sotto controllo, sintomo specifico dei DCA, porta certi soggetti (normo o leggermente sovrappeso) a vivere per anni controllando rigidamente il cibo per controllare il peso e stare bene solo di conseguenza. Stare bene non perché si riesce a gestire il cibo e quindi il corpo ma perché si esercita il controllo.

              Si prova piacere nell’esercitare il controllo. Un piacere che è dipendenza visto che non se ne può fare a meno e si sente il bisogno di esercitarlo sempre di più.

              Questo tipo di comportamento ad esempio è presente in chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare come l’Anoressia Nervosa. In questa condizione patologica la persona mette in atto la restrizione alimentare e in questo modo esercita il controllo su ciò che assume, inoltre focalizzando la sua attenzione sul peso ha sempre la possibilità di controllare. Questo tipo di comportamento dal punto di vista celebrale attiva la via dopaminergica andando a stimolare i centri del piacere. Pertanto si parla di vera e propria dipendenza da controllo.

              Questa categoria di persone controllo-dipendenti giunge alla nostra osservazione quando “il corpo non risponde più”, quando sentono di non riuscire come prima, quando hanno il terrore di perdere il controllo. Vivono apparentemente bene solo grazie a questo, vanno dal dietologo chiedendo una dieta drastica e un aiuto nel controllarsi. Un aiuto per continuare a stare male.

                “Dottore mi sgridi, non vede che non riesco a perdere un grammo. Mi aiuti a controllarmi. Mi controlli.”

              E’ questo il grido disperato di Maria normopeso da sempre iper-controllata e controllore di tutto e di tutti. Emerge lentamente il suo disagio, si scopre e incomincia a vedere se stessa per quella che è, inizia a sentire la necessità della cura che non è del corpo ma della mente.

              Si tratta di malattie multidimensionali che richiedono risposte interdisciplinari.

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                La dieta funzionale oltre le calorie e il peso

                Il semplice e a volte efficace “mangia meno e muoviti di più” non può essere la risposta medica scientifica alla diffusione dell’obesita e alla richiesta sempre crescente del dimagrimento.

                Il semplice e a volte efficace “mangia meno e muoviti di più” non può essere la risposta medica scientifica alla diffusione dell’obesita e alla richiesta sempre crescente del dimagrimento.

                Il medico impegnato nella diagnosi e terapia dell’obesità oggi ha la possibilità strumentale per dare delle risposte sempre più mirate alle esigenze nutrizionali individuali.

                La calorimetria indiretta studia il funzionamento metabolico e monitorizza gli effetti di una terapia funzionale dietetica e motoria.

                L’armband  diagnostica la sedentarietà e ci orienta sulla riabilitazione motoria.

                La bioimpedenza valuta lo stato nutrizionale, la composizione corporea e monitorizza il dimagrimento .

                Nel linguaggio dietologico corrente la “dieta dimagrante” va sostituita con la “dieta funzionale” e la scelta dimagrante con la scelta di salute.

                La salute deve coincidere con il buon funzionamento metabolico che è la condizione essenziale per perdere peso e potersi muovere di più.  Percepire il benessere psicofisico perché i nutrienti creano salute e l’attività motoria contrasta la sedentarietà che è uno dei fattori di rischio più sicuri per il diabete e le malattie cardiovascolari.

                La dieta funzionale bilancia  i nutrienti positivi che ci proteggono e limita i nutrienti che in eccesso possono ostacolare la funzionalità.

                Pensare sano aiuta a modificare i comportamenti anche quelli motori e questi a bilanciare gli introiti con le uscite. L’efficienza metabolica  adatta i consumi e regola i più fini meccanismi biologici per contrastare le malattie e le disfunzioni. Un corpo efficiente si sa difendere dagli insulti esterni compresi gli eccessi calorici.

                Siamo stati creati per correre e non possiamo fermarci. La sedentarietà fisica diventa mentale e quindi metabolica. Un rallentamento metabolico porta alle disfunzioni che si traducono nelle malattie metaboliche e vascolari che viaggiano di pari passo all’obesità.

                Nutrirsi bene e muoversi è il farmaco di prima scelta che va prescritto e dosato dal medico nutrizionista che deve occuparsi prima del malato e poi della malattia.


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                  Sovrappeso: la cura

                  Il sovrappeso e l’obesità non sono riconosciute come un disordine o disturbo del comportamento alimentare (DCA) e quindi non richiedono necessariamente il ricorso ad un intervento di tipo psicologico, ma è ormai accettato che il  trattamento si avvale positivamente di tecniche di tipo cognitivo comportamentale.

                  Il sovrappeso e l’obesità non sono riconosciute come un disordine o disturbo del comportamento alimentare (DCA) e quindi non richiedono necessariamente il ricorso ad un intervento di tipo psicologico, ma è ormai accettato che il  trattamento si avvale positivamente di tecniche di tipo cognitivo comportamentale.

                  Non serve prescrivere ai pazienti obesi la dieta e dire loro cosa fare e non fare. Limitarsi a prescrizioni sulla qualità e sulla quantità dell’alimentazione renderà il paziente passivo di fronte al suo cambiamento, che per essere significativo e duraturo deve nascere da una partecipazione attiva.

                  Più ci si sente impotenti a gestire le situazioni difficili, più si spera in un miracolo. Il cambiamento, invece, si può raggiungere attraverso un impegno costante e la consapevolezza che esso può avvenire solo accettando i piccoli passi che costituiscono l’unica strada per un risultato vero e duraturo.

                  La parola chiave deve essere “insegnare ed educare” e non “prescrivere”. Il paziente deve avere la percezione del controllo e per questo è basilare aiutarlo ad acquisire capacità di autogestione e abilità decisionali.

                  Prescrivere una dieta istruendo il paziente sulle nozioni corrette che stanno alla base della normale alimentazione è semplice ma non risolverà il problema. Una volta impostato il programma dietetico (educazione nutrizionale volta ad una dieta normocalorica bilanciata o schema dietetico ipocalorico bilanciato), l’efficacia del trattamento deve essere verificata con controlli clinici periodici effettuati dal medico, meglio se in collaborazione con un dietista, a scadenza non superiore a 6-8 settimane fino al raggiungimento dell’obiettivo e ogni 4-6 mesi per i successivi 3 anni.

                  “I controlli clinici periodici dovranno comprendere la misurazione dei valori antropometrici ed un’attenta valutazione della compliance del paziente e della sua famiglia agli interventi proposti, valorizzando i miglioramenti, evidenziando eventuali difficoltà, con disponibilità a modificare eventualmente l’approccio iniziale”.

                  ( Ministero della Salute )

                  Per una maggiore completezza di indagine il medico può effettuare:

                  • Calorimetria Indiretta, per lo Studio del Metabolismo a riposo;
                  • Bioimpedenza per la Valutazione della composizione corporea;
                  • Armband per il monitoraggio dell’attività motoria

                  La letteratura medica evidenzia come l’assiduità ai controlli periodici (possibilmente settimanali) sia il parametro più predittivo del successo terapeutico.

                  Il programma proposto nell’Ambulatorio del dott. Oliva si articola con questa modalità ed è applicato anche nella prevenzione dell’Obesità e nella cura dei Disturbi Alimentari.


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                    Il termine obesità al singolare obbliga a racchiudere, condizioni molto differenti tra di loro, in uno spazio diagnostico che non riesce a differenziare i vari soggetti.

                    Il termine obesità al singolare obbliga a racchiudere, condizioni molto differenti tra di loro, in uno spazio diagnostico che non riesce a differenziare i vari soggetti.

                    Sarebbe opportuno pertanto incominciare a parlarne al plurale: “le obesità”. Esistono i soggetti “ingrassati” perché mangiano e non hanno nessuna intenzione di cambiare, altri invece che hanno delle condizioni genetiche (polimorfismi) che facilitano l’accumulo di grasso nonostante i tentativi di porre rimedio e quelle obesità associate a un disturbo del comportamento alimentare (binge eating) . Anche questa è una schematizzazione grossolana ma distingue almeno tre differenti percorsi terapeutici.

                    “Noi partiamo dall’idea che si cura l’obeso e non l’obesità, il malato al posto della malattia, la consapevolezza al posto della prescrizione medica e la restrizione alimentare è superata da un nuovo stile di vita.

                    La dieta fine a se stessa, non serve, anzi alla lunga fa prendere più chili. Non si può vivere a lungo nella restrizione alimentare, prima o poi si cede e si innescano meccanismi pericolosi.

                    È il  paradosso delle diete ipocaloriche, che con il  passare del tempo finiscono col far ingrassare.

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