Sindrome dell’intestino irritabile: la diagnosi

La sindrome dell’intestino irritabile rientra nel vasto quadro dei disturbi funzionali gastrointestinali, condizioni cliniche caratterizzate da sintomi cronici e ricorrenti che interessano un qualsiasi tratto del sistema gastrointestinale

La diagnosi

La sindrome dell’intestino irritabile rientra nel vasto quadro dei disturbi funzionali gastrointestinali, condizioni cliniche caratterizzate da sintomi cronici e ricorrenti che interessano un qualsiasi tratto del sistema gastrointestinale ma che non hanno un riscontro in termini di alterazioni biochimiche, metaboliche o strutturali. La diagnosi è pertanto clinica, basata sulla sintomatologia del paziente che riporta dolore o disconfort addominale attenuato da evacuazione e legato ad alterazioni della frequenza dell’alvo e della consistenza delle feci.

Secondo i criteri di Roma III i criteri diagnostici della SII sono: dolori addominali ricorrenti,presenti per almeno per tre giorni al mese negli ultimi tre mesi, associati a due o più dei seguenti disturbi :
1) miglioramento dei sintomi con l’evacuazione
2)inizio dei sintomi associato ad un cambiamento nella frequenza dell’alvo
3) inizio dei sintomi associato a un cambiamento nella forma delle feci
Nella stesura della nuova definizione diagnostica è stato posta maggiore rilevanza alle alterazioni della consistenza e forma delle feci che rispecchiano maggiormente il disagio del paziente ed i tempi di transito intestinale, in base a questa considerazione è possibile classificare la patologi in quattro sottotipi:
1) Sii con stipsi se più del 25% delle evacuazioni presentano feci caprine e meno del 25% presentano feci molli o liquide
2) SII con diarrea se più del 25% delle evacuazioni presentano feci molli o liquide e meno del 25% presentano feci dure o caprine
3) SII misto se presenti situazioni intermedie
4)SII non altrimenti specificabile se non vi sono alterazioni descritte precedentemente
La prevalenza della patologia in Europa e negli Stati uniti è del 10% e la frequenza risulta più elevata fra la seconda e la quarta decade di vita con una predominanza per il sesso femminile (rapporto F:M pari a 2:1).

Federica Mercuri – dietista –


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    Le Linee Guida nel trattamento dell’obesità

    Le Linee Guida sono relative al corretto approccio al trattamento dell’obesità: 

“L’obesità non è riconosciuta come un disordine del comportamento alimentare (DCA) e quindi non richiede necessariamente il ricorso ad un intervento di tipo psicologico, ma è ormai accettato che il suo trattamento si avvale positivamente di tecniche di tipo cognitivo comportamentale”.


    Riportiamo il testo tratto dalle Linee Guida del Ministero della Salute reperibili nel sito ministeriale (www.ministerosalute.it), e alle quali abbiamo dedicato anche una sezione speciale all’interno del nostro magazine.

    Le Linee Guida sono relative al corretto approccio al trattamento dell’obesità: 

“L’obesità non è riconosciuta come un disordine del comportamento alimentare (DCA) e quindi non richiede necessariamente il ricorso ad un intervento di tipo psicologico, ma è ormai accettato che il suo trattamento si avvale positivamente di tecniche di tipo cognitivo comportamentale”.

    Non serve prescrivere ai pazienti obesi la dieta e dire loro cosa fare e non fare. Limitarsi a prescrizioni sulla qualità e sulla quantità dell’alimentazione renderà il paziente passivo di fronte al suo cambiamento, che per essere significativo e duraturo deve nascere da una partecipazione attiva. 
Più ci si sente impotenti a gestire le situazioni difficili, più si spera in un miracolo. Il cambiamento, invece, si può raggiungere attraverso un impegno costante e la consapevolezza che esso può avvenire solo accettando i piccoli passi che costituiscono l’unica strada per un risultato vero e duraturo.

    La parola chiave deve essere “insegnare ed educare” e non “prescrivere”. Il paziente deve avere la percezione del controllo e per questo è basilare aiutarlo ad acquisire capacità di autogestione e abilità decisionali.Prescrivere una dieta istruendo il paziente sulle nozioni corrette che stanno alla base della normale alimentazione è semplice ma non risolverà il problema.

    Una volta impostato il programma dietetico (educazione nutrizionale volta ad una dieta normocalorica bilanciata o schema dietetico ipocalorico bilanciato), l’efficacia del trattamento deve essere verificata con controlli clinici periodici effettuati dal medico, meglio se in collaborazione con un dietista, a scadenza non superiore a 6-8 settimane fino al raggiungimento dell’obiettivo e ogni 4-6 mesi per i successivi 3 anni. 
I controlli clinici periodici dovranno comprendere la misurazione dei valori antropometrici ed un’attenta valutazione della compliance del paziente e della sua famiglia agli interventi proposti, valorizzando i miglioramenti, evidenziando eventuali difficoltà, con disponibilità a modificare eventualmente l’approccio iniziale.”


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      Armband

      Il Sense Wear Armband è un rivoluzionario monitor multi-sensore, indossabile a “fascia” sul tricipite del braccio destro.

      Permette un monitoraggio continuo di variabili fisiologiche e di dati sull’attività fisica. Calcola ad esempio il dispendio energetico, il livello di attività motoria, rileva gli stati di sonno e veglia ed altri parametri quali il numero di passi, la temperatura esterna e quella della pelle, la conducibilità elettrica. Tutti parametri utili per la definizione del ritmo e della qualità della vita.

      Validato scientificamente da diversi lavori internazionali, questo rivoluzionario apparecchio permette di valutare l’eventuale livello di sedentarietà e di prescrivere di conseguenza, in maniera mirata, un programma di riabilitazione motoria.

      L’ Armband (poco più grande di un orologio digitale) viene programmato dai nostri tecnici con i vostri dati (peso, altezza, età, fumo) e inviato tramite corriere espresso. Ricevuto l’ Armband lo indosserete (si accende automaticamente a contatto con la pelle) per circa tre giorni. Si può togliere temporaneamente (si spegne da solo) per rimetterlo quando si è pronti a ricalcolare l’attività (dopo una doccia, etc.).

      Se interessati potete prenotare l’esame, che è possibile effettuare anche presso il vostro domicilio (su tutto il territorio nazionale) potete scrivere a  info@obesita.org oppure telefonare al numero 0415317638.

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        Telemedicina per la dietologia: l’efficacia della terapia a distanza

        Non tutti hanno la possibilità di frequentare con assiduità i centri specialistici durante la terapia. La telemedicina può rappresentare la soluzione ideale in questi casi.

        Molte persone, per svariati motivi di tipo logistico, geografico o personale, non hanno la possibilità di frequentare le visite settimanali previste dal programma per la gestione del peso corporeo o per la cura dei disturbi del comportamento alimentare.

        La telemedicina quindi  può rappresentare la soluzione ideale. Al di fuori dei necessari incontri di persona da effettuarsi inizialmente per la diagnosi e durante il percorso come controllo, le “visite” vengono svolte online  Questo tipo di trattamento utilizza l’invio di materiale teorico-informativo, e questionari che il paziente compila e il terapeuta supervisiona, in modo da ricreare uno spazio di dialogo terapeutico e  di cura psicomportamentale con la persona.

        L’esperienza della terapia online, effettuata con numerosi pazienti, si è rivelata molto efficace, a volte in misura maggiore rispetto alla terapia “tradizionale”. Come riferiscono anche le persone stesse che hanno sperimentato tale modalità, vi sono alcuni aspetti da sottolineare che caratterizzano questo canale terapeutico, e che concorrono ad ottenere risultati positivi. Innanzitutto, viene promossa una valutazione del proprio stato di salute e di persona globale, cioè non monitorata solo attraverso i cambiamenti che avvengono sulla bilancia, bensì attraverso numerosi altri fattori che devono andare a comporre lo “stare bene”. Il fatto che il soggetto debba settimanalmente apportare una descrizione personale dell’andamento del programma, attraverso le risposte alle domande strutturate, comporta un’attivazione mentale e un impegno che lo rendono protagonista della cura: il nucleo della terapia diviene così man mano non il medico o la dieta, ma la persona stessa. Quest’ultima è così stimolata su aspetti fondamentali: l’autonomia, l’autoconsapevolezza, la gestione responsabile e personale del programma, e viene spinta a conoscere e sfruttare al meglio le risorse di cui già dispone o che possono essere incrementate.

        Nell’esperienza dei pazienti che hanno utilizzato la terapia a distanza, è risultato inoltre terapeutico e motivante il fattore tempo. Il dover praticare l’atto dello scrivere il resoconto settimanale del programma, costringe a due azioni importanti: un’azione di tempo riflessivo, durante il quale ci si autovaluta, si fa il punto della situazione, si raccolgono le percezioni, le emozioni, i pensieri, i comportamenti, gli eventuali cambiamenti, gli obiettivi raggiunti e le difficoltà, si ascolta il proprio stato fisico e mentale; successivamente un tempo attivo in cui materialmente bisogna prendersi uno spazio per mettersi davanti al pc e scrivere (o leggere ciò che il terapeuta risponde), mettere al di fuori ciò che si è raccolto dentro di sé. Questo, a differenza della terapia verbale, consente di avere il tempo per pensare meglio a ciò che si vuole dire, per “ascoltarsi” e “guardarsi” con più calma e attenzione in relazione alle modificazioni, agli ostacoli o ai risultati. E ancora, attraverso il testo scritto, si elimina il disagio che a volte alcuni pazienti provano nel riferire di persona i propri comportamenti, stati d’animo o difficoltà.Tutte queste peculiarità della terapia a distanza sembrano influire assai positivamente sui risultati della terapia psiconutrizionale per il sovrappeso e l’obesità.

        Siamo tra i primi ambulatori italiani a utilizzare la telemedicina nell’ambito dietologico e psicologico.

        Abbiamo realizzato una piattaforma dedicata alla telemedicina già nel 2004

        Consulenza nutrizionale online

        Recentemente vista l’emergenza COVID, alle persone, che sono impossibilitate a raggiungere il nostro Centro per effettuare la visita medica e gli esami diagnostici, offriamo la possibilità di una consulenza online limitata agli aspetti nutrizionali.

        E’ possibile pianificare il primo incontro con il Dott.Oliva via Zoom o Skype finalizzato ad analizzare la richiesta, il bisogno e l’eventuale percorso dietologico da effettuare sempre con la modalità a distanza.

        Viene costruito un percorso adattato alle esigenze e problematiche individuali.

        Sono previste sessioni interattive, invio di materiale didattico e utilizzo di strumenti di lavoro.

        Ciclo di consulenza che prevede 10 incontri online, l’invio di materiale didattico, supervisione in Equipe.

        Costo 850 euro

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          La percezione del proprio corpo si può modificare

          Grazie ad un recente studio di Psychology Today sembra che la risposta possa essere affermativa. Ecco qui di seguito alcuni suggerimenti utili nel tentativo di migliorare la propria immagine corporea.

          • Sensibilizzarsi a criteri di autostima che vadano oltre l’apparenza fisica e che valorizzino altre caratteristiche e modalità di affermazione del proprio successo.
          • Cercare di apprezzare il proprio corpo, per esempio valutandolo per la sua capacità di funzionamento.
          • Dedicarsi ad attività che possano favorire lo stare bene con se stessi: attività sportive, hobby, ecc.
          • Ridurre l’esposizione ad immagini dannose provenienti dai mass media, per esempio cercando di limitare il tempo passato a sfogliare riviste di moda.
          • Dedicarsi all’esercizio fisico con aspettative diverse da quelle esclusivamente legate al calo di peso e al miglioramento delle forme corporee.
          • Identificare ed eliminare i pensieri negativi riguardanti il proprio corpo; Sia le ricerche che le esperienze cliniche hanno largamente dimostrato che sentirsi a proprio agio con il proprio corpo presenta dei vantaggi anche se l’individuo non corrisponde agli ideali culturali di bellezza,

          Sia le ricerche che le esperienze cliniche hanno largamente dimostrato che sentirsi a proprio agio con il proprio corpo presenta dei vantaggi anche se l’individuo non corrisponde agli ideali culturali di bellezza.

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            Contapassi: un alleato contro la sedentarietà

            Il contapassi è uno strumento che misura il numero di passi giornalieri ed è utile per controllare il grado di sedentarietà e spronare il soggetto a mantenere costanti i livelli di attività giornaliera.

            E’ economico e poco ingombrante e dopo averlo tarato in base alla lunghezza del proprio passo. Va allacciato alla cintura, al polso o tenuto semplicemente in tasca al mattino e tolto la sera, prima di coricarsi, in modo tale da considerare tutti gli spostamenti effettuati nell’intera giornata comprensivi dell’attività motoria spontanea (movimenti di routine es. a lavoro, tragitto casa-ufficio/scuola) e strutturata (camminata a passo sostenuto).

            Il numero dei passi giornalieri è correlato ad un incremento del dispendio energetico :

            • 5000 passi  aumentano del 5% il dispendio energetico
            • 10000 passi aumentano del 10% il dispendio energetico
            • 15000 passi aumentano del 30 % il dispendio energetico

            I 5000 passi che separano i 10000 dall’obiettivo sono quelli che fanno la differenza!

            Per raggiungere i 15000 passi al giorno si consiglia di programmare tre step fissando degli obiettivi, ad esempio 5000 prima del pranzo , 5000 passi prima della cena e 5000 prima di andare a letto.

            Le tre letture sono di aiuto per aumentare la consapevolezza ed il proposito di migliorarsi.

            In commercio sono disponibili diversi modelli, da quelli colorati e dalle cover intercambiabili ai più tecnologici e ricchi di funzioni. Quasi tutti i modelli ormai sono sincronizzabili con il proprio smartphone  o pc, in modo da poter analizzare al dettaglio le diverse funzioni, gestire i dati ed aggregarli secondo le proprie individuali finalità.

            Gli smartphone di ultima generazione contengono al proprio interno delle applicazioni che trasformano il dispositivo in un autentico contapassi e anche quest’ultimo rappresenta un’ottima alternativa, a patto però che lo tenga sempre addosso per registrare tutti gli spostamenti.


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              Il reflusso gastroesofageo

              Il reflusso gastroesofageo è un fastidioso fenomeno collegato a comportamenti alimentari e stli di vita scorretti o ad alcuni stati fisiologici e/o patologie. Si può tuttavia contrastare e ridurre con alcuni accorgimenti che aiutano ad alleviarne il fastidio.

              Il reflusso gastroesofageo consiste nel rigurgito del contenuto gastrico nell’esofago di cui il bruciore è il sintomo più frequente. Questo fenomeno può dare luogo a esofagite, ulcerazioni, emorragie, stenosi ed esofago di Barrett.

              Quando lo sfintere esofageo inferiore, che ha il compito di evitare il reflusso di contenuto gastrico tramite la sua contrazione, non riesce a mantenere una pressione sufficiente, aumentano le probabilità di reflusso.

              Fattori ormonali, meccanici, farmacologici e dietetici regolano i livelli pressori dello sfintere, pertanto esistono comportamenti nocivi da evitare in soggetti affetti da reflusso esofageo:

              • fumo di sigaretta
              • alcool
              • alimenti ricchi di grassi
              • cibi ricchi di metilxantine: cioccolato, tè, coca-cola, caffè (normale e decaffeinato)
              • carminativi (oli di menta piperita, aglio, cipolle, cannella)

              Alcuni cibi hanno un effetto irritante diretto sulla mucosa esofagea:

              • succo di limone, frutti aciduli e pomodoro
              • bevande gassate
              • cibi troppo sapidi o speziati
              • cibi troppo caldi o troppo freddi che accentuano gli spasmi esofagei

              Alcuni stati particolari favoriscono il reflusso esofageo: la gravidanza, l’obesità e la posizione clinostatica per aumento della pressione intraddominale.

              Sono da evitare pasti abbondanti perché aumentano la pressione gastrica sullo sfintere esofageo e ridurre i cibi che possono provocare aerogastria (presenza di aria nello stomaco) e flautolenza (leguminose e brassicacee come cavoli, broccoli…)

              Evitare la pinotrogondria: non bere troppo durante i pasti.

              Pertanto le raccomandazioni sono:

              • raggiungere un peso corporeo ideale
              • evitare pasti abbondanti
              • bere moderatamente durante i pasti
              • non assumere cibi nelle 2 ore prima di coricarsi
              • evitare i cibi che possono diminuire il tono dello sfintere esofageo (alcool, grassi, cioccolato, ecc.)
              • evitare i cibi che possono irritare la mucosa esofagea

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                Se vuoi dimagrire devi sapere che…

                La dieta dimagrante nel senso convenzionale del termine nel lungo periodo è sicuramente perdente. Impone all’organismo una restrizione calorica e di carboidrati che innesca l’inevitabile perdita di controllo e il recupero dei chili perso.

                Che fare per non attivare questo meccanismo?

                Misurare il proprio metabolismo

                E sapere esattamente quante calorie bisogna assumere per non attivare questo meccanismo.

                • Mettersi a dieta significa fare una scelta di salute. Iniziare un percorso per la vita. Non doversi più trovare ad un bivio decisionale se stare o non stare a dieta. Investire nel lungo periodo perché le nostre diventino delle abitudini definitive. Il migliore alleato è il tempo e non esistono scorciatoie.
                • E’ utile sostituire l’idea della dieta con il proposito di muoverti il più possibile. Senza un’attivita motoria giornaliera adeguata e un’attività fisica programmata non è possibile controllare il peso corporeo.
                • Bisogna allenarsi alla propria normalità fatta di regole ma anche di trasgressione. Allenarsi alla regola perché questa diventi un’ abitudine. Allenarsi a tornare alla regola dopo la trasgressione cercando di non viverla coma la fine della dieta ma come la giusta pausa, il meritato riposo che serve per ricaricarsi e farci partire più in forma di prima.
                • Bisogna prima curare l’obeso, la mente, i pensieri e di conseguenza curare l’obesità, i chili, la malattia.
                • E’ utile cercare di avere per sempre delle attenzioni verso un’alimentazione sana fatta della giusta quantità di cibo ma magro e del giusto movimento quotidiano che mette in moto tutta una serie di reazioni metaboliche che favoriscono la perdita e il mantenimento del peso perso.
                • Conviene dimagrire perché aiuta a vivere meglio in un mondo dove magro è bello e, soprattutto, sano e fonte di benessere psicofisico. Se stiamo bene con noi stessi stiamo meglio con gli altri.
                • Devi cercare di evitare la fame e devi allenarti a sentire la sazietà . La prima ti fa perdere il controllo la seconda ti dà la tranquillità e la capacità di saperti gestire.
                • Se non assumi quello che ti serve il tuo fisico fa di tutto per farti assumere cibo. Alla mancanza di ossigeno e di acqua non puoi resistere specialmente se hai la disponibilità o la possibilità di respirare, o bere. Lo stesso succede quando privi il tuo fisico del cibo che gli serve. Non sei tu che sei debole ma è l’istinto della sopravvivenza. La vita è possibile solo in presenza di acqua, ossigeno ed energia. Non devi, quindi, fare mai diete standard non elaborate su misura: è come pretendere che un vestito ti calzi bene se non è della tua taglia.
                • Il fallimento ti fa sentire in colpa, fallito e depresso mentre riuscire a fare anche piccoli passi ti carica, ti rende sereno.
                • Se scegli la salute il percorso lo valuterai non solo con la bilancia ma per come ti senti, ti vedi e per tutti gli obiettivi che riesci a raggiungere. Valorizzare gli obiettivi raggiunti aiuta a mantenere nel tempo il peso raggiunto.

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                  Obesità: andare oltre il BMI

                  Basarsi solo sul BMI per valutare la presenza o meno di obesità in un soggetto può essere fuorviante e spesso risultare erroneo. Ulteriori accertamenti diagnostici e misurazioni basate su altri dati possono contribuire a dare una risposta chiara e univoca.

                  L’obesità è una condizione clinica caratterizzata da un eccesso di peso corporeo per un eccessivo accumulo di massa grassa, in grado di indurre un aumento significativo dei rischi per la salute.

                  Fattori genetici e ambientali sono implicati nella patogenesi di tale disturbo. In particolare, nella maggior parte dei casi l’obesità è causata da stili di vita scorretti, come un’alimentazione ipercalorica e un ridotto dispendio energetico a causa di inattività fisica.

                  L’obesità si associa ad un aumento della morbilità per ipertensione, dislipidemia, coronaropatia, diabete mellito tipo 2, ictus, apnea notturna e cancro in varie sedi (mammella, endometrio, colon e prostata).

                  La principale complicanza è rappresentata dall’eccesso di morbilità cardiovascolare, soprattutto quando l’obesità si associa a ipertensione, diabete e dislipidemia come nella sindrome metabolica.

                  L’Indice di Massa Corporea (IMC o BMI – Body Mass Index) è il metodo più ampiamente utilizzato per classificare l’obesità, ed è il valore numerico che si ottiene dividendo il peso corporeo (espresso in Kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce sovrappeso la condizione nella quale l’IMC è uguale o superiore a 25 fino a 29.99, ed obesità quando l’IMC è uguale o superiore a 30.

                  Nello specifico si distinguono tre gradi di obesità:

                  • obesità di I° grado (IMC 30-34.99)
                  • obesità di II° grado (IMC 35-39.99)
                  • obesità di III° grado (IMC ≥ 40)

                  Per la sua semplicità e rapidità d’uso, il BMI è un valido indice di rischio di morbilità e mortalità per osservazioni di popolazione ma, nonostante esso sia lo strumento più comunemente utilizzato per valutare l’obesità, a livello individuale non può essere considerato un valido indicatore della quantità di tessuto adiposo principalmente perché il suo numeratore (peso corporeo in Kg) non esprime solo la massa grassa dell’individuo ma anche la massa magra, comprensiva di massa muscolare, massa cellulare, acqua corporea e massa ossea.

                  Per questo motivo, nel tempo sono stati fatti vari tentativi per superare la definizione di obesità basata solo sul BMI.

                  Alcuni autori hanno proposto di classificare l’obesità in base alla percentuale di massa grassa del soggetto: tra questi, Deurenberg definisce obesità una condizione in cui la massa grassa sia ≥ 35% nelle donne e ≥ 25% negli uomini (Deurenberg P et al, 1988), mentre Heo considera come cut-off 39.9 % nelle donne e 27.5% negli uomini (Heo M et al, 2012).

                  Nella pratica clinica infatti, possiamo incontrare pazienti normopeso ma con massa grassa elevata e con due o più anomalie metaboliche (alterato metabolismo glucidico, dislipidemia, ipertensione…) che determinano un rischio cardiovascolare pari ai soggetti con BMI > 30.

                  Nell’ottica di rivedere la definizione di obesità, Aung et al nel 2014, confermando quanto detto in precedenza da Deurenberg e Heo, hanno definito tali soggetti “soggetti normopeso ma metabolicamente obesi”, aprendo le porte ad un’ulteriore definizione di obesità basata sul BMI del soggetto associato o meno alla presenza di morbilità obesità-correlate.

                  Chang Y et al infatti, nel 2014 hanno definito “obesità benigna” la condizione in cui il BMI > 30 non è associato ad alcun componente della sindrome metabolica (“pazienti obesi metabolicamente sani”); tale condizione è però transitoria e alla lunga aumenta lo stesso il rischio cardiovascolare (Kramer C et al, 2013).

                  Raramente, vi sono invece condizioni in cui l’essere obesi è protettivo e aumenta la sopravvivenza, come ad esempio in caso di diabete, ipertensione, ictus e paziente chirurgico: Luis Gruberg et al nel 2002 per la prima volta definirono tale situazione “paradosso obesità”.
                  In questo contesto la classificazione di Edmonton è un primo tentativo per passare oltre alla definizione classica basata solo sul BMI, ma sono necessari ulteriori studi clinici per validare tale scala. Edmonton nella sua scala classifica i pazienti obesi (BMI ≥ 30) in base alla condizione clinica.

                  Proposed Edmonton Obesity Staging System (EOSS), per pazienti con BMI ≥ 30

                  Stadio 0: il paziente non presenta fattori di rischio legati all’obesità (ad es. ipertensione, dislipidemia, alterato metabolismo glucidico…), non ha sintomi fisici, non ha limitazioni funzionali e/o una riduzione della qualità di vita.
                  Stadio 1: il paziente ha subcliniche morbilità obesità-correlate (ad es. ipertensione borderline, alterati enzimi di funzionalità epatica, ridotta tolleranza ai carboidrati…), lievi sintomi fisici (ad es. dispnea dopo esercizio fisico moderato, fatica…), lievi limitazioni funzionali o lieve riduzione della qualità di vita.
                  Stadio 2: il paziente ha patologie croniche legate all’obesità (ad es. ipertensione, diabete mellito tipo 2, apnee notturne, osteoartrite…), moderate limitazioni nelle attività quotidiane o una moderata riduzione della qualità di vita.
                  Stadio 3: il paziente ha danni d’organo come infarto del miocardio, scompenso cardiaco, complicanze diabetiche, osteoartrite invalidante, moderate psicopatologie e significativa limitazione funzionale e della qualità di vita.
                  Stadio 4: il paziente ha severe disabilità, potenzialmente terminali, dovute a patologie croniche legate all’obesità, severe psicopatologie e severe limitazioni e/o una severa riduzione della qualità di vita.

                  Visti i numerosi fenotipi con i quali l’obesità si può manifestare, possiamo concludere affermando che nonostante il BMI sia il più comune metodo utilizzato per classificare l’obesità, esso è limitativo e l’obesità classificata solo sulla base del BMI non può essere definita una patologia in sé senza prima aver effettuato ulteriori accertamenti clinici volti a valutare lo stato metabolico del paziente.


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                    Emozioni, stress e cibo

                    Le emozioni, lo stress e il cibo fanno parte integrante della vita di tutti i giorni ma per alcune persone diventano dei valichi da attenuare, superare e poi sconfiggere. 

                    Sembra quasi una lotta che dura da tempo e dalla quale non si riesce a trovare una via d’uscita.

                    Trovare l’equilibrio significa investire del tempo verso se stessi, fermarsi a riflettere, chiedere aiuto per trovare risposte diverse da quelle abituali e dalle quali si è bloccati.
                    Lo stretto rapporto tra emozione e cibo fa riferimento allo stato d’animo nel quale ci si trova e dal quale si cerca di uscire vedendo come unica strategia il cibo.

                    Visioni semplicistiche, visioni individuali e pensate come assolutamente inspiegabili e immodificabili.

                    Ci sono dei meccanismi che mantengono dei pensieri distorti relativi al cibo e a sè stessi, delle preoccupazioni per le forme e il peso corporeo, dei comportamenti incontrollabili, ma tutto ciò può avere una spiegazione.

                    Si parla tanto di autostima, di controllo degli impulsi, di consapevolezza, ma prendere atto di questo e poi riuscire a lavorare e porsi degli obiettivi raggiungibili verso se stessi è un impegno.

                    E chi ha voglia di impegnarsi in un mondo frenetico come il nostro?

                    Bisogna prima di tutto darsi fiducia, lasciarsi aiutare e soprattutto saper chiedere aiuto. 

La chiave sta dentro ogni persona, proprio quella persona che deve riuscire a trovare l’equilibrio alimentare, l’equilibrio comunicativo e quello emotivo.

                    Dare una possibilità a se stessi di potersi modificare e migliorare costituisce  già il primo e fondamentale passo.


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