Binge Eating Disorder: quale terapia

Il trattamento più efficace nella cura del disturbo da alimentazione incontrollata è la terapia psiconutrizionale interdisciplinare che è in grado di determinare una diminuzione importante o la scomparsa delle abbuffate in tempi molto brevi.

Il trattamento più efficace nella cura del disturbo da alimentazione incontrollata è la terapia psiconutrizionale interdisciplinare che è in grado di determinare una diminuzione importante o la scomparsa delle abbuffate in tempi molto brevi.

Nel Centro di Mestre viene proposto questo modello di terapia da diversi anni riscontrando sempre più frequentemente la risoluzione della sintomatologia e la conseguente gestione del peso corporeo. Questo modello di terapia bio-psico-sociale affronta tutti gli aspetti che causano e perpetuano il disturbo.

E’ il disturbo alimentare più frequente e quello che si cura più facilmente.

Il primo passo da fare è uscire dall’isolamento e chiedere aiuto possibilmente rivolgendosi ad una Struttura Sanitaria dove operano in sinergia medici, psicologi e dietisti.

Scegli di volerti bene affidandoti a professionisti esperti che possano guidarti in questo affascinante e innovativo percorso

Proponiamo tre differenti percorsi, dopo un’attenta valutazione della della domanda di cura.

il primo si concentra principalmente sugli aspetti nutrizionali ( “dieta saziante”, ” normalità dietologia”)

Il secondo si indirizza sulla gestione delle emozioni causa e conseguenza delle abbuffate(noia, rabbia,colpa)

Il terzo percorso prevede la contemporanea gestione degli aspetti nutrizionali ed emozionali.


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    Obesità infantile e bambini sovrappeso: i dati

    L’Italia è ai primi posti in Europa per il numero di bambini in sovrappeso e i dati sono destinati a peggiorare in quanto in Europa il sovrappeso in età scolare cresce al ritmo di circa 400.000 casi l’anno.



    L’Italia è ai primi posti in Europa per il numero di bambini in sovrappeso e i dati sono destinati a peggiorare in quanto in Europa il sovrappeso in età scolare cresce al ritmo di circa 400.000 casi l’anno.

 Dal 30 al 60% dei bambini obesi mantengono l’eccesso ponderale in età adulta e presentano, più frequentemente del previsto, alterazioni metaboliche e complicanze rispetto all’obesità che si manifesta in età adulta.

    L’adulto che è obeso fin dall’età evolutiva avrà un maggior rischio di mortalità e morbilità rispetto ad un suo pari che non era obeso quando era bambino.

    Inoltre nel contesto culturale dei paesi occidentali il bambino obeso può sviluppare un disagio psicologico che può contribuire all’instaurarsi di un Disturbo del Comportamento Alimentare (è stato stimato che in età pediatrica i D.C.A. siano presenti per il 3-5%).

    L’obesità infantile rappresenta un fattore predittivo di obesità nell’età adulta in quanto i principali determinanti dell’obesità dipendono da stili di vita e comportamenti che si instaurano nell’età evolutiva, quali l’aumentato contenuto energetico della dieta e l’acquisizione di stili di vita sedentari.

    I dati ISTAT, comunque, evidenziano come nel nostro paese il 24% dei ragazzi tra i 6 i 17 anni presenti un eccesso ponderale, fenomeno che sembra interessare le fasce di età più basse ed essere più frequente nelle regioni del Sud Italia.

    Da un’indagine condotta dall’ISS (Istituto nazionale di Epidemiologia) nel 2008 ed effettuata su un campione rappresentativo di bambini frequentanti la terza classe della Scuola primaria (8 anni) è emerso che:

    La prevalenza di sovrappeso ed obesità è risultata molto elevata a livello nazionale:

    • il 23,2% dei bambini è sovrappeso
    • il 12% dei bambini è obesoPiù di 1 bambino su 3, dunque, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età. Riportando questi valori a tutta la popolazione di bambini di età 6-11 anni si arriva a una stima di più di 1 milione di bambini in sovrappeso o obesi in ItaliaDati derivanti dallo studio “Okkio alla salute” che aveva come scopo quello di definire un sistema di monitoraggio dello stato ponderale, delle abitudini alimentari e dell’attività fisica nei bambini delle scuole primarie (6-10 anni) in grado di fornire dati epidemiologici accurati e confrontabili tra le diverse realtà regionali e locali.(Fonte: www.salute.gov.it)

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      Il pensiero dietologico

      I chili di troppo, si sa, si vorrebbe svanissero all’improvviso: i famosi sette chili in sette giorni, anche se appartengono al mondo dei sogni, spesso diventano una meta irraggiungibile e quindi frustrante per chi continua a sognare a occhi aperti.

      I chili di troppo, si sa, si vorrebbe svanissero all’improvviso: i famosi sette chili in sette giorni, anche se appartengono al mondo dei sogni, spesso diventano una meta irraggiungibile e quindi frustrante per chi continua a sognare a occhi aperti.

      La realtà dietologica corretta è però diversa perché si basa sul lungo periodo e bandisce le diete rigide.

      Essere magri ed esserlo per sempre è possibile solo se si punterà su un pensiero dietologico corretto e non sull’imposizione di regole alimentari rigide, spesso fantasiose e prive di qualsiasi valore scientifico.

      Per pensiero dietologico si intende l’insieme di idee, convinzioni e comportamenti che, se corretti, ci permettono di raggiungere e mantenere per sempre non solo il peso corporeo ma anche e soprattutto quel giusto equilibrio che rispecchia il nostro benessere psicofisico.

      La certezza della perdita di peso nel lungo periodo ci permetterà di puntare non più su una dieta ma ad un comportamento alimentare che dovrà essere basato sul controllo; pertanto il programma dimagrante prevederà sì la dieta intesa come regola ma anche la trasgressione, ossia il potersi concedere ogni tanto quel cibo o quei cibi che sono in quel determinato momento importanti da assumere.

      La differenza sostanziale, in questo diverso modo di affrontare la sfida ai chili di troppo, sta nel fatto che la dieta rigida senza la possibilità di trasgredire è destinata ad essere interrotta in un periodo più o meno breve.

      L’interruzione che ne consegue, darà inizio ad un periodo di incapacità a controllare l’assunzione di cibo che annullerà immediatamente l’effetto della dieta appena conclusa.

      Il programma basato sull’autocontrollo potenzierà, invece, la capacità di gestione del cibo, che si tradurrà nella non perdita del controllo e quindi nel mantenimento del risultato ottenuto.

       


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        I sensi di colpa nella dieta: impariamo a gestirli

        Ogni qual volta ci si propone di iniziare e portare a termine una dieta rigida, alla fine si finisce sempre per mangiare quei cibi proibiti, anche se ci si era proposto di non farlo più.

        E’ la restrizione cognitiva ovvero il proposito di rispetta una Legge dietologica ferrea, senza dare ascolto al nostro Desiderio, che innesca i Sensi di colpa

        Ogni qual volta ci si propone di iniziare e portare a termine una dieta rigida, alla fine si finisce sempre per mangiare quei cibi proibiti, anche se ci si era proposto di non farlo più.

        Ed ecco che dopo averli mangiati  scattano immediatamente i sensi di colpa: si sperimenta il fallimento e insorge uno stato depressivo che ci porta, ahinoi, a consolarci con altro cibo.

        Altro cibo che segna però l’inizio di un altro periodo senza controllo con la conseguenza di un repentino aumento di peso che accentuerà la nostra depressione, e di conseguenza il nostro fallimento.

        Si inizierà nuovamente a mangiare senza controllo, abbandonando l’idea della dieta perché solo cosi, almeno apparentemente, si pensa di stare meglio.

        “Non sono a dieta, quindi posso mangiare sperando in un’altra dieta, in un altro tentativo dietologico”

        Dimentichiamo però che ogni tentativo dietologico sarà per forza di cose fallimentare se non cambierò il modo di rapportarmi con il cibo, adottando un modo di pensare dietologico per non fallire ulteriormente.

        E’ sbagliato il principio: il pensiero cioè della dieta rigida, senza possibilità di trasgressione.

        La capacità di sapere trasgredire, infatti, non innesca i sensi di colpa e la spirale quindi di pensieri e comportamenti che ci portano a mangiare sempre di più e sempre senza controllo.

        La maggiore assunzione di cibo ci porterà da una parte al fallimento del tentativo dimagrante e dall’altra a sviluppare a livello psicologico pensieri fallimentari che sono essi stessi causa di ricerca di cibo e quindi di aumento di peso.

        Questa esperienza ripetuta nel tempo può portare ad un’incapacità di iniziare un’altra dieta e quindi all’apparente accettazione cronica dei chili di troppo.

        Nasce in questo modo l’obesità cronica di tipo psicogeno, ma la sua insorgenza può essere evitata e bloccata in tempo, oppure curata.

        C’è sempre un modo per uscire dal circolo vizioso che porta al desiderio di dimagrire, al fallimento, e al recupero dei chili persi. Bisogna cambiare testa ma è importante anche cambiare l’approccio alla dieta stessa: da una dieta dimagrante, bisogna spostare il focus verso una dieta funzionale.


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          Calcolo del metabolismo basale: la calorimetria

          La calorimetria misura il dispendio energetico a riposo REE (Resting Energy Expenditure) ovvero la quantità di calorie necessarie per lo svolgimento delle funzioni vitali.

          È indispensabile conoscere tale valore per impostare un piano dietetico mirato alle esigenze nutrizionali individuali.

          La maggior parte delle persone in sovrappeso può perdere peso con una dieta pari al Metabolismo misurato.

          Il Metabolismo basale può essere misurato attraverso la calorimetria diretta (camera calorimetrica) oppure tramite quella indiretta (calorimetro). Il termine calorimetria significa letteralmente misura del calore come effetto di reazioni biochimiche che avvengono all’interno dell’organismo.

          La calorimetria diretta permette di valutare la spesa energetica a partire dalla misurazione della dispersione di calore di un soggetto posto all’interno di una stanza adeguatamente attrezzata. Purtroppo gli alti costi ne limitano notevolmente l’impiego che è generalmente confinato alla convalida di altre metodiche.

          La calorimetria indiretta è la metodica che consente di valutare la spesa energetica attraverso la misurazione delle variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nei gas respiratori e di calcolare inoltre l’ossidazione dei substrati energetici (glucidi, lipidi, protidi).

          Il primo calorimetro diretto, ovvero la camera calorimetrica, (una camera isolata termicamente dove il soggetto è libero di muoversi), fu costruito dai professori Atwater (chimico) e Rosa (fisico) nel 1890.

          Nei primi del ’900 furono costruite apparecchiature a misura indiretta tramite cioè la misurazione dei gas respiratori che venivano raccolti in sacche (famosa quella di Douglas utilizzato anche oggi) o l’ utilizzo di spirometria a cui erano collegati analizzatori dei gas respiratori; apparecchiature complesse che venivano per lo più utilizzate a scopo di ricerca.

          Con la più recente tecnologia nel campo dei microprocessori è oggi possibile estendere l’utilizzo dal campo della ricerca al campo clinico.

          Apparecchiature di più semplice utilizzo e maggiore precisione consentono di misurare il dispendio energetico con un esame che impegna il soggetto per circa 20-30 minuti.


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            Il BMI, calcola il tuo bmi

            Misurare il BMI rappresenta il metodo ad oggi più diffuso e utilizzato per la classificazione della popolazione in normopeso, sottopeso e sovrappeso e per la valutazione degli eventuali rischi correlati. Tuttavia è bene conoscere da cosa è determinato questo valore e cosa influisce su di esso.

            Il BMI ( o IMC = Indice di massa corporea) è l’indicatore oggi più utilizzato nella valutazione clinica e nella classificazione del Sovrappeso e dell’Obesità.

            Il suo valore numerico si ottiene dal rapporto del peso espresso in Kg e l’altezza espressa in m al quadrato.

            Il BMI, nonostante sia un metodo di misurazione del grasso totale più accurato rispetto al peso corporeo considerato da solo, presenta tuttavia dei limiti di cui bisogna tenere conto:

            1. in presenza di soggetti con massa muscolare molto sviluppata, il valore del BMI tende a sovrastimare la presenza di grasso corporeo;
            2. in soggetti che hanno subito un’importante perdita muscolare (es. soggetti anziani o soggetti allettati per lunghi periodi di tempo) il BMI tende a sottostimare la quantità di grasso corporeo;
            3. in soggetti con statura inferiore ai 150 cm o superiore ai 200 cm il valore del BMI può corrispondere a erronee indicazioni di sottopeso e sovrappeso dei soggetti stessi.

            I ricercatori della Oxford University hanno recentemente aggiornato il calcolo del BMI con una nuova formula che individua la quantità di grasso effettiva del proprio corpo. Il metodo classico (peso/altezza al quadrato) corrisponde invece a un semplice calcolo matematico che risale al 1830, a cura dello scienziato belga Adolphe Quetelet.

            “Si tratta di una stima approssimativa che non tiene conto dei soggetti con altezze inferiori o superiori alla norma ” spiega Nick Trefethen docente di analisi numerica all’Universita’ di Oxford e autore del nuovo meccanismo di calcolo ”Il nostro algoritmo e’ invece preciso poiché  bilancia più accuratamente il peso con l’altezza”.

            Il nuovo calcolo, che presenta maggiori complessità rispetto al precedente si realizza cosi’:

            1,3 moltiplicato per il peso del soggetto; il risultato deve essere diviso per l’altezza, elevato a 2,5.

            ”Con il metodo classico le persone basse pensano di essere più magri del reale e i molto alti credono di essere più grassi di quanto non siano in realtà. Si tratta di un conto che andava bene in tempi in cui non esistevano i calcolatori. Col nuovo calcolo” precisa il matematico ”chi misura meno di 1 metro e 52 guadagna 1 punto di BMI (e risulterà quindi più grasso) chi si avvicina ai 2 metri di altezza perde 1 punto (risultando quindi al calcolo con meno grasso)”.

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              Oltre la dieta: un approccio globale all’obesità

              L’obesità è una patologia e come tale va curata da professionisti. Non con la privazione e la sofferenza, ma con un programma psiconutrizionale su misura, lento, ma efficace. E la trasgressione è ammessa, se controllata.

              Nella terapia dell’obesità, l’approccio medico tradizionale basato sulla restrizione calorica per un periodo  breve o medio, oltre al fallimento del mantenimento del peso raggiunto, può  causare concreti danni a carico della sfera psicologica e comportamentale: sensi di colpa, fallimento, bassa autostima, scarsa auto-efficacia, vergogna, depressione e incapacità di controllarsi che sfocia spesso nelle abbuffate e a volte anche nel vomito.

              Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI), corrispondente al Binge Eating Disorder (DED) degli anglosassoni è messo in relazione ai continui fallimenti da diete drastiche (sindrome dello Yo-Yo). L’imposizione di un controllo rigido porta inevitabilmente alla perdita di controllo con una conseguente assunzione calorica non programmata nè controllata.

              L’incapacità del rispetto del piano alimentare prescritto, vissuto con senso di vergogna, potenzia i pensieri di debolezza e di scarsa volontà già ampiamente sperimentati da soggetto obeso. Si instaurano in questo modo pensieri fallimentari e colpevolizzanti che compromettono la qualità della vita stessa. Riprovare a perdere peso diventa sempre più difficile e la possibilità di venirne fuori sfuma sempre di più, fino all’apparente accettazione dei detestabili chili di troppo.

              Mentre la società impone un modello di magrezza – sinonimo di bellezza ma anche di successo- sempre più lontano dal peso del normale corpo in salute  -l’obeso continua ad essere bersaglio della industria della dieta.

              Gli operatori sanitari hanno sempre più la consapevolezza della gravità della malattia ma a fatica riescono a trasmettere il messaggio della terapia che esiste ed è in grado di dare dei risultati stabili nel tempo.

              La terapia giusta – considerato il fallimento dietetico- va necessariamente oltre la dieta.

              Essa non guarda ai chili ma alla persona che è fatta di vissuti, idee e convinzioni che vanno quasi sempre bonificate e rieducate.

              E’ possibile modificare il proprio peso modificando la propria alimentazione che va rapportata ad una normalità e non ad una restrizione.

              Il dispendio energetico negli obesi è spesso o quasi sempre superiore al dispendio delle persone normopeso; basterebbe già questa convinzione per non far sentire l’obeso un diverso, uno sfortunato, uno che deve mangiare meno degli altri.

              L’assunzione di cibo normale è in grado di riportare i chili verso il peso sano ovvero verso quel peso che è giusto per quell’individuo fatto di chili ma anche di pensieri, comportamenti, idee e di un normale, raggiungbile stato di salute.

              Mangiare di più per mangiare di meno. Se si riesce a raggiungere la sazietà si riesce a controllarsi, ma se si stimola la fame allora la lotta diventa impari e ceramente si perde il controllo.

              E’ l’idea iniziale della dieta- ovvero della restrizione- che va contrastata.

              L’obiettivo primario della terapia dell’obesità non è la perdita di peso ma la capacità di controllarsi che si raggiunge sostituendo la dieta con la regola che prevede la tragressione. La trasgressione va preventivamente programmata e non è da evitare ma da inserire.

              La trasgressione – in un programma psicoeducazionale, va prescritta proprio perché soltanto abituandosi e allenandosi alla sua gestione si è in grado di sperimentare la piacevolezza del controllo.

              Provare il piacere di riuscire a controllarsi fa dell’obeso una persona che vede la possibilità di uscire dai suoi continui fallimenti e sensi di colpa.

              Si trasforma in questo modo il continuum fallimentare in un circolo virtuoso che partendo dalla capacità di gestione della trasgressione arriva alla non perdita di controllo e quindi al controllo dell’abbuffata. Questo rappresenta una forte iniezione di antidepressivo che diventa il volano di una serie di pensieri positivi che hanno come effetto l’acquisizione del controllo alimentare che porta alla perdita di peso e alla capacità di mantenerlo per sempre.

              E’ un percorso lungo, difficile ma possibile. La gestione di questo programma non può essere affidato al singolo individuo ma ad operatori specializzati (medico- dietista-psicologo) che si fanno carico della persona nella sua globalità.

              L’obesità è una malattia e come tale va curata da operatori sanitari. Il diabetico, l’iperteso, l’oncologico mai si sognano di curarsi da soli né mai nessun medico dirà loro “si curi ” come spesso l’obeso invece si sente dire “dimagrisca”. L’obeso oltre ai chili e ai problemi della vita di tutti i giorni non può farsi carico di certo anche della sua malattia.


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                Le 10 regole d’oro per dimagrire

                Da leggere e rileggere e tenere a mente ogni volta che vogliamo iniziare una dieta dimagrante. Non solo consigli, ma veri e propri trucchi per agevolare il dimagrimento e rendere più leggero l’impegno.

                Di seguito proponiamo quelle che possono essere individuate come le 10 regole d’oro per dimagrire in modo sano e duraturo nel tempo. Da fissare bene a mente e ricordarsi ogni volta che vogliamo iniziare con il piede giusto.

                1.  investi più sulla camminata ( almeno 30 minuti) che sulla dieta
                2. fai un’abbondante colazione possibilmente dopo aver camminato
                3. fai passare almeno 12 ore dalla cena alla prima colazione
                4. frazione la tua alimentazione in 5 pasti
                5. ogni giorno inserite un piatto a base di pasta o riso ( possibilmente integrale) e un piatto a base di carne magra o pesce alternativamente a pranzo e cena
                6. non escludere nessun gruppo alimentare
                7. concediti con parsimonia i cibi  preferiti anche quelli che notoriamente non sono da dieta
                8. limita  i cibi grassi e i condimenti
                9. mantieni un intestino regolare
                10. concediti del tempo, medita, ascoltati sii tollerante con te stesso.

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                  La trasgressione ci aiuta

                  Stare a dieta non significa soffrire. Non può, non deve essere un periodo di tristezza e privazioni. Al contrario, quel cibo che ci piace tanto può essere inserito nel piano dietetico in modo da controllarne l’assunzione ed equilibrarne le calorie.

                  Mettersi a dieta è spesso una decisione sofferta perché tornano alla mente tutti i fallimenti dietetici precedenti e spesso si prova, si tenta, si inizia una dieta sperando che sia la volta buona e soprattutto che sia l’ultima.

                  Quella che ci farà dimagrire una volta per tutte.
                  Così però non è, perché non lo è quasi mai quando si dimagrisce facendo una dieta rigida, quella cioè che ci impone uno schema fisso dal quale non bisogna assolutamente uscire.

                  Schema rigido, regole ferree e desiderio di cibo proibito, mettono a dura prova la nostra volontà. Nasce così la voglia di trasgressione, si perde il controllo e si entra in una fase di ’non dieta’ dove si ricomincia a mangiare o meglio a rimpinzarsi di cibo e, di cibo anche inutile. Si mangia senza controllo anche se ci si era ripromessi di non farlo più. Non ci si è riusciti e quindi ci si sente in colpa.

                  L’esperienza dei sensi di colpa, ripetuta nel tempo, porta all’instaurarsi e al perpetuarsi di pensieri fallimentari, depressivi che spesso sono essi stessi causa di una eccessiva ricerca di cibo, che porta inevitabilmente ad un aumento di peso.
                  Aumento di peso che di per sè è grave, ma forse sono di gravità maggiore i danni che questo ulteriore fallimento crea a livello psicologico.

                  Chi ha vissuto l’esperienza dei sensi di colpa sa bene come diventa sempre più difficile riprovare un’altra dieta. Nasce, allora, l’apparente accettazione del proprio aspetto fisico,dei propri detestabili chili di troppo; è questa apparente calma che nasconde travagli interiori e che porta all’appagamento del cibo, al mangiare senza controllo, alla non dieta. La non osservanza di nessuna regola ci fa vivere meglio perché solo così, se non esiste la regola, non può esserci la trasgressione.
                  Ma trasgredire non solo non va evitato ma diventa utile.

                  La trasgressione va prevista, controllata e contenuta, non evitata. Se posso trasgredire, la dieta diventa non più uno schema fisso fine a se stesso, ma uno strumento finalizzato a modificare lo stile di vita.
                  Il programma dimagrante che diventa anche e principalmente di mantenimento è dato dalla regola che prevede la trasgressione. Debbo cioè imparare a controllare l’assunzione di cibo allenandomi alla regola e alla gestione della trasgressione.

                  Il programma alimentare che prevede dieta e trasgressione apparentemente dà un dimagrimento di entità minore rispetto all’osservanza di una dieta da 800 calorie e ciò sicuramente avviene nelle prime settimane ma nel lungo periodo cioè dopo qualche mese, mentre la dieta da 800 calorie ha sì fatto perdere dei chili ma li ha fatti anche recuperare, il programma basato sul controllo alimentare avrà dato non solo una perdita di peso più o meno importante ma anche e principalmente una educazione alimentare e comportamentale. Questo avrà modificato il nostro modo di pensare dietologico, che ci permetterà di non cadere nella trappola dei sensi di colpa che ci portano verso un’obesità psicogena cronica o peggio ancora verso l’anoressia e la bulimia dove il vomito acquista un significato liberatorio sia del cibo che di quello che rappresenta.

                  Vanno evitati dunque tutti i metodi dimagranti che tendono a colpevolizzare chi -suo malgrado- non riesce a stare a dieta, va cercato viceversa chi può aiutarci ad acquisire un modo di pensare dietologico corretto che è fatto di conoscenze vere, scientifiche, rapportate sempre e solo alle proprie esigenze metaboliche. Solo un nutrizionista esperto può insegnarci a soddisfarle per sempre, perché solo così, potremo diventare magri e continuare ad esserlo fin quando ci andrà.


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                    Disturbo dell’immagine corporea

                    Il conflitto tra i mass media e la fisiologia umana porta inevitabilmente sempre più persone, soprattutto donne, ad essere insoddisfatte della propria immagine corporea.

                    È noto da tempo come il contesto culturale di appartenenza e i mass media siano elementi determinanti per la formazione degli ideali, delle convinzioni e delle aspettative dell’individuo, naturalmente anche quelle riguardanti l’immagine corporea, l’alimentazione e il peso.

                    Tuttavia, i protagonisti del mondo della moda e dello spettacolo offrono modelli estetici irrealizzabili da gran parte della popolazione, oltretutto celando le restrizioni alimentari, la costanza di esercizio fisico e le operazioni di trucco spesso indispensabili per ottenere il risultato estetico desiderato.

                    Così il conflitto tra i mass media e la fisiologia umana porta inevitabilmente sempre più persone, soprattutto donne, ad essere insoddisfatte della propria immagine corporea.

                    Ma, ancor più grave, questa cultura genera  nell’individuo una sensazione altamente marcata di inadeguatezza rispetto ai modelli estetici proposti, favorendo l’insinuarsi di un disturbo dell’immagine corporea che in realtà è indipendente dalla forma corporea stessa.

                    Il soggetto sviluppa una sensazione soggettiva di deformità o di difetto fisico per la quale ritiene di essere notato dagli altri, nonostante il suo aspetto rientri nei limiti della norma. Le conseguenze sono la messa in atto di strategie quali la restrizione alimentare, le condotte di eliminazione, l’iperattività fisica, ecc., il controllo eccessivo ed esasperato delle forme corporee e i tentativi esasperati di camuffare i difetti fisici fino anche ad intervenire chirurgicamente.

                    Si può modificare l’immagine corporea?

                    Grazie ad un recente studio della rivista Psychology Today sembra che la risposta possa essere affermativa. Ecco qui di seguito alcuni suggerimenti utili nel tentativo di migliorare la propria immagine corporea:

                    • sensibilizzarsi a criteri di autostima che vadano oltre l’apparenza fisica e che valorizzino altre caratteristiche e modalità di affermazione del proprio successo;
                    • cercare di apprezzare il proprio corpo, per esempio valutandolo per la sua capacità di funzionamento; dedicarsi ad attività che possano favorire lo stare bene con se stessi: attività sportive, hobby, ecc.; ridurre l’esposizione ad immagini dannose provenienti dai mass media, per esempio cercando di limitare il tempo passato a sfogliare riviste di moda; dedicarsi all’esercizio fisico con aspettative diverse da quelle esclusivamente legate al calo di peso e al miglioramento delle forme corporee; identificare ed eliminare i pensieri negativi riguardanti il proprio corpo.

                    Sia le ricerche che le esperienze cliniche hanno largamente dimostrato che sentirsi a proprio agio con il proprio corpo presenta innumerevoli vantaggi anche quando l’individuo non corrisponde agli ideali culturali di bellezza.


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