La regolazione dell’assunzione di cibo

È assodato che sulla regione dell’ipotalamo confluiscono una serie di segnali, esterni e interni, che modulano la sensazione di fame o sazietà in condizioni fisiologiche.

Alimentarsi è un comportamento complesso il cui controllo è affidato a componenti contingenti, come ad esempio la sensazione di fame o l’odore del cibo e a componenti consolidate nella sfera cognitiva del soggetto, come la memoria, i riflessi condizionati e le abitudini quotidiane.

L’insieme di questi fattori, cui contribuiscono anche le condizioni fisiche dell’organismo (termogenesi, glicemia ecc.), innesca nell’individuo l’approccio al cibo.

Quell’appagante senso di sazietà

Nella “cascata della sazietà” Bludell, autore di questo modello, raccoglie l’insieme di meccanismi sensoriali, cognitivi, post-ingestione e post-assorbimento che regolano il senso di fame e l’inibizione dell’alimentazione.

Il contatto del cibo con la cavità orale ingenera uno stimolo positivo per il comportamento alimentare, che viene inibito retroattivamente dalla sensazione degli alimenti giunti nello stomaco.

Questo meccanismo riflesso è fortemente influenzato dalle stimolazioni centrali che annullano gli automatismi che farebbero avvertire il senso di sazietà al punto da portare agli eccessi alimentari.

L’appetito è una funzione vitale così fondamentale la cui regolazione non può essere affidata a un singolo sistema. Anche se i meccanismi fini di questa regolazione non sono completamente noti in tutti i dettagli, è assodato che sulla regione dell’ipotalamo confluiscono una serie di segnali, esterni e interni, che modulano la sensazione di fame o sazietà in condizioni fisiologiche.

Il controllo dell’accumulo e dell’uso dell’energia nell’organismo umano è affidato anche a segnali che provengono dagli stessi adipociti.

Molecole come insulina e leptina agiscono centralmente per incrementare il dispendio energetico e ridurre l’introito alimentare.

Come tutti gli altri segnali a partenza viscerale già descritti, essi devono essere inquadrati in un contesto più ampio di meccanismi di regolazione.

I circuiti neuormonali coinvolti nella regolazione dell’assunzione di cibo sono diversi. Essi convogliano messaggi a provenienza viscerale (es. glucocettori, olfatto, vista ecc.) o a provenienza corticale (es. messaggi cognitivi, condizionamenti ecc.) sulle strutture ipotalamiche.

La somma di queste influenze, di inibizione o di stimolazione, ha come risultato la ricerca e l’assunzione (o il rifiuto) del cibo e un aumento o una diminuzione del dispendio energetico (regolato anch’esso pare dagli stessi centri ipotalamici che modulano l’appetito).

Riassumendo, le varie afferenze nervose vengono mediate da diversi neurotrasmettitori o sostanze a funzione eccitatoria o inibente.

Fra le seconde vi è la serotonina, la cui secrezione a livello sinaptico provoca l’inibizione dell’assunzione di cibo.
I farmaci serotoninergici, com’è d’altra parte noto, agiscono sul versante dell’assunzione dell’energia e possono aiutare a ristabilire fisiologiche abitudini alimentari, rendendo più precoce la sazietà.


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    Anoressia Nervosa – Criteri Diagnostici

    Analizziamo le caratteristiche che determinano il disturbo. Prima fra tutte il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per età e statura. E’ considerato sottopeso un individuo con un peso corporeo al di sotto dell’85% del peso normale per età e altezza.

    CRITERI DIAGNOSTICI

    (DSM IV; American Psychiatric Association, 1994)

    A) Rifiuto di mantenere un peso corporeo al di sopra del peso minimo normale per l’età e la statura (per esempio perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto; oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo di crescita in altezza, con la conseguenza che il peso corporeo resta al di sotto dell’85% di quello previsto).

    B) Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi anche quando si è sottopeso.

    C) Disturbo del modo in cui il soggetto ha esperienza del proprio peso e della forma del proprio corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sulla valutazione di se stesso (autostima), o negazione della gravità del sottopeso.

    D) Nelle donne dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

    A seconda del valore di BMI, possiamo suddividere l’anoressia nervosa in tre gradi di intensità:

    
Lieve: BMI ≥ 17

    Moderata: BMI 16- 16,99

    Severa: BMI 15-15,99 
Estrema: BMI < 15

    Panoramica diagnostica

    Analizziamo le caratteristiche che determinano il disturbo. Prima fra tutte il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per età e statura. E’ considerato sottopeso un individuo con un peso corporeo al di sotto dell’85% del peso normale per età e altezza. In alternativa è possibile fare riferimento all’indice della massa corporea (BMI, Body Mass Index) calcolato come rapporto tra peso in chilogrammi e quadrato dell’altezza espressa in metri, ponendo come limite minimo un BMI minore od uguale a 17,5.

    È inutile dire che il clinico deve valutare anche la costituzione e la storia anamnestica del peso corporeo di ogni singolo individuo nello stabilire un peso minimo normale.

    La perdita di peso è primariamente ottenuta riducendo la quantità totale di cibo assunta, secondariamente limitando a poco a poco le categorie dei cibi.

    In aggiunta possono essere messi in atto altri comportamenti allo scopo di perdere peso quali l’uso spropositato di lassativi, l’eccessiva attività fisica o il vomito autoindotto.

    Lo stato d’animo è spesso caratterizzato da intenso timore di acquistare peso o di diventare grassi anche quando si è sottopeso e si continua a dimagrire. Vi è inoltre quasi sempre un’alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso e/o la forma corporea, o un’eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o un rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso: questo è possibile perché spesso i soggetti presentano un’alterazione dell’immagine corporea per ciò che riguarda la loro forma e le loro dimensioni.

    Forti di queste convinzioni, la perdita di peso viene considerata come una straordinaria conquista e un segno di autodisciplina ferrea, mentre l’aumento diviene una perdita inaccettabile delle capacità di autocontrollo. È frequente, infine, nei soggetti di sesso femminile in fase post-puberale, l’amenorrea, ovvero l’assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

    Al momento attuale, l’anoressia si manifesta soprattutto nelle femmine (93% dei casi), mentre fino a dieci anni fa si riportavano indicazioni molto prossime al 99%: l’anoressia maschile è quindi una realtà in crescita. Le ricerche su campioni di diverse popolazioni hanno dimostrato incidenze che vanno da un caso su 800 ad uno su 100 ragazze di età tra i 12 e i 18 anni.

    L’anoressia nervosa si presenta all’inizio come il desiderio di intraprendere una dieta dimagrante da parte di persone, per la maggior parte donne, in leggero sovrappeso, che affermano di sentirsi notevolmente grasse. Accade che, al contrario delle molte persone che dopo poco perdono l’entusiasmo, questi soggetti continuano a seguire in modo inflessibile le norme dietetiche adottate e a restringere progressivamente l’alimentazione, noncuranti del decadimento fisico a cui questo regime li porta.

    All’inizio della dieta i soggetti provano una forte fame, ma imparano ben presto a controllare questo stimolo e a sentirsi per questo forti d’animo, come se lo spirito trionfasse sulla carne. Potremmo dire che imparano ad attribuire alla fame e al calo di peso un forte valore di rinforzo, mantenendo invece come punizione estrema l’immagine del proprio corpo gonfio e grasso. Vivono come umiliante la sensazione di alimentarsi, e come inconcepibile il fatto di essere viste mangiare.

    Il soggetto anoressico è proteso alla spiritualità e alla purezza, desidera attenzioni ma “guai all’essere toccato”. Sembra trarre dal proprio digiuno e dimagrimento una sferzata di energia, è attiva in tutti i campi, raramente sta seduta o ferma. L’obiettivo è di non cedere e di dimostrare sempre la propria forza. Vi è l’idea che se si è magri, si sarà accettati e si sarà onnipotenti.

    In realtà tutti i comportamenti che verranno attuati per raggiungere questi obiettivi non faranno che accrescere l’isolamento, il malessere e il senso di diversità.

    Il soggetto generalmente giunge all’osservazione medica sotto pressione dei familiari quando la perdita di peso si fa marcata. Se è il soggetto stesso a chiedere aiuto, di solito avviene per il disagio relativo alle conseguenze somatiche e psicologiche del disturbo: raramente, infatti, questi individui risultano preoccupati per il dimagrimento di per sé.

    Spesso, infatti, manca la consapevolezza della malattia, oppure questa viene fortemente negata cosicché gli individui divengono inaffidabili anche solo per la semplice raccolta anamnestica. E’ quindi necessario raccogliere informazioni dai familiari o da persone vicine al paziente al fine di valutare la reale entità della perdita di peso e le altre manifestazioni del disturbo.

    In base alla presenza o meno nell’episodio attuale di regolari abbuffate o di condotte di eliminazione si utilizzano due sottotipi:

    • Con restrizioni: quando il soggetto non presenta regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione. La perdita di peso è ottenuta soprattutto grazie alla dieta, il digiuno e l’attività fisica.
    • Con abbuffate e/o condotte di eliminazione: quando il soggetto presenta regolarmente abbuffate e/o condotte di eliminazione. In alcuni casi sono assenti le abbuffate, e il soggetto mette ugualmente in atto queste metodiche seppur ingerendo quantità minime di cibo.

    Manifestazioni e disturbi associati

    Quando gli individui affetti da anoressia nervosa raggiungono un peso molto basso possono presentare sintomi come depressione, ritiro sociale, insonnia, diminuito interesse per il sesso ed irritabilità.

    Per fare una diagnosi di disturbo dell’umore è necessario tuttavia che il soggetto soddisfi i criteri diagnostici anche dopo il parziale o totale recupero del peso corporeo.

    Altra caratteristica presente è la tendenza a sviluppare sintomi ossessivo-compulsivi, relativi o meno al rapporto col cibo. La diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo si può fare solamente se le ideazioni sono centrate su temi che non riguardano il cibo, la forma fisica o il peso. Altre manifestazioni associate all’anoressia nervosa sono il disagio nel mangiare in pubblico, la rigidità mentale, il bisogno di tenere sotto controllo l’ambiente circostante, i sentimenti di inadeguatezza e la ridotta spontaneità nei rapporti.

    Il sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione presenta più frequentemente tendenza a problemi di controllo degli impulsi e di conseguenza è più soggetto a sviluppare caratteristiche quali abuso di alcolici, labilità emotiva, eccessiva attività sessuale, ecc.


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      Anoressia nervosa: panoramica e diagnosi

      Una panoramica dell’anoressia nervosa consente di conoscere i sintomi e le caratteristiche di questo celebre disturbo alimentare, e di riconoscerne i sintomi prevenendone l’evoluzione nei soggetti a rischio.

      Tra le caratteristiche principali dell’anoressia nervosa c’è innanzitutto l’incapacità, o per meglio dire il rifiuto del soggetto di mantenere il proprio peso corporeo al di sopra o uguale  al peso minimo considerato normale per età e statura.

      Ricordiamo che viene considerato sottopeso un individuo con un peso corporeo al di sotto dell’85% del peso considerato normale per età e altezza.

      In alternativa è possibile fare riferimento all’indice di massa corporea (Body Mass Index) calcolato come rapporto tra peso in chilogrammi e quadrato dell’altezza espressa in metri, ponendo come limite minimo un BMI minore od uguale a 17,5. E’ inutile dire che il clinico deve valutare anche la costituzione e la storia anamnestica del peso corporeo di ogni singolo individuo nello stabilire un peso minimo normale.

      La perdita di peso è primariamente ottenuta riducendo la quantità totale di cibo assunta, secondariamente limitando a poco a poco le categorie dei cibi. Possono inoltre essere messi in atto altri comportamenti allo scopo di perdere peso quali l’uso spropositato di lassativi, l’eccessiva attività fisica o il vomito autoindotto.

      Lo stato d’animo è spesso caratterizzato da intenso timore di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso e si continua a dimagrire.

      Vi è inoltre quasi sempre o un’alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso e/o la forma corporea: o un’eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure un rifiuto ad ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso. Ciò è possibile perché spesso i soggetti presentano un’alterazione dell’immagine corporea per ciò che riguarda la loro forma e le loro dimensioni.

      Forti di queste convinzioni, la perdita di peso viene considerata come una straordinaria conquista e un segno di autodisciplina ferrea, mentre l’aumento diviene una perdita inaccettabile delle capacità di autocontrollo.

      E’ frequente infine nei soggetti di sesso femminile in fase post-puberale l’amenorrea, cioè l’assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

      Al momento attuale l’anoressia si manifesta soprattutto nelle femmine (93% dei casi), mentre fino a dieci anni fa si riportavano indicazioni molto prossime al 99%: l’anoressia maschile è quindi una realtà in crescita.

      Le ricerche su campioni di diverse popolazioni hanno dimostrato incidenze che vanno da un caso su 800 a uno su 100 ragazze di età tra i 12 e i 18 anni.

      L’anoressia nervosa si presenta all’inizio come il desiderio di intraprendere una dieta dimagrante da parte di persone, per la maggior parte donne, in leggero sovrappeso, che affermano di sentirsi notevolmente grasse. Accade che, al contrario delle molte persone che intraprendono diete dimagranti e dopo poco perdono l’entusiasmo, questi soggetti continuano a seguire in modo inflessibile le norme dietetiche adottate e a restringere progressivamente l’alimentazione, noncuranti del decadimento fisico cui questo regime li porta.

      All’inizio della dieta i soggetti provano una forte fame, ma imparano ben presto a controllare questo stimolo e a sentirsi per questo forti d’animo, come se lo spirito trionfasse sulla carne. Potremmo dire che imparano ad attribuire alla fame e al calo di peso un forte valore di rinforzo, mantenendo invece come punizione estrema l’immagine del proprio corpo gonfio e grasso. Vivono di conseguenza come umiliante la sensazione di sentirsi in colpa alimentandosi, e come inconcepibile il fatto di essere viste mangiare.

      Il soggetto anoressico è proteso alla spiritualità e alla purezza, desidera attenzioni ma guai all’essere toccato. Sembra trarre dal proprio digiuno e dimagrimento una sferzata di energia, è attiva in tutti i campi, raramente sta seduta o ferma. L’obiettivo è di non cedere e di dimostrare sempre la propria forza. Vi è l’idea che se si è magri, si sarà accettati e si sarà onnipotenti. In realtà tutti i comportamenti che verranno attuati per raggiungere questi obiettivi non faranno che accrescere l’isolamento, il malessere e il senso di diversità.

      Il soggetto generalmente giunge all’osservazione medica sotto pressione dei familiari quando la perdita di peso si fa marcata. Se è il soggetto stesso a chiedere aiuto, di solito avviene per il disagio relativo alle conseguenze somatiche e psicologiche del disturbo: raramente infatti questi individui risultano preoccupati per il dimagrimento di per sé. Spesso infatti manca la consapevolezza della malattia, oppure questa viene fortemente negata cosicché gli individui divengono inaffidabili anche solo per la semplice raccolta anamnestica. E’ quindo necessario raccogliere informazioni dai familiari o da persone vicine al paziente al fine di valutare la reale entità della perdita di peso e le altre manifestazioni del disturbo.

      In base alla presenza o meno nell’episodio attuale di regolari abbuffate o di condotte di eliminazione si utilizzano due sottotipi:

      • con restrizioni: quando il soggetto non presenta regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione. La perdita di peso è ottenuta soprattutto grazie alla dieta, il digiuno e l’attività fisica;
      • con abbuffate e/o condotte di eliminazione: quando il soggetto presenta regolarmente abbuffate e/o condotte di eliminazione. In alcuni casi sono assenti le abbuffate, e il soggetto mette ugualmente in atto queste metodiche seppur ingerendo quantità minime di cibo.

      Criteri diagnostici DSM5

      A. Restrizione dell’introito energetico rispetto al fabbisogno, che porta a un peso significativamente basso in relazione all’età, al sesso, alla fase di sviluppo e alla salute fisica. Si definisce peso significativamente basso quello inferiore al peso minimo ritenuto nella norma o, per quanto riguarda i bimbi e gli adolescenti, quello inferiore al peso minimo atteso.

      B. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, o comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche quando si ha un peso significativamente basso.

      C. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di peso basso.

      Due sottotipi:
      – Con Restrizioni durante gli ultimi tre mesi
      – Con Abbuffate/Condotte di Eliminazione durante gli ultimi tre mesi.

      Lieve: BMI ≥ 17
      Moderata: BMI 16- 16,99
      Severa: BMI 15-15,99
      Estrema: BMI < 15


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        Disturbi alimentari o somatoformi?

        I soggetti con disturbo alimentare, essendo caratterizzati dall’incapacità di riconoscere le proprie emozioni, esprimono ciò che provano attraverso il corpo

         Il disturbo somatoforme

        Mente e corpo sono due entità spesso considerate come separate che invece sono strettamente collegate e interdipendenti l’una dall’altra; la psiche rappresenta infatti una complessa funzione del nostro corpo inscindibile da esso, e insieme formano un unico sistema integrato, influenzato da fattori biologici, psicologici, sociali.

        Il soggetto esprime un disagio attraverso il corpo: un tentativo inconsapevole di gestire una situazione di conflitto utilizzando l’organismo o parti di esso.

        Molti disturbi hanno una matrice psichica come ad esempio alcune forme di allergia, intolleranze alimentari, herpes, cistiti, coliti, disturbi gastro-intestinali, sintomi pseudo-neurologici, bruxismo, asma, dolore cronico, emicranie, nevralgie, contratture muscolari, ecc.

        È comunque doveroso precisare che la somatizzazione di per sé non è necessariamente patologica, può essere considerata come una modalità di risposta alle sollecitazioni ed agli stress della vita: si parla di veri e propri disturbi quando l’intensità e la frequenza di questo tipo di reazione divengono tali da generare una compromissione significativa del funzionamento della persona, quando creano un eccessivo ricorso all’assistenza sanitaria, quando il problema diventa invalidante.

         

        Gessica Cervesato-psicoterapeuta-

         

         

        Dalla spesa alla tavola

        Fare la spesa in maniera consapevole e ragionata permette di guadagnare
        salute perché ciò che si acquista sarà ciò che si ritroverà a tavola, quindi
        una scelta sana a monte fa portare a casa un cibo sano.

        La dieta inizia al supermercato!

        Fare la spesa in maniera consapevole e ragionata permette di guadagnare
        salute perché ciò che si acquista sarà ciò che si ritroverà a tavola, quindi
        una scelta sana a monte fa portare a casa un cibo sano.
        Pertanto, quando si fa la spesa è utile adottare alcune strategie:
        • Comprare a stomaco pieno
        • Comprare con una lista preparata prima e pensando
        all’organizzazione di un pasto equilibrato
        • Non farsi tentare da maxi offerte (attenzione al binomio
        quantità-qualità)
        • Comprare cibo che richiede preparazione (evitare i cibi
        pronti)
        • Preferire prodotti freschi
        • Leggere con attenzione le etichette alimentari
        • Evitare di fare grandi provviste

         

        Preparazione del cibo

        • Non cucinare quando si ha molta fame
        • Evitare di assaggiare il cibo mentre si cucina: senza accorgersi si
        introducono calorie!
        • Cucinare con minor grassi possibili
        • Usare sempre olio a crudo, dopo cottura
        • Preparare il “soffritto” usando acqua, brodo vegetale o vino
        • Attenzione all’uso del sale
        • Insaporire gli alimenti utilizzando spezie (peperoncino, curry, etc.)
        ed erbe aromatiche (rosmarino, timo, alloro, prezzemolo, basilico)
        • Evitare la frittura e utilizzare metodi di cottura che non richiedano
        l’aggiunta di olio: alla griglia, al vapore, al forno, bollitura.

        Tratto da ETOS: manuale di educazione terapeutica orientata e strutturata
        Ambulatorio Dott. Oliva


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          Il rilassamento

          Il rilassamento è uno stato di calma e tranquillità, caratterizzato dalla mancanza di attivazione fisiologica (arousal) e dalla mancanza di ansia sia a livello fisico (tensione muscolare, tachicardia, irrequietezza, ecc.) che a livello mentale (pensieri che si affollano, paura, ecc.)

           

          L’essere umano ha bisogno di momenti di tranquillità e di pause, in quanto un sovraccarico continuo causa stress ed aumenta il rischio di sviluppare ansia e disturbi emotivi. Imparare una tecnica di rilassamento è molto importante per bilanciare le tensioni accumulate nella vita odierna e ricaricarsi. Gli obiettivi delle tecniche di rilassamento sono:

          • Aumento delle sensazioni di benessere
          • Abbassamento dell’eccitabilità (ansia, tachicardie)
          • Aumento dei processi di consapevolezza
          • Rilassamento del sistema cardiocircolatorio
          • Diminuzione della stanchezza
          • Recupero più rapido delle energie in esaurimento

          Il rilassamento è uno stato di calma e tranquillità, caratterizzato dalla mancanza di attivazione fisiologica (arousal) e dalla mancanza di ansia sia a livello fisico (tensione muscolare, tachicardia, irrequietezza, ecc.) che a livello mentale (pensieri che si affollano, paura, ecc.). Se si è ansiosi o si soffre di stress probabilmente il sistema nervoso autonomo simpatico, o sistema “attacco o fuga”, è molto più attivo. Non si può inibire il sistema simpatico perché è il sistema deputato ad attivarci ed a metterci in allarme; tuttavia un’altra parte di sistema nervoso autonomo, il parasimpatico, fa il contrario: ci fa rallentare il cuore, ci rende calmi, ci fa respirare più lenti e ci fa sentire tranquilli.

          Attivando il sistema parasimpatico possiamo allora facilmente indurre un rilassamento generalizzato.
          Allenando questo sistema si può imparare a modulare la risposta allo stress.

          Dott.ssa Raimondi Alessia -psicoterapeuta


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            La fibra alimentare. Posizione dell’America Dietetic Association

            (J Am Diet Assoc 2002;102:993-1000)
            Traduzione e adattamento di A.L. Fantuzzi e G. Bedogni

            Introduzione

            La fibra alimentare ha dimostrato effetti benefici per il mantenimento dello stato di salute, la prevenzione delle malattie e come componente della terapia medica nutrizionale. Ad eccezione di alcune situazioni terapeutiche, la fibra dovrebbe essere fornita dalla normale alimentazione.

            In aggiunta alla fibra, la frutta, la verdura, i legumi e i prodotti interi di grano e cereali forniscono micronutrienti e sostanze non nutritive che sono componenti essenziali di una dieta salutare. Gli alimenti vegetali possono contenere anche componenti non nutritivi (ad es., antiossidanti e fitoestrogeni) che hanno implicazioni sullo stato di salute.

            Una dieta ricca di fibra ha una minor densità energetica, un minor tenore di grassi e un maggior volume ed è più ricca di micronutrienti, tutti elementi con effetti benefici sullo stato di salute. Incoraggiando le persone a consumare alimenti ricchi di fibra, il dietista può esercitare un impatto significativo sulla prevenzione e il trattamento dell’obesità, delle malattie cardiovascolari, del diabete di tipo 2 e della stipsi.

            La posizione dell’ American Dietetic Association è che il pubblico debba consumare quantità adeguate di fibra da una varietà di alimenti di origine vegetale.

            La fibra alimentare: introito raccomandato nel corso della vita

            L’ introito di fibra raccomandato nell’adulto oscilla in genere tra 20 e 35 g/die (1). Altri hanno raccomandato valori basati sull’introito di energia (10-13 g/1000 kcal). Le etichette nutrizionali considerano 25 g/die di fibra alimentare per 2000 kcal/die o 30 g/die per 2500 kcal/die come obiettivi per gli Americani. Sono stati fatti tentativi per definire l’ introito di fibra raccomandato nei bambini e negli adolescenti.

            La raccomandazione per i soggetti di età superiore a 2 anni è quella di aumentare progressivamente il consumo di fibra per un valore uguale o maggiore alla loro età più 5 g/die, raggiungendo quantità di 20-35 g/die oltre i 20 anni (2). Questa raccomandazione è comunque basata su dati clinici limitati. Nessuno studio pubblicato ha definito valori desiderabili per l’ introito di fibra in bambini di età inferiore a 2 anni. Fino a quando non saranno disponibili informazioni sugli effetti della fibra alimentare nei bambini più giovani, l’approccio più razionale è quello di introdurre frutti, vegetali e cereali facilmente digeribili man mano che i cibi solidi entrano nella loro dieta.

            Non sono state pubblicate raccomandazioni per l’ anziano, per quanto valori di 10-13 g/1000 kcal sono sicuri e possono essere incoraggiati. Tutte le raccomandazioni sull’ introito di fibra debbono riconoscere l’ importanza dell’ assunzione di acqua e si deve essere cauti nel raccomandare l’ assunzione di fibra a soggetti con malattie gastrointestinali, compresa la stipsi.

            Negli USA, la fibra continua ad essere assunta a livelli inferiori a quelli raccomandati, con una media di 14-15 g/die (3). Il 74% dei soggetti intervistato relativamente all’ introito di fibra ritiene “pressoché corretto” un introito inferiore a 20 g/die. Molti cibi tradizionali americani contengono poca fibra. Porzioni di cereali di uso comune, frutti e vegetali contengono soltanto da 1 a 3 g di fibra (4). I legumi, i cereali e il pane integrale forniscono più fibra ma non sono consumati abitualmente.

            Definizione e fonti Esistono diverse definizioni della fibra (5). Alcune si basano sui metodi analitici utilizzati per isolare e quantificare la fibra, mentre altri si basano su considerazioni fisiologiche. La fibra è costituita principalmente dai polisaccaridi cellulari e di riserva delle piante che non possono essere idrolizzati dagli enzimi digestivi dell’uomo. La lignina – una molecola complessa costituita da unità di polifenilpropano e presente soltanto in piccole quantità nella dieta – viene inclusa abitualmente nella definizione di fibra (5). Ai fini dell’etichettatura dei prodotti negli USA, la fibra alimentare è il materiale isolato dai metodi analitici approvati dall’ Association of Official Analytical Chemists (AOAC) (5). Alcuni carboidrati di basso peso molecolare che vengono sempre più spesso utilizzati nella produzione degli alimenti non sono digeriti dagli enzimi digestivi dell’ uomo (alcooli degli zuccheri come sorbitolo e mannitolo, polidestrosio e diversi frutto e galatto-oligosaccaridi).

            Questi piccoli polimeri e oligosaccaridi non vengono misurati dai metodi approvati dall’AOAC ma sono in corso di approvazione metodi specifici per la loro valutazione. Gli “amidi resistenti” (la somma degli amidi e dei prodotti di degradazione dell’ amido non digeriti) (6) contribuiscono al pool microbico o della fibra che raggiunge il colon. I legumi sono una fonte primaria di amidi resistenti (sino al 35%) (7). Piccole quantità di amidi resistenti sono prodotte dalla lavorazione e dalla cottura dei cereali e dei prodotti a base di grano. Il quantitativo di amidi resistenti assunto con la dieta occidentale non è noto e non sono disponibili tavole sul loro contenuto alimentare. In relazione alla disponibilità di nuovi prodotti che si comportano come la fibra alimentare dal punto di vista analitico o fisiologico e alla globalizzazione dei mercati alimentari, vi è interesse a fornire una singola definizione fisiologica di fibra. Due definizioni stanno ricevendo attenzione in Nord America.

            La definizione sviluppata dall’ American Association of Cereal Chemists è: “la fibra alimentare è la porzione edibile delle piante o carboidrati analoghi che siano resistenti alla digestione e all’ assorbimento nell’ intestino tenue e presentino una fermentazione parziale o completa nel colon. La fibra alimentare include i polisaccaridi, gli oligosaccaridi, la lignina e sostanze vegetali associate. Le fibre alimentari promuovono effetti fisiologici benefici come la defecazione e la riduzione della colesterolemia e della glicemia” (8). L’altra definizione è quella proposta da una commissione del Food and Nutrition Board (5), istituita come parte del mandato federale relativo alla valutazione dei Dietary Reference Intakes. La commissione ha proposto due termini: “fibra alimentare” e “fibra aggiunta”. La fibra alimentare consiste dei carboidrati non digeribili e della lignina che sono intrinseci e intatti nelle piante. La fibra aggiunta consiste di carboidrati isolati e non digeribili che hanno effetti benefici sull’uomo. La “fibra totale” è la somma della fibra alimentare e di quella aggiunta.

            L’intento di queste definizioni di fibra è quello di riconoscere le azioni fisiologiche della fibra e i suoi effetti sullo stato di salute, riducendo l’ enfasi sulla fibra come costituente degli alimenti che richiede quantificazione (5).

            Effetti benefici di un introito adeguato di fibra

            Fibra e colesterolemia

            Diverse fonti di fibra riducono la colesterolemia e più specificamente il colesterolo LDL (9). Esse comprendono le mele, l’ orzo, i fagioli e altri legumi, vari frutti e verdure, la farina e la crusca d’ avena. Fonti purificate di fibra sono la fibra di barbabietola, la guar-gum, la karaya-gum, il konjac-mannan, la locust-bean-gum, la pectina, il seme di psyllium, il polisaccaride della soia e la xanthan-gum (9). La Food and Drug Administration (FDA) ha recentemente dichiarato il beta-glucano dell’ avena e il seme dello Psyllium in grado di ridurre il rischio cardiovascolare se presenti in misura di 0.75 g e 1.7 g/porzione. Di conseguenza, queste due fibre sono state incluse nelle linee guida del National Cholesterol Education Program (11). I meccanismi d’ azione di queste fibre sono stati oggetto di numerosi studi e diverse caratteristiche (solubilità in acqua, viscosità, fermentabilità, tipo e quantità di proteine e tocotrienoli) sono state considerate come possibili spiegazioni dell’ effetto fisiologico (12). L’unica caratteristica comune a tutte le fibre ipocolesterolemizzanti è la viscosità (12). Infatti, una fibra non viscosa o la cui viscosità è stata ridotta a sufficienza, è priva di effetti ipocolesterolemizzanti (13-15). Man mano che il cibo viene digerito e assorbito nell’intestino tenue, la fibra diventa una componente principale nel lume intestinale e la sua viscosità si rende evidente. Questa viscosità interferisce con l’ assorbimento degli acidi biliari da parte dell’ileo (16-17). In risposta, il colesterolo LDL è rimosso dal sangue e convertito in acidi biliari dal fegato per rimpiazzare gli acidi biliari escreti con le feci. Vi è inoltre evidenza che la modificazione della composizione del pool degli acidi biliari riduca la sintesi di colesterolo (17-18). Poiché la sintesi endogena è responsabile di circa i 3/4 del pool totale di colesterolo, la riduzione della sintesi di colesterolo – ciò che fanno le “statine” – può avere un effetto favorevole sui livelli di colesterolo circolante. L’aumento dell’introito di fibra solubile ottenuto consumando un’ ampia varietà di cibi può avere (19) o non avere (20) un effetto ipocolesterolemizzante. Quest’efficacia variabile può dipendere dalla composizione complessiva della dieta.

            Fibra e defecazione

            Molte fonti di fibra (crusca di cereali, seme di Psyllium, metilcellulosa) e una dieta ricca di fibra aumentano il peso fecale, promuovendo una defecazione normale (21). Il peso fecale continua ad aumentare all’aumentare della fibra (20-22) ma la fibra aggiunta tende a normalizzare la frequenza di defecazione a un movimento intestinale al giorno e il tempo di transito intestinale a 2-4 giorni (23). L’aumento del peso fecale è determinato dalla presenza della fibra, dall’acqua legata dalla fibra e dalla fermentazione parziale della fibra, che aumenta la quantità di batteri nelle feci (24-25). Se la fibra è completamente e rapidamente fermentata nel colon, come accade per molte fonti di fibra solubile, non vi è aumento del peso fecale (21). E’ una credenza comune ma sbagliata che l’ incremento del peso fecale sia dovuto principalmente all’ acqua. Il contenuto di acqua delle feci umane è del 70-75% ed esso non si modifica quando viene consumata più fibra (26). In altre parole, la fibra nel colon non è più efficace delle altre componenti fecali a trattenere acqua nel lume intestinale. L’ unica eccezione nota è il seme di Psyllium, che aumenta il contenuto di acqua sino a circa l’80% (27). Fibra, digestione e sazietà Anche se l’ enfasi è stata tradizionalmente posta su effetti specifici che possono essere rilevati come statisticamente significativi quando è consumata una particolare varietà di fibra, la fibra alimentare possiede numerosi effetti benefici più sottili che non sono facilmente quantificabili. Questo è particolarmente vero per la fibra fornita dagli alimenti. Un pasto ricco di fibra è trasformato più lentamente e l’ assorbimento dei nutrienti si realizza in un periodo di tempo più lungo (28). Inoltre, una dieta a base di alimenti che forniscano un introito adeguato di fibra è di solito meno energetica e più voluminosa di una a basso contenuto di fibra (29). Il maggior volume di alimenti richiede più tempo per essere assunto e la sua presenza nello stomaco può indurre un senso di sazietà precoce, per quanto la sensazione di ripienezza sia in genere di breve durata. Una dieta con alimenti contenenti fibra è inoltre abitualmente più ricca di micronutrienti. Quando le fibre viscose sono isolate e concentrate, i loro effetti sulla digestione sono più facili da osservare; quando esse sono aggiunte alla dieta, la velocità d’ incremento della glicemia e la secrezione d’ insulina si riducono (30,31). Gli effetti sulla glicemia e l’ insulinemia sono particolarmente evidenti negli individui diabetici. Negli individui sani, la rapida secrezione d’insulina e la rapida rimozione di glucosio dal sangue rende spesso impossibile rilevare una differenza tra la glicemia durante un pasto di prova con e senza supplemento di fibra.

            Altri effetti

            Studi osservazionali hanno evidenziato un’azione protettiva della fibra contro l’ulcera duodenale e il cancro del cardia (33). Esperimenti condotti sull’animale suggeriscono che il tipo e la quantità di fibra consumata possano influenzare la funzione immunitaria dell’ intestino (34,35) ma non sono disponibili dati sull’uomo. Elevate quantità di fibre omogenee e purificate (ad es. frutto-oligosaccaridi e arabinogalattani) possono indurre modificazioni delle popolazioni batteriche dell’ intestino (36). Alcuni dati suggeriscono che i FOS possono aumentare l’assorbimento di calcio nell’ uomo (37,38).

            Fibra solubile vs fibra insolubile

            Vi è la tendenza ad attribuire effetti fisiologici specifici alla fibra solubile e a quella insolubile. Quest’approccio rende difficoltosa la valutazione degli effetti della fibra fornita da una dieta mista. La fibra fornita da tale diete è insolubile dai 2/3 ai 3/4, per quanto la percentuale sia molto influenzata dal metodo di analisi (39). Inoltre, alcune fibre sono classificate in una categoria o nell’ altra quando i loro effetti sarebbero ascrivibili sia alle fibre solubili sia a quelle insolubili. Il seme di psyllium e l’ avena ne sono un esempio. Entrambe queste fibre aumentano il peso fecale, migliorano la defecazione e riducono la colesterolemia (16,17,40,41). Non tutte le fibre solubili sono agenti ipocolesterolemizzanti ma soltanto quelle viscose. Le disparità osservate tra i valori di fibra solubile e insolubile misurate coi metodi di laboratorio e i loro effetti fisiologici hanno indotto una commissione della National Academy of Sciences a raccomandare che i termini “fibra solubile” e “fibra insolubile” vengano gradualmente eliminati e rimpiazzati dagli effetti fisiologici benefici di una fibra (5). Altre componenti presenti negli alimenti contenenti fibra Vi è una sostanziale evidenza che i vegetali, la frutta e i cereali interi riducono il rischio di malattie croniche, compreso il cancro e le malattie cardiovascolari (42-43). Negli studi epidemiologici è spesso più semplice contare le porzioni degli alimenti che convertire in nutrienti l’ informazione fornita dai questionari di frequenza di assunzione degli alimenti. Inoltre, studi recenti suggeriscono che gli alimenti interi offrono una miglior protezione contro le malattie croniche rispetto alla fibra, agli antiossidanti e ad altri composti biologicamente attivi presenti nel cibo. Pertanto, le associazioni tra la fibra e la malattia identificate dagli studi epidemiologici possono essere dovute a una sinergia d’ azione tra la fibra e queste sostanze associate o a un effetto delle sole sostanze associate. Ciò suggerisce che l’ aggiunta di fibra purificata agli alimenti ha meno probabilità di essere benefica rispetto alla modificazione della dieta degli Americani verso una ricca di fibra. Il concetto di sinergia tra i componenti degli alimenti interi e l’ effetto complessivo della dieta sullo stato di salute sono aspetti importanti di ogni counseling dietetico.

            RIDUZIONE DEL RISCHIO DI MALATTIA E USI TERAPEUTICI DELLA FIBRA

            La maggioranza di quanto si conosce relativamente agli effetti benefici di una dieta ricca di fibra proviene da studi epidemiologici. Talora vi è disparità di evidenza tra gli studi epidemiologici e quelli metabolici. Una possibile fonte di discrepanza è il tempo di raccolta dell’ informazione sulla dieta, dal momento che le abitudini alimentari mutano continuamente, specialmente in risposta al National Labeling and Education Act. I cibi disponibili sui database correnti possono non essere rappresentativi di quelli utlizzati più di una decade orsono; ciò è particolarmente vero per i dati relativi alla fibra alimentare, che sono stati raccolti per lo più negli scorsi 15 anni. Fortunatamente, oggi vi sono differenze minori tra i metodi di determinazione della fibra alimentare totale nei cibi consumati dagli Americani e i database attuali sono migliori ed utilizzabili in studi epidemiologici. Al contrario, la distinzione della fibra totale in solubile ed insolubile rimane strettamente dipendente dal metodo. La proporzione di fibra solubile rispetto al totale varia da 2 a 3 volte coi i più comuni metodi di analisi e ciò determina un’ analoga variazione dei valori di fibra insolubile (39). Dunque, l’ uso di database per differenziare gli effetti della fibra solubile da quelli della fibra insolubile potrebbe produrre relazioni statisticamente significative, specialmente quando valori di una decade sono applicati a dati di introito che si riferiscono a una decade differente. Inoltre, le persone consumano diete miste ed è possibile che l’ uso di fonti isolate di fibra negli studi metabolici non sia rappresentativo di una dieta mista ricca di fibra. Prevenzione e terapia del diabete mellito Vi è sostanziale evidenza che l’ aggiunta di fibra viscosa alla dieta del paziente diabetico rallenta lo svuotamento gastrico, la digestione e l’ assorbimento dei carboidrati (44), con un beneficio sul metabolismo glucidico post-prandiale e a lungo termine (45,46). L’ ingestione a lungo termine di 50 g/die di fibra per 24 settimane ha migliorato il controllo glicemico e ridotto i casi di ipoglicemia in pazienti con diabete di tipo 1 (47,48). In donne gravide con diabete di tipo 1, un’ introito maggiore di fibra si è associato a fabbisogni giornalieri più bassi d’ insulina (49). Studi effettuati su pazienti con diabete di tipo 2 (non insulino-dipendente) suggeriscono che introiti elevati di fibra riducano la resistenza insulinica (50, 51). Due studi di coorte hanno osservato una relazione inversa tra la fibra dei cereali, ma non quella di frutta e verdura, col rischio di diabete di tipo 2 (52,53). I meccanismi attraverso i quali la fibra è in grado di ridurre la richiesta d’ insulina o la resistenza insulinica non sono chiari. Nei ratti e nei cani, un introito elevato di fibra, specialmente di fibra fermentabile, aumenta l’ espressione del gene intestinale del pro-glucagone e la secrezione di peptidi derivati dal proglucagone, compreso il glucagon-like peptide-1 (GLP-1) (54,55). GLP-1 riduce lo svuotamento gastrico, migliora l’ assunzione e l’ utilizzazione periferica del glucosio, migliora il rilascio di glucosio dipendente dall’ insulina, inibisce la sintesi di glucagone e riduce la secrezione epatica di glucosio nell’ animale e nell’ uomo (56). Gli effetti multipli del GLP-1 possono ridurre la quantità d’ insulina esogena in individui con turbe del metabolismo glucidico che consumino una dieta ricca di fibra. Prevenzione e terapia delle malattie cardiovascolari Il principale effetto benefico dell’ impiego della fibra come parte della terapia medica nutrizionale delle malattie cardiovascolari è l’ effetto sui livelli plasmatici di colesterolo. Come si è già osservato, l’ effetto ipocolesterolemizzante è una prerogativa delle fibre viscose. I benefici secondari dell’ impiego di una dieta ad alto tenore di fibra nel trattamento delle malattie cardiovascolari includono un minor tenore di energia, grassi e zuccheri semplici, che può essere utile nel trattamento dell’ obesità e delle dislipidemie associate. Gli antiossidanti presenti nella crusca e nei germi dei cereali potrebbero pure avere degli effetti benefici. Prevenzione e terapia della stipsi I meccanismi attraverso i quali la fibra favorisce una defecazione normale sono la base per la sua raccomandazione nel trattamento e nella prevenzione della costipazione. Il colon risponde alla massa più ampia e soffice dei residui prodotta dalla fibra contraendosi e facilitando l’ espulsione del suo contenuto. La fibra di una dieta mista, i legumi e i prodotti a base di cereali interi e ad alto contenuto di fibra sono particolarmente efficaci nel promuovere la defecazione. Un supplemento di fibra può essere necessario quando l’ introito è basso, ad es. nell’ anziano inattivo. In questi vengono spesso utilizzati la crusca di cereali, il seme di Psyllium o la metilcellulosa. Prevenzione e trattamento della diverticolosi Il movimento del materiale attraverso il colon è stimolato in parte dalla presenza di residui. Quando la quantità di fibra è insufficiente, il colon risponde con contrazioni più forti per espellere la massa più piccola di residui. Un aumento cronico della forza di contrazione porta alla creazione di diverticoli, che sono erniazioni della mucosa attraverso zone più deboli della tonaca muscolare (attorno ai vasi sanguigni). Un introito adeguato di fibra previene la formazione dei diverticoli aumentando la massa dei residui e riducendo la forza delle contrazioni necessarie per la sua espulsione. Una dieta ad alto tenore di fibra è il trattamento standard per la malattia diverticolare del colon. Questa dieta non ridurrà il numero di diverticoli già presenti ma sarà di ausilio per prevenire la formazione di ulteriori diverticoli e ridurrà la pressione luminale e la probabilità di infiammazione dei diverticoli preesistenti. Generalmente, i piccoli semi di fibre sono eliminati dalla dieta di un paziente con diverticolosi per la possibilità ch’ essi possano fermarsi all’ interno di un diverticolo.

            Relazione tra fibra e cancro

            Cancro del colon-retto

            Numerose evidenze epidemiologiche supportano l’ effetto protettivo della fibra nei confronti del cancro del colon-retto. Studi di correlazione che comparano l’ incidenza o la mortalità del cancro del colon-retto in differenti popolazioni suggeriscono quest’ effetto protettivo della fibra. Dati ottenuti da 20 popolazioni in 12 paesi hanno dimostrato che il peso delle feci (variabile da 72 a 470 g/die) era inversamente correlato al rischio di cancro del colon (57). In base alla rassegna di 13 studi caso-controllo della frequenza del cancro colorettale e delle abitudini alimentari, vi è evidenza di una relazione inversa tra l’ assunzione di alimenti ad alto tenore di fibra e il rischio di cancro del colon-retto (58). Gli Autori di questa rassegna stimano che il rischio di cancro colo-rettale negli USA possa essere ridotto di circa il 31% aumentando l’ introduzione di fibra di circa 13 g/die. Tre studi di intervento non supportano l’ ipotesi di una protezione della fibra nei confronti del cancro del colon-retto (59-61). Questi studi non hanno trovato un’ associazione tra introito di fibra e ricorrenza di adenomi del colon-retto. Ogni articolo descrive un intervento dietetico ben pianificato per determinare se l’ assunzione di quantità elevate di fibra fosse in grado di ridurre il rischio di cancro colo-rettale, come misurato dalla comparsa di adenomi colorettali, precursori di molti cancri del colon. Sono state fornite diverse ragioni dei risultati negativi di questi studi. Forse, gli interventi non sono stati sufficientemente lunghi, la dose di fibra non era sufficientemente elevata, la ricorrenza di adenomi non è una misura appropriata dell’ efficacia della fibra nella prevenzione del cancro del colon. Inoltre, questi individui avevano già ottimizzato la loro dieta poiché l’ introito di fibra nel gruppo di controllo superava quello della popolazione Americana (59,60). Comunque, i risultati di questi tre studi sono chiari. L’ aumento della fibra alimentare non riduce la ricorrenza di adenomi colo-rettali nel corso di 3 anni. Nonostante l’ inconsistenza dei risultati, il consenso scientifico è che vi è un’ evidenza sufficiente per ritenere che la fibra abbia un effetto protettivo nei confronti del cancro del colon e che gli operatori sanitari debbano promuovere tale consumo (62). Cancro della mammella Poche evidenze epidemiologiche sono state pubblicate sull’ associazione tra la fibra alimentare e il cancro della mammella. Poiché il contenuto di grassi e di fibra della dieta sono per lo più inversamente correlati, è difficile separare il loro effetto e gran parte della ricerca si è incentrata sull’ effetto dei grassi. Confronti internazionali dimostrano una correlazione inversa tra la mortalità per cancro della mammella e il consumo di alimenti ricchi di fibra (63). Un interessante eccezione all’ ipotesi del ruolo dei grassi nel cancro della mammella è stata osservata in Finlandia, dove l’ introito sia di fibra sia di grassi è elevato, e la mortalità per cancro della mammella è molto più bassa che negli USA e in altri Paesi Occidentali (64). L’ elevato tenore di fibra della tradizionale dieta Finlandese potrebbe spiegare il minor rischio di cancro della mammella associato a dieta ricca di grassi (64). Una rassegna di 12 studi caso-controllo dei fattori alimentari e del rischio di cancro della mammella ha dimostrato che un introito elevato di fibra si associa a un rischio ridotto di cancro della mammella (65). Un introito elevato di fibra è stato pure associato a un rischio minore di malattie epiteliali proliferative benigne della mammella (66). Non tutti gli studi hanno osservato una relazione tra l’ introito di fibra e l’ incidenza di cancro della mammella, compreso uno studio prospettico di coorte condotto negli USA (67). Una rassegna di 8 studi prospettici del cancro della mammella ha trovato che l’ assunzione di frutta e vegetali durante l’ età adulta non era associata a una riduzione significativa del rischio di cancro della mammella (68). Un ampio studio caso-controllo ha invece riportato un effetto protettivo di cereali, vegetali e fagioli (69). Ruolo della fibra nella malattia acuta e uso nelle formule enterali Non esistono attualmente raccomandazioni sull’ introito di fibra per diverse malattie o per pazienti seguiti in strutture di lungodegenza. Le formule enterali a base di fibra attualmente in commercio sono a base di cibi interi o supplementati con fonti di fibra purificata. Queste ultime includono avena, piselli, guar-gum idrolizzata, fibra di barbabietola, ecc. Alcune formule utilizzano miscele di fibra. Una recente aggiunta alle formule enterali sono i frutto-oligosaccaridi (FOS), oligosaccaridi a catena corta (usualmente da 2 a 10 monosaccaridi) non digeriti nel tratto alimentare superiore e perciò in grado di sortire alcuni effetti fisiologici della fibra solubile (36). I FOS sono rapidamente fermentati dai batteri del colon che producono acidi grassi a catena corta (SCFA), che stimolano l’ assorbimento di acqua di elettroliti e possono essere di ausilio nel trattamento della diarrea. I FOS sono un substrato preferito per i bifidobatteri e non sono utilizzati da batteri potenzialmente patogeni, aiutando così a mantenere e ripristinare il bilancio della normale flora microbica. I FOS non sono valutati dai metodi attualmente accettati per il dosaggio della fibra e pertanto non possono essere tecnicamente definiti fibra alimentare (5). Le nuove definizioni di fibra alimentare, se implementate, dovrebbero consentire l’ etichettatura dei FOS come fibra alimentare (5). Il razionale originario per aggiungere fibra alle formule enterali era quello di normalizzare la funzione intestinale. La fibra alimentare è infatti usualmente promossa per la prevenzione della costipazione nella popolazione generale. Le formule enterali contenenti fibra sono utilizzate anche in condizioni di malattia acuta per prevenire la diarrea associata alla nutrizione con sondino. La funzione intestinale è influenzata comunque da altri fattori oltre all’ introito di fibra e vi è una sostanziale variabilità inter-individuale nella quantità di fibra necessaria per garantire una funzione intestinale ottimale. Gli studi sugli effetti biologici delle formule enterali sono pochi e ancora meno quelli sui pazienti. L’ aggiunta del polisaccaride della soia a una formula enterale ha prodotto un aumento significativo del peso delle feci in soggetti sani (70), mentre non si sono osservate differenze nel peso delle feci e nella frequenza di defecazione quando questa sostanza è stata aggiunta alle formule enterali di pazienti lungodegenti (71). Comunque, in un altro studio della stessa popolazione durato un anno, la fibra del polisaccaride della soia ha aumentato significativamente la frequenza della defecazione, il peso e l’ idratazione delle feci (72). Gli studi disponibili non supportano uniformemente l’ ipotesi che l’ aggiunta di fibra alle formule enterali migliora la funzione intestinale. La fibra alimentare è ritenuta in grado di normalizzare la funzione intestinale nei soggetti sani e vi è evidenza anedottica di una riduzione della diarrea in pazienti trattati con formule contenenti fibra. Non sono stati pubblicati dati convincenti dell’ utilità delle formule enterali contenenti fibra nel trattamento della diarrea in pazienti alimentati con sondino (73). Sfortunatamente, non vi sono standard accettati per definire la diarrea. L’ incidenza di diarrea nei pazienti nutriti con sondino oscilla tra 2 e 63%. La frequenza delle scariche, la consistenza e la quantità delle feci sono i parametri abitualmente utilizzati per definire la diarrea. Oltre alla fibra, agenti come il sorbitolo e il magnesio sono stati suggeriti come importanti nel determinare la consistenza delle feci. La fibra potrebbe migliorare l’ incontinenza fecale. Pazienti con incontinenza fecale che consumano psyllium o guar-gum presentano infatti una minor incidenza di diarrea rispetto al placebo (74). Il miglioramento dell’ incontinenza fecale e della consistenza delle feci non risulta associato alla fibra non fermentata. I risultati di alcuni studi clinici con la fibra alimentare sono stati deludenti, nonostante il modello proposto – che la fibra sia fermentata da batteri anaerobi che producono SCFA utilizzati come fonte energetica dalla cellule della mucosa del colon – sia probabilmente corretto (75). Lo studio degli effetti fisiologici della fibra, specialmente in una popolazione di ammalati, è molto difficile. Molti studi sono stati troppo corti, con misure semiquantitative e livelli non misurati di fibra e SCFA. Non è chiaro se i risultati degli studi di fermentazione in vitro possono essere estesi in vivo. Nonostante l’ assenza di dati clinici inoppugnabili, la fibra è il trattamento di scelta per molte malattie intestinali. Potenziali effetti negativi della fibra Gli effetti negativi della fibra includono una riduzione dell’ assorbimento di vitamine, minerali, proteine ed energia. È improbabile che adulti sani che consumano fibra nell’ ambito dei valori raccomandati presentino problemi di assorbimento di nutrienti. Comunque, quantità di 25 g/die potrebbero non essere appropriate per bambini e anziani in relazione alla scarsa ricerca disponibile per queste fasce d’ età. La fibra è generalmente consigliata in quantità ritenute in grado di normalizzare il tempo di transito intestinale e dovrebbe essere di ausilio nel trattamento sia della stipsi sia della diarrea. Comunque, sono stati descritti casi di diarrea a seguito di introiti eccessivi di fibra (76) ed è difficile individualizzare l’ introito di fibra sulla base della funzionalità intestinale. In particolare, la consistenza delle feci non può essere assunta a marcatore di un introito appropriato di fibra. Un’ ostruzione intestinale causata da un bezoar cecale e complicata da emorragia mesenterica è stata descritta in un paziente grave nutrito con formula enterale e trattato con farmaci per sopprimere la motilità intestinale (77).

            La fermentazione della fibra da parte dei batteri anaerobi del colon produce gas (idrogeno, metano e monossido di carbonio), che potrebbero causare distensione addominale e flatulenza. L’ assunzione di acqua dovrebbe essere aumentata parallelamente all’ assunzione di fibra e quest’ ultima deve essere graduale per consentire al tratto gastroenterico di adattarsi. Ai fini della defecazione, si dovrebbe scegliere la minore quantità di fibra capace di fornire una defecazione fisiologica. Le formule enterali addizionate di fibra possono causare ostruzioni dei sondini. Ciò è particolarmente vero per le gomme e le fibre viscose. Le formule enterali addizionate di fibra sono più costose di quelle standard e ciò rende difficile il loro impiego in assenza di dati clinici inoppugnabili. Infatti, sono stati pubblicati pochi dati sull’ efficacia di queste formule nei soggetti lungo-degenti e sono disponibili trattamenti più efficaci e meno costosi per la stipsi. Non è possibile fornire raccomandazioni basate sulla ricerca relativamente ai pazienti che possono beneficiare delle formule enterali contenenti fibra. I pazienti nutriti con sondino e affetti da stipsi o diarrea e con tratto gastroenterico sano possono essere considerati dei candidati per questo trattamento. In ragione del ruolo protettivo nei confronti della diverticolosi, cancro del colon, diabete e malattie cardiovascolari, una formula enterale addizionata di fibra può essere indicata nei pazienti trattati con nutrizione enterale a lungo termine. Queste formule possono funzionare in certi pazienti e dovrebbero essere impiegate se forniscono risultati positivi. I medici dovrebbero essere cauti nel prescrivere formule enterali contenenti fibra. In ragione dell’ ampia variabilità inter-individuale della risposta alla fibra e ai problemi potenzialmente associati alle ampie dosi, si dovrebbe sempre usare il dosaggio minimo in grado di fornire l’ effetto cercato.

            Conclusioni

            Il ridotto introito di fibra della popolazione rappresenta una sfida per il dietista nella promozione di un modello alimentare salutare. Un aumento modesto dell’ assunzione di frutta, vegetali, legumi e cereali interi e ad alto tenore di fibra potrebbe portare la maggioranza della popolazione Nord-Americana vicina al valore raccomandato di 20-35g/die. Inoltre, una dieta ricca di fibra è generalmente meno energetica e contiene meno grassi e zuccheri semplici. Molte malattie di rilevanza sociale (obesità, malattie cardiovascolari e diabete tipo 2) e altre meno rilevanti ma non meno significative (diverticolosi e stipsi) possono essere prevenute o trattate aumentando l’ assunzione e la varietà di cibi contenenti fibra. La promozione di questo piano alimentare da parte del dietista e la sua implementazione da parte della popolazione adulta dovrebbe anche produrre un aumento dell’ assunzione di fibra da parte dei bambini.

            Bibliografia

            La bibliografia di quest’ articolo è disponibile sul sito Web dell’ American Dietetic Association: http://www.eatright.com/adar2_0702.html
            tratto da www.innovares.com


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              Diaita ovvero stile di vita

              La parola dieta (diaita) nell’accezione propria del termine, per gli antichi greci e romani, stava a significare stile di vita dove l’attenzione verso un giusto nutrimento, un adeguato movimento assieme alla capacità di vivere in tranquillità (otium) indicava loro la strada per la salute.

              Salute intesa come percezione di benessere e non solo come assenza di malattia (OMS).

              Negli ultimi decenni alla parola dieta abbiamo, purtroppo, incominciato ad associare solo le calorie e quindi l’ esclusione di cibi, attribuendo alla dieta un significato prevalentemente, se non esclusivamente dimagrante. Sono così nate le liste di cibi ingrassanti, da escludere a tutti i costi, e quelle dei cibi dimagranti, ai quali si attribuiscono spesso virtù terapeutiche più fantasiose che scientifiche. Abbiamo incominciato, allora, a pensare che per dimagrire tanto bisognasse  eliminare il massimo delle calorie. Meno mangio più dimagrisco è diventato lo slogan degli ultimi decenni. La restrizione imposta o cercata ha così innescato danni al comportamento alimentare quali la perdita di controllo e danni alla sfera psicologica quali la colpevolizzazione e il fallimento.

              La parola dieta pertanto anziché sinonimo di salute e benessere è diventata causa di fallimenti, obesità e disturbi alimentari.
              E’ auspicabile quindi tornare alle origini e ridare al termine dieta il suo vero significato. Ippocrate nel IV secolo prima di Cristo aveva già intuito che il giusto dosaggio di nutrimento e di attività motoria era la strada per la salute.

              Il medico si riappropri, quindi, della dieta come strumento di terapia per la salute dosando, grazie all’aiuto della recente tecnologia (calorimetria, holter metabolico), quello che serve per la buona funzionalità ed efficienza metabolica. Parte integrante di diaita è il concetto della “cura di sè” del volersi bene e riuscire ad avere quel “sano egoisno” che ci permette di pensare a noi stessi per pensare agli altri. Nei Disturbi alimentari il corpo è ” il vestito del disagio” e quindi la “mens sana in corporeo sano” ci fa capire l’indispensabile ruolo dell’approccio psicologico nella terapia dei disturbi alimentari.

              La tecnologia più sofisticata aiuta il medico che riesce nella sua missione solo se oltre la malattia riesce a curare il malato.


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                Obesità: è anche colpa degli endocannabinoidi

                L’assunzione ripetuta di cibi grassi e calorici provoca un’alterazione nel sistema endocannabinoide, il cui effetto è quello di generare maggiore appetito e amplificare la sensazione di fame.

                L’appetito vien mangiando si dice. Ed è proprio così. A dimostrare la veridicità di questo proverbio sono infatti ricerche condotte dall’Endocannabinoid Research Group (Erg), dell’Istituto di chimica biomolecolare (Icb) del Cnr di Pozzuoli (Napoli), che sta studiando cosa si verifica nel nostro cervello quando mangiamo una quantità eccessiva di alimenti energetici per un periodo prolungato.

                “L’assunzione ripetuta di cibi grassi e calorici, del tipo di quelli proposti nei Fast Food, ma non solo”, spiega Vincenzo Di Marzo dell’Icb-Cnr, “provoca un’alterazione nel sistema endocannabinoide, un sistema costituito da molecole prodotte da nostro corpo il cui effetto è simile a quello dei cannabinoidi della marijuana”.

                La funzione del sistema endocannabinoide è, di solito, di riequilibrio dell’organismo: “Quando ci si priva di cibo per più ore di quelle normali, ad esempio se si salta un pasto”, prosegue Di Marzo, “questo sistema si attiva producendo gli stimoli della fame, allo scopo di riportare l’organismo alla situazione precedente a quella causata dal piccolo stress costituito dal digiuno. Una volta che si mangia, comunque, tutto torna normale”.

                Molto diverso è il comportamento dei cannabinoidi endogeni quando si sviluppano cattive abitudini alimentari. “Consumare ripetutamente cibi grassi e calorici”, chiarisce il ricercatore dell’Icb-Cnr, “sembra determinare un aumento di endocannabinoidi, i cui livelli costantemente elevati provocano il malfunzionamento dell’ipotalamo, ossia dell’area del cervello in cui vengono controllati fame e sazietà”.

                Il risultato è un aumentato desiderio di mangiare cibi energetici, il cui consumo genera una gratificazione molto alta, portando, dunque, a rinforzare l’iperfagia e conseguentemente allo sviluppo dell’obesità e dei disturbi ad essa connessi: diabete, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, ipertensione.

                Ma non è questo il solo effetto: “Il prolungato aumento degli endocannabinoidi”, conclude Di Marzo, “accresce anche la capacità di assorbimento da parte delle cellule adipose, che accumulano, sotto forma di grassi, più energia del solito”.

                Fonte: Vincenzo Di Marzo, Istituto di chimica biomolecolare del Cnr, Pozzuoli Napoli), tel. 081/8675093, e-mail: vdimarzo@icmib.na.cnr.it
                Tratto da http://www.coopteseo.it



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                10 regole per prevenire sovrappeso e obesità infantile

                Sebbene tutti gli esperti concordino sull’importanza di questo approccio, c’è poca ricerca in questo settore e pochi studi che comparino l’efficienza delle diverse strategie d’intervento.

                Sebbene tutti gli esperti concordino sull’importanza di questo approccio, c’è poca ricerca in questo settore e pochi studi che comparino l’efficienza delle diverse strategie d’intervento.

                In attesa di programmi di prevenzione diffusi a livello capillare sul territorio la Società Italiana di Pediatria ha stilato il seguente decalogo per prevenire il rischio di sovrappeso e obesità :

                1. Controllare il peso e la statura con regolarità (almeno ogni sei mesi)
                2. Fare cinque pasti al giorno evitando i “fuoripasto”
                3. Consumare almeno cinque porzioni di frutta o verdura al giorno
                4. Bere molta acqua limitando le bevande zuccherate
                5. Ridurre i grassi a tavola, in particolare salumi, fritti, condimenti, dolci
                6. Evitare di utilizzare il cibo come “premio”
                7. Privilegiare il gioco all’aperto, possibilmente almeno un’ora al giorno
                8. Camminare a piedi in tutte le occasioni possibili
                9. Praticare uno sport con regolarità. Non importa essere campioni a tutti i costi, ma fare esercizio fisico e divertirsi
                10. Limitare la “videodipendenza” durante il tempo libero: massimo due ore al giorno

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