Fuga dalla dieta

La fuga dalla dieta o “eclissi” coincide nel momento in cui un soggetto a regime dietetico decide di mollare, di abbandonare il percorso dietologico e la terapia associata.

“Entrare in eclissi”significa scomparire, nascondersi temporaneamente, non farsi vedere più.

Entrare in eclissi: un rischio ricorrente

Questo è un meccanismo psicologico che viene spesso attuato da un soggetto obeso che non riesce a mantenere il controllo della propria alimentazione e che non riesce più a perdere peso o, peggio, aumenta di peso.

La reazione psicologica porta la persona al rifiuto di pesarsi ed a disdire il successivo controllo o spesso a non presentarsi all’appuntamento, per un senso di colpa o di soggezione.

Durante il periodo di assenza, a volte molto lungo, la persona riacquista peso superando molto spesso quello di partenza. Quando la persona obesa entra in “eclissi” si comporta come l’automobilista che avendo paura di andare fuori strada chiude gli occhi: certamente andrà nel fosso o contro mano.

Poichè nessuno alla guida dell’auto può mantenere un’andatura perfettamente rettilinea, anche il soggetto obeso deve imparare a tenere gli occhi aperti e il sistema di controllo attivo per effettuare quelle piccole correzioni di direzione che gli permettono di mantenere i risultati nel tempo.

Il supporto terapeutico settimanale ha, tra gli altri, lo scopo di individuare i motivi del momentaneo scivolone aiutando la persona a costruire dei percorsi più sicuri.

Non restare a terra, ma affrontare subito il problema significa non rischiare ulteriori aumenti di peso. Attraverso i controlli periodici, identificando le situazioni a rischio e i comportamenti errati, si può imparare a gestire al meglio il proprio percorso di dimagrimento evitando gli scivoloni o imparando a rialzarsi subito.


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    Fibra alimentare: l’alimento non alimento

    Pur non essendo un nutriente vero e proprio, esercita importanti azioni di tipo funzionale e metabolico. Presente in molti ortaggi, cereali e legumi, è ingrediente fondamentale per una dieta sana e combatte la stipsi. 

    L’alimento non alimento

    La fibra è la componente degli alimenti resistente alla degradazione da parte degli enzimi dell’organismo umano e, pur non potendosi considerare un nutriente, è un importante componente della dieta perché esercita effetti di tipo funzionale e metabolico. Si trova principalmente in tutti i cibi di origine vegetale; ortaggi e verdura, frutta, cereali e legumi.

    La fibra, senza essere assorbita dall’organismo giunge fino all’intestino, dove viene parzialmente fermentata dalla flora batterica del colon.

    Dal punto di vista chimico, è costituita per la maggior parte da carboidrati complessi non digeribili (cellulosa, emicellulosa, pectine, gomme e mucillagini) e da elementi non glucidici (lignina).

    La fibra non ha alcun valore energetico, se si esclude un piccolo apporto di calorie (2 kcal/grammo) dovuto agli acidi organici che si formano a seguito dei processi fermentativi.

    Oltre all’aumento del senso di sazietà e al miglioramento della funzionalità intestinale e dei disturbi ad essa associati (stipsi, diarrea, diverticolosi), l’introduzione di fibra con gli alimenti è stata messa in relazione alla riduzione del rischio per importanti malattie cronico-generative quali i tumori del colon-retto e le malattie cardiovascolari.

    In base alla capacità di sciogliersi o meno in acqua la fibra viene distinta in solubile e non solubile con effetti fisio-metabolici differenti.

    La fibra solubile

    La fibra solubile (costituita da pectine, gomme, mucillagini, FOS, inulina) si può sciogliere in acqua, dove forma un gel che rende più viscoso il contenuto intestinale, ed è maggiormente fermentabile.

    Si trova principalmente nell’avena, nell’orzo, nei legumi e nella frutta (soprattutto in agrumi, mele, pere, prugne, uva).Esercita i suoi effetti prevalentemente a livello metabolico regolando l’assorbimento di zuccheri e di grassi:

    • riduce e rallenta l’assorbimento di carboidrati con conseguente riduzione del picco glicemico post-prandiale. Ciò permette di mantenere un livello di zuccheri nel sangue più costante e duraturo nel tempo e un senso di sazietà prolungato;
    • riduce e rallenta l’assorbimento di grassi e di colesterolo con conseguente miglioramento del profilo lipidico;
    • riduce l’assorbimento dei sali biliari, determinando una riduzione della colesterolemia e della formazione di calcoli biliari;
    • forma complessi insolubili con il calcio (a causa della presenza dei fitati, una componente anti-nutrizionale della cuticola esterna dei cereali, dei legumi e dei semi delle piante) determinandone un ridotto assorbimento e conseguentemente una riduzione del rischio di calcolosi renale nei soggetti predisposti.

    Questo tipo di fibra è utile nella prevenzione e cura di malattie metaboliche e cardiovascolari come l’obesità, il diabete, l’iperuricemia (gotta) e le dislipidemie, ma anche nel ridurre la formazione di calcoli epatici e renali. 


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      L’indice di sazietà

      Il potere saziante dei cibi è una variabile fondamentale per controllare lo stimolo della fame e gestire al meglio le diete per la cura dell’obesità. Essa è influenzata da diversi fattori. Scopri quali.

      La capacità di placare la senzazione di fame è diversa in ogni singolo alimento. Questa variabile viene influenzata da diversi fattori, di natura sensoriale, meccanica e ormonale:

      – la vista del cibo
      – la masticazione
      – la deglutizione
      – la ripienezza e lo svuotamento gastrico
      – i fattori post-assorbitivi

      Densità calorica

      L’indice di sazietà di un alimento è inversamente proporzionale alla sua densità calorica. Infatti un maggior volume a parità di calorie significa un maggior riempimento gastrico e quindi maggiore sazietà.

      Consistenza degli alimenti e masticazione

      Masticare per un tempo superiore la stessa quantità di cibo sazia di più e più a lungo perché si dà il tempo ai segnali anoresizzanti provenienti dall’apparato gastroenterico di raggiungere il cervello stimolando la sensazione di sazietà.
      Per lo stesso motivo sono da preferire i cibi che richiedono una lunga masticazione, come per es. la carne, la pasta, il pane, la verdura.

      Fibra

      Gli alimenti ricchi di fibra, oltre che avere una densità calorica minore, rallentano lo svuotamento gastrico e il rilascio di glucosio nel sangue, prolungando il senso di sazietà per azione meccanica (il cibo rimane più a lungo nello stomaco) ed ormonale (modulata risposta insulinica).

      Grassi e zuccheri

      Gli alimenti ricchi di grassi e zuccheri (es. dolci, merendine, gelati, burro, olio, frutta secca) hanno una densità calorica elevata e la maggior parte di questi richiedono poco tempo per essere masticati. Il risultato è l’introduzione di molte calorie senza soddisfare la fame, che porterà alla ricerca di altro cibo e quindi di calorie in eccesso rispetto al reale fabbisogno.

      Il “fullness factor”

      Oggi è possibile valutare la sazietà indotta da un alimento con un indice, chiamato “fullness factor”, introdotto e studiato per la prima volta nel 1995 dalla ricercatrice australiana Susanna Holt. (Holt, S.H., et al., A satiety index of common foods, Eur J Clin Nutr 1995 Sep; 49(9): 675-690). Tale indice viene calcolato attraverso una formula matematica che prevede la sazietà di un determinato alimento o ricetta in base al contenuto (riferito a 100 g) di calorie, proteine, fibra e grassi.
      Il risultato è un numero che varia da 0 a 5. Il valore soglia è 2,5: sono considerati molto sazianti gli alimenti con indice di sazietà maggiore di 2,5, poco sazianti quelli con indice inferiore.
      Al primo gruppo appartengono infatti cibi che hanno una bassa densità calorica, che sono ricchi di fibra e che richiedono un lungo tempo di masticazione (verdura, frutta, carne, pesce); al contrario si classificano nel secondo gruppo i cibi grassi e zuccherini che non favoriscono la ripienezza gastrica e che vengono deglutiti rapidamente (dolci, burro, merendine, frutta secca). Per esempio il pesce alla griglia ha un “fullness factor” di 3,4 mentre il miele di 1,4.

      Tabella del Fullness Factor

      Anguria 4.6
      Pompelmo 4.0
      Carote 3.8
      Arance 3.5
      Pesce alla griglia 3.4
      Petto di pollo arrosto 3.3
      Mele 3.3
      Bistecca di manzo 3.2
      Pop corn 2.9
      Patate al forno 2.5
      Yogurt magro 2.5
      Banana 2.5
      Maccheroni e formaggio 2.5
      Riso integrale 2.3
      Spaghetti 2.2
      Riso bianco 2.1
      Pizza 2.1
      Arachidi 2.0
      Gelato 1.8
      Pane bianco 1.8
      Uvetta essicata 1.6
      Snack tipo Snickers, Mars 1.5
      Miele 1.4
      Saccarosio 1.3
      Glucosio 1.3
      Patatine 1.2
      Burro 0.5

      La tabella fornisce solo un esempio del FF per alcuni tipi di cibo.
      Sul sito della Nutrition Data è possibile cercare altri cibi ed il loro relativo FF. Alcuni cibi con nomi simili possono avere un FF molto diverso tra loro, a seconda dei loro ingredienti. Ad esempio, i pop corn preparati senza burro hanno un maggiore FF dei popcorn preparati con questo ingrediente.


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        Il pesce: di mare o di allevamento

        Di mare o di allevamento, il pesce varia la sua composizione nutrizionale a seconda del regime dietetico mantenuto durante il corso della sua vita. Per questo motivo è importante conoscere alcune fondamentali informazione sull’origine del prodotto prima ancora di scegliere la specie da mettere nel piatto.

        Di mare o di allevamento, il pesce varia la sua composizione nutrizionale a seconda del regime dietetico mantenuto durante il corso della sua vita. Per questo motivo è importante conoscere alcune fondamentali informazione sull’origine del prodotto prima ancora di scegliere quale specie andremo a mettere nel piatto.

        All’inizio degli anni ’50 ogni italiano mangiava in media circa 2 kg e mezzo di pesce l’anno, conservato con i metodi tradizionali. Tale quantità ad oggi non sembra essere cambiata di molto.

        Sempre nello stesso periodo, si stima venissero consumati circa 5 kg di pesce fresco, che nella metà degli anni 60 hanno iniziato ad aumentare fino a un totale attuale tra prodotti ittici, freschi e conservati, di 15-20 kg annui per persona. In media ogni italiano oggi ha la possibilità di nutrirsi con 3 ½/4 hg di prodotti ittici alla settimana, che al netto degli scarti si riducono a circa 2 ½ hg e quindi a poco più di un pasto alla settimana.

        Tale quantità risulta sicuramente insufficiente per una corretta alimentazione. L’aumento del consumo alimentare di pesce, principalmente nei paesi industrializzati, è dovuto all’aumento dell’importazione da mari sempre più distanti, ma soprattutto al grande aumento dei pesci allevati.

        L’80% di orate, branzini e anguille, il 90% di salmoni, carpe e trote mangiate in Italia sono di allevamento o, nell’ultima fase della vita, sono stati alimentati dall’uomo.
        Sono di allevamento gran parte dei pesci d’acqua dolce (trote, etc) e 1/3 dei pesci di acque salate (salmoni, orate, branzini, etc), buona parte di crostacei (gamberi e gamberetti, etc) e di molluschi (ostriche, cozze, etc).

        I vantaggi dell’allevamento sono numerosi:

        • si alimentano con cibi in parte non competitivi con quelli dell’uomo;
        • trasformano gli alimenti in modo molto efficiente poiché non consumano energia per la postura e la termogenesi;
        • possono essere velocizzati nel processo di crescita, aumentando la temperatura dell’acqua e l’ossigenazione;
        • nel mercato vengono pagati al di sopra del reale valore nutrizionale (cibo leggero e di buon valore nutritivo).

        La parte alimentare più importante del pesce è costituita dai suoi muscoli che costituiscono la sua carne, la quale, essendo composta da scarse quantità di tessuto connettivo, risulta particolarmente tenera. Essa contiene dal 15 al 27% di proteine, con un’ottima digeribilità e buona qualità aminoacidica. Variabile è invece la quantità di grassi, soprattutto insaturi, che ne permette la distinzione in pesci magri, quelli che contengono fino al 3% di grassi (trote, merluzzo, sogliola, palombo, etc), semigrassi, dal 3 all’8% (sardine, cefali, tonno, etc) e pesci grassi, oltre l’8% (anguilla, sgombro, etc).

        La qualità dei grassi dipende però non soltanto dalla specie ittica, ma da come questa ha vissuto e si è alimentata: la quantità di insaturi è quindi maggiore nei pesci non di allevamento, in quelli freschi o surgelati e con una confezione che li protegga dall’irrancidimento, preferibilmente cotti a basse temperature (poco superiori ai 100°C) e non a lungo.

        Le caratteristiche delle proteine e dei grassi dei pesci sono in gran parte complementari con quelle degli alimenti vegetali quali riso, pasta e pane. Per questo motivo anche piccole quantità di pesce, aggiunte ad una dieta composta prevalentemente di vegetali, possono assicurare una dieta equilibrata: è il caso delle acciughe nella pizza napoletana, della pasta con le sarde, della paella ispanica, degli spaghetti ai frutti di mare.

        È importante ricordare che diversi studi epidemiologici hanno dimostrato che in popolazioni con alto consumo di pesce marino la mortalità per malattie cardiovascolari è particolarmente ridotta.

        Punti di forza del pesce:
        • Proteine ad elevato valore biologico, pari a quelle degli animali da macello o da cortile;
        • Grassi prevalentemente insaturi e presenza di acidi grassi Omega-3, indicati per la prevenzione delle dislipidemie e delle malattie cardiovascolari;
        • Apportatore di vitamine A, D, PP e del gruppo B;
        • Elevata digeribilità e facile masticabilità, pertanto indicato per chi ha problemi di digestione lenta e/o di masticazione;
        • Basso livello calorico in pesci magri e semigrassi, quindi consigliato in corso di diete dimagranti;
        Punti deboli del pesce:
        • Non si tratta di un alimento completo e quindi va utilizzato insieme a pane, pasta, riso e polenta;
        • Elevata deperibilità e quindi necessità di usare pesci freschissimi o conservati a dovere.
        La stagionalità del pesce

        PRIMAVERA

        Aragosta, carpa, cefalo, dentice, latterino, passera, pesce spada, tonno, sardina, sgombro.

        ESTATE

        Acciuga, calamaro, cozza, orata, ostrica, rombo, scorfano, seppia, totano, vongola.

        AUTUNNO

        Anguilla, aragosta, cefalo, ostrica, polpo, sardina, sogliola, tellina.

        INVERNO

        Merluzzo, moscardino, sarda, rana pescatrice, sardina, sogliola, spigola, trota, triglia.

         

        La Redazione