Epidemiologia dell’obesità in Italia

L’obesità è una delle patologie più diffuse, al punto da essere considerata quasi un’epidemia tra i paesi industrializzati e in quelli in fase di evoluzione tecnologica.

I tassi di incidenza sono infatti in rapida crescita e raggiungono anche il 70% della popolazione adulta. È riconosciuta come una malattia ad andamento cronico ed uno dei maggiori fattori determinanti in molte malattie non trasmissibili come il diabete mellito non insulino-dipendente e malattie coronariche, ma anche incrementa il rischio di disturbi biliari, di alcuni tipi di cancro, di disordini muscolo scheletrici e respiratori.

Ecco perché, sopra un certo livello di peso, l’eccesso ponderale deve essere considerato una malattia cronica.

L’eziopatogenesi è multifattoriale e la causa principale nell’uomo è identificabile solo occasionalmente.

Il vecchio adagio “l’obesità è un male di famiglia” riflette comunque molto bene il responso di molti lavori, i quali identificano proprio nella familiarità una delle concause principali: fino al 40% se uno dei due genitori è obeso, e fino al 70% se lo sono entrambi.

Considerati gli stretti rapporti tra obesità e patologie, e considerata la tendenza all’aumento dei tassi di prevalenza di soprappeso ed obesità, uno degli obiettivi di salute pubblica programmati nel Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 si propone di promuovere azioni di prevenzione sugli stili di vita, quali primi tra tutti, alimentazione ed attività fisica, al fine di ridurre la prevalenza degli individui obesi.

In Italia comunque i consumi alimentari sono diminuiti nell’ultimo decennio (D’Amicis, 2001) di circa il 10-15% arrivando perciò ad un apporto medio di 2200 kcal giornaliere. Anche il fabbisogno energetico medio si è modificato passando dalle 2550 kcal/die alle 2300 a causa della maggior presenza di anziani (i quali presentano una fisiologica diminuzione del fabbisogno) e alla ridotta attività fisica per il lavoro ed il tempo libero.

La copertura del fabbisogno dei macronutrienti ha visto modeste variazioni in positivo, ma non ancora soddisfacenti: si è passati dal 170% al 156% per le proteine, dal 160% al 120% per i grassi, e dall’83% all’84% per i carboidrati.

Gli unici nutrienti che non hanno la copertura adeguata sono il calcio (94%) e la vitamina D (51%).


In termini di alimenti quelli che hanno subito il maggior calo sono: vino, grassi da condimento, formaggi grassi, carni, latte intero.

Gli alimenti che invece hanno subito un aumento sono: pesce, ortaggi, pizza, latte parzialmente scremato.

Pasta e pane non fanno ingrassare

Uno degli errori piu’ comuni che si fanno quando si intraprende una dieta dimagrante e’ quello di ridurre o eliminare pane e pasta perché “hanno tante calorie e fanno ingrassare”.

Uno degli errori piu’ comuni che si fanno quando si intraprende una dieta dimagrante e’ quello di ridurre o eliminare pane e pasta perché “hanno tante calorie e fanno ingrassare“.

Niente di più lontano dalla realtà.

Poppit (et ali) hanno effettuato uno studio (American Journal of Clinical Nutrition, Vol 75, No.1, 11-20, January 2002) sugli effetti a lungo termine di una dieta con un’alta percentuale di carboidrati complessi (pane, psta, riso, etc..) e bassa percentuale di grassi.

In particolare hanno somministrato a tre gruppi di soggetti rispettivamente:

  • una dieta con apporto calorico libero, alta percentuale di carboidrati complessi e bassa percentuale di grassi;
  • una dieta con apporto calorico libero;
  • una dieta con apporto calorico libero, bassa percentuale di grassi e alta percentuale di carboidrati semplici (zucchero da tavola, dolciumi, bevande zuccherate).

Si sono valutati gli effetti sul peso dopo 6 mesi:

  • 
i soggetti del primo gruppo hanno perso in media 4,25 kg ;
  • i soggetti del secondo gruppo sono ingrassati in media 1,03 kg;
  •  
i soggetti del terzo gruppo hanno perso in media 0,28 kg.

Questi dati suggeriscono che pasta, pane e tutti gli alimenti che contengono carboidrati complessi non fanno ingrassare, ma sono per lo più i grassi contenuti nei cibi o di condimento che determinano l’incremento ponderale: il controllo di questi ultimi, nei soggetti del primo gruppo, ha portato ad una perdita di peso nonostante l’introduzione di tutto il resto fosse libera.

I carboidrati complessi, inoltre, conferiscono un senso di sazietà che porta naturalmente a regolare l’introduzione degli alimenti, come dimostra lo studio, in cui l’introduzione di carboidrati complessi, se pur libera, non ha portato ad un incremento ponderale.

La strategia nutrizionale che mira alla riduzione dei grassi e alla distribuzione equilibrata di carboidrati nell’arco della giornata ha dimostrato ancora una volta la sua efficacia.


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    Ridurre le porzioni può servire ?

    L’obeso è prima una persona e poi una massa grassa. Le calorie non ha senso contarle se non si tiene conto delle emozioni. L’obeso non ha deciso lui di ingrassare.

    Ridurre le porzioni per limitare le calorie introdotte.

    Mangiare una minore quantità di cibo per evitare di ingrassare.

    Muoversi di più per avere un bilancio energetico favorevole.

    E’ vero sono delle verità ma sono solo verità energetiche.

    Il bilancio, alla fine, se positivo fa ingrassare se negativo fa dimagrire. Il nostro corpo sembra un calcolatore asettico, un contenitore vuoto.

    L’obeso è sempre il solito incapace che vuole ingrassare, di bassa cultura o scolarità appartenente ad un ceto sociale basso. L’ha fotografato l’Istat, la stessa che misura l’inflazione.
 Sembra che le malattie scelgano dove volere alloggiare.

    “Riduci le porzioni mangia meno e dimagrisci”

    La ricetta che salta la diagnosi e semplifica la terapia. 
Ma perché un dietologo deve essere prima medico e poi specialista in scienza dell’alimentazione?
 Perché bisogna investire in dieci anni di univesità? 
Perché il medico si avvale della consulenza psicologica nella terapia dell’obesità?
    L’organizzazione mondiale della sanità considera l’obesità una malattia cronica.

 L’aspettativa di vita sia qualitativa che quantitativa è più bassa nell’obeso rispetto al normopeso.

 La perdita del 10% del peso iniziale riduce di un terzo il rischio di malattia.

    Perché allora non sensibilizzare adeguatamente la popolazione sull’aspetto medico? 
Fai prevenzione o fatti curare da chi ha le competenze e i titoli per farlo. Il medico.

    Incominciamo a dire alle persone di non farsi imbrogliare dai venditori televisivi o farsi “curare” dai commercianti di diete.

    Si metta la museruola ai pitbull dei prodotti dimagranti e nei salotti televisivi dove si parla di obesità non si intervisti la solita attrice magra “per grazia ricevuta” che decanti la sua bravura a mantenersi in forma nonostante mangi di tutto e di più.

    L’obeso è prima una persona e poi una massa grassa. Le calorie non ha senso contarle se non si tiene conto delle emozioni. L’obeso non ha deciso lui di ingrassare. Ma la sua malattia lo porta a pensare e a comportasi in maniera utile all’aumento di peso. Non serve a niente contare le calorie senza la bonifica di idee e comportamenti disfunzionali.

    Nasce prima l’obesità e poi l’obeso.

    L’obesità è fatta di alterazioni, disfunzioni che fanno accumulare facilmente il grasso e che ne ostacolano lo smaltimento.
 A parità di assunzione di cibo esiste il soggetto normopeso, sovrappeso o obeso.

    Diverse condizioni per lo stesso apporto di cibo. Esiste infine il soggetto che ingrassa solo perché mangia tanto e male.

 Abituiamoci a distinguere l’ingrassato dall’obeso e le risposte dimagranti saranno differenti.

    Si potrà passare dal semplice consiglio alla terapia vera e propria, più o meno semplice, più o meno complessa ma che è e deve essere di esclusiva competenza medica.


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      Etichetta: sai cosa mangi

      Comprare un prodotto a scatola chiusa non è mai facile. L’etichetta nutrizionale dovrebbe aiutare il consumatore a capire cosa contengono gli alimenti che porta in tavola. Se il tipo di stampa e la grafica sono lasciate all’estro del produttore, le informazioni in essa contenute devono invece seguire regole precise stabilite dalla legge. Ma l’indubbia utilità dell’indicazione del valore nutrizionale degli alimenti non sempre è comprensibile a tutti.

      In Italia un decreto legislativo del 1992 (successivamente aggiornato) stabilisce quali informazioni devono essere obbligatoriamente presenti sull’etichetta dei prodotti alimentari:

      •        Ingredienti, in ordine decrescente di quantità presente nel prodotto. Purtroppo però se l’ingrediente non supera il 25% del totale, non è necessario dichiararne la composizione: questo è, non solo, fondamentale per le persone che soffrono di allergie alimentari (questo sistema attualmente viene usato solo per gli alimenti senza glutine), ma anche per finalmente sapere la qualità della materia grassa utilizzata come ingrediente (l’attuale dicitura prevede solo ’olio vegetale’ senza specificarne il tipo).

      •        Quantità di prodotto contenuta al netto della tara e, se immerso in un liquido, deve essere indicato anche il quantitativo di prodotto sgocciolato. Da notare che questa specificazione non comprende i prodotti sott’olio in quanto quest’ultimo viene considerato un vero e proprio ingrediente: non è quindi possibile sapere la quantità di olio e di tonno presenti in una scatoletta.

      •        Marca e denominazione: La legge prevede che il prodotto possa chiamarsi in un determinato modo solo se possiede particolari caratteristiche di qualità (es. ’succo di frutta’ soltanto una bevanda che contiene almeno il 40-50% di succo di frutta). Non deve comunque essere confuso il nome commerciale con la denominazione del prodotto, ma deve essere sempre accompagnato dalla descrizione dello stesso (es. non basta scrivere ’sottilette’ ma deve essere presente anche la dicitura ’formaggio fuso a fette’).

      •        Data di scadenza e tempo minimo di conservazione. Il più delle volte però i tempi di scadenza dettati dal consumatore sono solo indicativi ’da consumarsi preferibilmente entro…’ e per di più non è obbligatoria una data di confezionamento.

      •        Numero di lotto utile: In caso di alterazione o contaminazione, basterà l’analisi di un campione per ritirare dal mercato tutto il lotto prodotto nelle stesse condizioni.

      •        Istruzioni per l’uso: obbligatorie solo se indispensabili per un buon utilizzo del prodotto (es. zuppa in scatola da diluire, oppure purè liofilizzato da ricostruire con acqua e sale).

      •        Temperatura di conservazione: indispensabili per i prodotti deperibili e per i surgelati, in cui va indicata anche la modalità di stoccaggio (congelatore, frigorifero, freezer).

      •        Nome del produttore e sede dello stabilimento.
 
Nel 1993 un altro decreto stabilisce invece l’etichettatura nutrizionale, cioè le informazioni sulle caratteristiche nutrizionali degli alimenti, quali l’apporto calorico, proteico, lipidico, glucidico,…
L’etichetta nutrizionale non è perciò obbligatoria, tranne per quei prodotti che dichiarano caratteristiche particolari dal punto di vista nutritivo (per esempio ’a basso contenuto calorico’, ’vitaminizzato’, ’ricco in fibra’).
 
Nel caso si voglia fornirla, bisogna allora farlo con criteri precisi indicati dalla legge:

      Etichetta concisa, che contiene solo le calorie totali e le quantità di proteine, grassi e carboidrati;

      Etichetta completa, che indica anche zuccheri, acidi grassi saturi, fibre e sodio

      Una vitamina o un sale minerale vanno indicati se presenti nel prodotto >15% della razione giornaliera raccomandata (RDA).

      •        Tutti i nutrienti vanno indicati per 100 grammi o 100 ml di prodotto, talvolta anche (ma non obbligatoriamente) per porzione.

       

      L’ETICHETTA IDEALE

      •        Non facoltativa, ovvero lasciata alla discrezione del produttore, ma obbligatoria per tutti gli alimenti confezionati e facilmente leggibile da tutti.

      •        Sarebbe consigliabile un solo tipo di etichetta, quella più completa, riportante i valori nutrizionali anche per porzione o razione media, o se questi cambiano dopo la cottura del prodotto (che valore ha il tenore in grassi di una patatina che ancora deve essere fritta?)

      •        Dovrebbero essere indicate le quantità di nutrienti che andrebbero assunte giornalmente in funzione dei Livelli di Assunzione giornalieri Raccomandati di Nutrienti (LARN)


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        Al cervello piace il grasso

        Alcuni scienziati hanno scoperto che riempirsi la bocca con cibi grassi attiva i centri di piacere nel cervello, il che spiegherebbe come mai è difficile fare a meno di certi tipi di cibo.

        Alcuni scienziati hanno scoperto che riempirsi la bocca con cibi grassi attiva i centri di piacere nel cervello, il che spiegherebbe come mai è difficile fare a meno di certi tipi di cibo.
        Molti ricercatori hanno osservato come il gusto o il sapore attivino diverse regioni cerebrali, ma pochi avevano finora studiato come il cervello risponde a caratteristiche come l’oleosità della crema, la consistenza del prosciutto o la granulosità delle noci.

        Ivan de Araujo e Edmund Rolls dell’Università di Oxford hanno posizionato 12 volontari in una macchina di risonanza magnetica funzionale (fMRI), nutrendoli attraverso un tubo con cibi di caratteristiche differenti. Hanno osservato le reazioni dei soggetti mentre consumavano impasti di cellulosa privi di sapore mescolati con la consistenza dell’acqua, dell’olio di mais, di uno sciroppo dolce o di un insipido olio vegetale.

        In un articolo pubblicato sulla rivista ’Journal of Neuroscience’, i ricercatori spiegano che le soluzioni più dense innescavano un’area cerebrale che si sovrappone in parte con quella nota per essere attivata dal gusto.

        Ciò suggerisce che il cervello si crea un’immagine di quello che ha in bocca basandosi sia sul gusto che sulla consistenza.

        Le miscele più grasse, inoltre, attivavano un’altra regione cerebrale chiamata corteccia cingolata, sensibile anche ad altre esperienze piacevoli come una carezza, l’odore di un profumo o la vincita di denaro.

        I. E. de Araujo, E. T. Rolls, Journal of Neuroscience, 24, 3086 – 3093, (2004).
        Ultimo aggiornamento ( mercoledì 09 agosto 2017 )


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          Obesità: più pericolosa del fumo

          Una recente ricerca del “Rand Institute” di Santa Monica in California ha rilevato come gli obesi abbiano addirittura più problemi cronici di salute (asma, cancro, diabete e disturbi cardiaci) dei fumatori, dei bevitori o dei poveri.

          Una recente ricerca del “Rand Institute” di Santa Monica in California ha rilevato come gli obesi abbiano addirittura più problemi cronici di salute (asma, cancro, diabete e disturbi cardiaci) dei fumatori, dei bevitori o dei poveri.

          Lo studio, condotto su 9.585 adulti, dimostra che le persone sovrappeso ed obese sono di più dell’insieme dei fumatori, degli alcolisti e di coloro che vivono sotto la soglia di povertà.

          Questi risultati dovrebbero spingere la sanità pubblica a darsi maggiormente da fare nella lotta contro l’obesità in modo che raggiunga per lo meno i livelli di quella al fumo.

          Acqua, sai cosa bevi?

          Partendo dal presupposto che il nostro organismo è fatto per il 60% di acqua si capisce la vitale importanza di quest’elemento per l’uomo.

          Potremmo sopravvivere alcune settimane senza cibo, ma solo pochi giorni senza acqua: una disidratazione del 10% comporta seri problemi per l’organismo che rischia la morte per variazioni del 20-30%.
          Anche un eccessivo consumo di acqua può risultare dannoso, non tanto per l’acqua in sé quanto per la diluizione degli ioni nei fluidi biologici.

          L’apporto idrico giornaliero deve essere tale da compensare le perdite giornaliere di acqua dovute a urine, feci, perspiratio insensibilis e sudore: 2200 ml per le donne, 2900 ml per gli uomini.
          Tale quantitativo si ricava da alimenti e bevande assunte durante il giorno e dalla produzione endogena di acqua derivante dal catabolismo di glucidi, lipidi e protidi.

           

          In natura l’acqua non si trova mai allo stato puro (H2O). Sono sempre soluzioni saline, la cui concentrazione può variare in modo notevole (es. bassa nell’acqua piovana, altissima nell’acqua di mare).

          Nel percorso attraverso il terreno l’acqua si mineralizza per il contatto più o meno prolungato con le rocce che cedono gli ioni responsabili delle sue proprietà anche terapeutiche.
          In Italia sono attualmente commercializzate circa 260 tipi diversi di acque minerali in bottiglia, che differiscono per caratteristiche organolettiche e nutrizionali particolari.
          Una scelta consapevole può essere un valido supporto nel riequilibrio di particolari situazioni patologiche.

          Le acque minerali presenti in commercio vanno innanzitutto distinte per il loro contenuto in sali minerali che a temperatura di 180° determinano il residuo fisso dell’acqua.

          Minimamente mineralizzate: < 50 mg/dl
          Oligominerale: tra 50 e 500 mg/dl
          Mediominerale: tra 500 e 1500 mg/dl
          Ricca di sali minerali: > 1500 mg/dl.

          Minimamente mineralizzate e oligominerali

          Per il loro basso contenuto di sali minerali favoriscono la diuresi con eliminazione di azoto, cloruri, magnesio e fosforo. Sono indicate nella ricostituzione del latte in polvere in età pediatrica, nel corso di infezioni delle vie urinarie e tossicosi. 

          Mediominerali

          Dato il buon contenuto in sali minerali sono indicate nelle varie fasi della crescita, soprattutto se ricche di calcio. Per la loro elevata concentrazione in bicarbonati e il conseguente effetto tamponante sono utili negli stati di chetoacidosi e nelle dispepsie ipercloridriche. Vanno consigliate in tutte le situazioni di intensa sudorazione quali l’attività sportiva (in cui è consigliabile un’assunzione di liquidi prima dell’esercizio fisico) in cui sembrano inoltre avere un effetto tampone sull’acido lattico con conseguente innalzamento della soglia di resistenza alla fatica. .

          Ricche di sali minerali

          Ad uso quasi esclusivo delle terapie termali e delle crenoterapie. Non vanno utilizzata nell’alimentazione dei bambini.

          In base alla composizione salina possono essere definite in diversi modi.

          Classificazione acque minerali,  tenore in: (quantità mg/l)

          • Bicarbonato: bicarbonato > 600
          • Solfata: solfati > 200
          • Clorurata:  cloruro > 200
          • Calcica: calcio > 150
          • Magnesica: magnesio > 50
          • Fluorata: fluoro > 1
          • Ferruginosa: ferro bivalente  > 1
          • Sodica: Sodio > 200
          • Per diete povere di sodio: sodio < 20

          Indicazioni

          Gravidanza e allattamento

          Scegliere acque con residuo fisso inferiore a 200 mg/l, da alternare ad acque con residuo fisso superiore 50 mg/l preferibilmente calciche. Bere circa 2 lt al giorno.

          Diluizione dei latti

          Preferire acque oligominerali in cui siano assenti i nitriti.

          Sportivi

          Utilizzare acqua mineralizzata per reintegrare liquidi e sali minerali persi con la sudorazione, favorire l’eliminazione delle scorie azotate e correggere l’acidosi metabolica dovuta allo sforzo muscolare.

          Anziani 


          Alternare acque oligominerali e minerali
          preferibilmente ricche di calcio per favorire la reidratazione e ridurre la perdita di massa ossea.

          Stipsi

          Sono consigliate le acque mineralizzate che stimolano una maggior peristalsi, in quanto a livello intestinale rimane una quantità di liquidi maggiore.

          Iperuricemia

          La terapia idroponica permette una emodiluizione dell’acido urico che viene più facilmente mobilizzato dai tessuti favorendone l’eliminazione per via renale.

          Ipertensione arteriosa


          Nei soggetti ipertesi che rispondono ad una dieta iposodica è utile controllare l’acqua assunta il cui contenuto di sodio deve essere inferiore a 20 mg/l.

          Controindicazioni

          In alcune patologie (es.insufficienza renale) la quantità di acqua assunta deve essere controllata.

          La presenza di nitrati nelle acque può diventare un pericolo per la salute: quando sono ridotti a nitriti si legano ad ammine con la formazione delle nitrosammine, molecole potenzialmente cancerogene. Il limite per i nitrati è di 45 mg/l.

          Acque sodiche Controindicate in soggetti ipertesi

          Acque ferruginose 

          Possono aggravare la sintomatologia in soggetti con gastroduodenite

          .Acque fluorate  

          Oltre i 1,5 mg/l un uso eccessivo portare a fluorosi di cui a formazione di macchie scure sui denti è un segno.

          Acque gassate 

          Nei soggetti con gastrite sono sconsigliate in quanto incrementano la secrezione gastrica.

          BIBLIOGRAFIA:
          “Guida all’uso ragionato delle acque” a cura di Alessandro Zanasi
          “Pianeta acqua” a cura di Alessandro Zanasi


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            Valutazione del dispendio energetico

            Il Resting Energy Expenditure (REE) o Dispendio Energetico a riposo, rappresenta la quantità di calorie richieste dall’organismo per mantenere le funzioni fisiologiche vitali.

            Confronto tra misurazioni effettuate con calorimetria indiretta e formula di Harris-Benedict

            Lavoro scientifico effettuato dallo Studio del Dott.Oliva e presentato ai congressi: 
’ X Convegno di studio sull’obesità ’ Orvieto 8, 9, 10 novembre 2001
’ Obesità 2002 ’ Verona 17, 19 aprile 2002

            Il Resting Energy Expenditure (REE) o Dispendio Energetico a riposo, rappresenta la quantità di calorie richieste dall’organismo per mantenere le funzioni fisiologiche vitali.

            Il REE può essere attualmente stimato attraverso l’utilizzo di numerose formule predittive (circa 200), variabili in funzione della tipologia di soggetti presi in esame (sesso, età, peso, altezza,…), oppure misurato attraverso la calorimetria (diretta o indiretta).

            La calorimetria indiretta è la metodica che consente di valutare la spesa energetica attraverso la misurazione delle variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nei gas respiratori e di calcolare inoltre l’ossidazione dei substrati energetici (glucidi, lipidi, protidi).

            Alcuni studi riportano una sovrastima del 5-15% della spesa energetica calcolata con Harris-Benedict rispetto ai valori misurati attraverso calorimetria indiretta, altri invece evidenziano una variabilità del ±14%.

            Lo scopo del nostro studio è stato quello di verificare la differenza tra la spesa energetica a riposo misurata tramite calorimetro e quella predetta con la formula di Harris-Benedict (REE predetto verso misurato) in un campione di 95 soggetti adulti, di sesso maschile e femminile, di età compresa tra i 18 e i 76 anni.

            Abbiamo riscontrato che il REE misurato è superiore al valore del predetto, soprattutto nei soggetti sovrappeso (+16%) rispetto ad obesi (+10%) e normopeso (+9,24%).

            INTRODUZIONE

            Resting Energy Expenditure (REE) o Spesa Energetica a riposo, rappresenta la quantità di calorie richieste dall’organismo per mantenere le funzioni fisiologiche vitali (circolazione sanguigna, respirazione, attività nervosa, attività metabolica, attività ghiandolare e mantenimento della temperatura corporea).

            La maggior parte del dispendio calorico dipende dagli organi (fegato, cervello, cuore e reni) che contribuiscono per circa il 60% alla spesa energetica, pur rappresentando solo il 6% del peso corporeo.

            La muscolatura scheletrica invece, che rappresenta più del 40% del peso corporeo, contribuisce solo per il 16% alla spesa energetica totale. Tra i processi cellulari per esempio, l’attività della pompa sodio-potassio ed il turnover dei protidi determinano i 2/3 del consumo energetico totale.

            I fattori che influenzano il dispendio energetico nell’uomo e nella donna sono: età, sesso, razza, massa corporea, attività fisica, temperatura corporea ed introduzione di cibo.

            • La spesa energetica basale e’ massima alla nascita (53 Kcal a 1 anno) e decresce fino a valori minimi dopo i 70 anni (31 Kcal a 75 anni).
            • A parità di età, altezza e peso l’REE è minore nella donna rispetto agli uomini. Questa differenza inizia all’età di 3 anni e aumenta rapidamente alla pubertaà alla quale corrisponde aumento della muscolatura scheletrica nei maschi e di cellule adipose nelle femmine.
            • Anche la temperatura corporea può influenzare l’REE. Un aumento della temperatura dovuta a febbre, provoca un incremento della richiesta di ossigeno (per esempio un aumento di temperatura di 1° C provoca un aumento del BMR del 13%), mentre al contrario in caso di ipotermia si riduce la richiesta di ossigeno e si ha la diminuzione dell’REE.
            • L’introduzione di cibo a sua volta determina variazioni nella spesa energetica. Infatti prove di laboratorio hanno dimostrato che la spesa energetica aumenta dopo un pasto. Questo incremento puoò essere considerato come il lavoro richiesto per il metabolismo dei nutrienti o lavoro di digestione SDA (Specific Dynamic Action) o DIT (Diet-Inducet Thermogenesis).

            Una quota variabile della spesa energetica è data dall’attività fisica AEE (Activity Energy Expenditure) ed intellettuale. Più l’attività fisica ed intellettuale è intensa, tanto maggiore sarà il consumo calorico. La spesa energetica totale TDEE (Total Daily Energy Expenditure) è quindi data dalla spesa energetica basale più l’energia spesa dall’attività fisica e il lavoro richiesto per il metabolismo dei nutrienti o lavoro di digestione.

            L’REE può essere attualmente stimato attraverso l’utilizzo di numerose formule predittive (circa 200), variabili in funzione della tipologia di soggetti presi in esame (età, sesso, peso, patologie,…). Parametri individuali quali l’intake calorico e la composizione corporea (non presenti nella formula presa in esame) influenzano in modo significativo l’REE.

            Una delle formule più frequentemente utilizzate nei soggetti normopeso e sani per predire la spesa energetica a riposo è l’equazione di Harris-Benedict 3-4:

            Femmine: 655,095 + (9,563 x peso) + (1,8496 x altezza) – (età x 4,6756)
            Maschi: 66,473 + (13,7516 x peso) + (5,0033 x altezza) – (6,755 x età)

            L’REE può essere misurato attraverso la calorimetria diretta (camera calorimetrica) oppure tramite quella indiretta (calorimetro).

            Il termine calorimetria significa letteralmente misura del calore come effetto di reazioni biochimiche che avvengono all’interno dell’organismo.

            La calorimetria diretta permette di valutare la spesa energetica a partire dalla misurazione della dispersione di calore di un soggetto posto all’interno di una stanza adeguatamente attrezzata. Purtroppo gli alti costi ne limitano notevolmente l’impiego che è generalmente confinato alla convalida di altre metodiche. La calorimetria indiretta è la metodica che consente di valutare la spesa energetica attraverso la misurazione delle variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nei gas respiratori e di calcolare inoltre l’ossidazione dei substrati energetici (glucidi, lipidi, protidi) 5-6-7.

            Alcuni studi 8 -9-10 riportano una sovrastima del 5-15% della spesa energetica calcolata con Harris-Benedict rispetto ai valori misurati attraverso calorimetria indiretta, altri11 invece evidenziano una variabilità del ±14%.
            Lo scopo del nostro studio è stato quello di verificare la differenza tra la spesa energetica a riposo misurata tramite calorimetro e quella predetta con la formula di Harris-Benedict (REE predetto verso misurato).

            SOGGETTI E METODI:

            E’ stata misurata l’REE a 95 soggetti adulti, di sesso maschile e femminile, di età compresa tra i 18 e i 76 anni (età media 37,05 ± 12,04).

            L’esame calorimetrico è stato effettuato tramite calorimetro Vmax – Sensor Medics – California, a mattino dopo una notte di riposo, a digiuno da solidi, liquidi e astensione dal fumo dalla mezzanotte precedente, a soggetto sveglio ed in posizione supina, situato in ambiente confortevole (letto, temperatura, umidità, arredi, musica di sottofondo rilassante e a basso volume) e in assenza di stress psicologici e fisici. I soggetti non facevano uso di farmaci o sostanze stimolanti o sedative.

            La misurazione dei gas respiratori (anidride carbonica prodotta ed ossigeno consumato) è stata monitorata durante un tempo adeguato di adattamento alla canopy, mentre la registrazione in Steady State è stata effettuata per 15 minuti.

            Il software del programma ha successivamente proceduto alla stima della produzione di energia (kcal/die) e degli altri parametri derivati.

            RISULTATI:

            I risultati di REE predetto attraverso l’equazione di Harris-Benedict e misurato con calorimetria indiretta nei vari soggetti presi in esame, sono mostrati in Tabella I. I 95 soggetti presi in esame hanno riportato un REE predetto di 1580,48 ± 233,5 kcal/die, verso un misurato di 1780,5 ± 309,48.

            L’REE misurato, se espresso in percentuale sul predetto, risulta del 112,9 ± 10,59 %.

            Se si escludono dal gruppo i soggetti con patologia (ipertensione, dislipidemia) la differenza tra REE predetto e misurato diventa del 12,66 ± 11,57 % (rispettivamente di 1554,41 ± 224,16 kcal/die, e di 1749,23 ± 294,23).

            Suddividendo ulteriormente la popolazione senza patologia per BMI, si evidenzia quanto segue:

            • I soggetti normopeso (BMI 18,5-24,9) hanno riportato un REE predetto di 1434,24 ± 168,89 kcal/die, verso un misurato di 1566,1 ± 129,61, quindi risultante in percentuale sul predetto del 109,24 ± 9,08 %.

            • I soggetti sovrappeso (BMI 25-29,9) hanno riportato un REE predetto di 1538,7 ± 113,71 kcal/die, verso un misurato di 1785,83 ± 223,29, nonché del 116 ± 13,39 %.

            • I soggetti obesi (BMI 30-40) hanno riportato un REE predetto di 1784,77 ± 318,82 kcal/die, verso un misurato di 1960,62 ± 368,3, nonché del 110 ± 8,5 %.

            Nei soggetti ipertesi si è riscontrato un REE predetto di 1684,62 ± 281,86 kcal/die, verso un misurato di 1915,62 ± 401,7, nonchè del 115,31 ± 8,18 %.
            Stesso andamento nei soggetti dislipidemici che hanno riportato un REE predetto di 1626,94 ± 258,1 kcal/die, verso un misurato di 1842,61 ± 298,31, nonché del 113,28 ± 9,24 %.
            I soggetti ipertesi e dislipidemici hanno riportato un REE predetto di 1651,2 ± 258,1 kcal/die, verso un misurato di 1870,93 ± 346,37, nonché del 114 ± 8,87 %.
            Non è stato possibile suddividere la popolazione con ipertensione e dislipidemia in sottogruppi per BMI visto il basso numero di soggetti.

            DISCUSSIONE:

            La Spesa Energetica a Riposo, nel campione in esame, misurata con la calorimetria indiretta è superiore al valore di REE predetto attraverso l’equazione di Harris-Benedict. Questa differenza è più evidente nei soggetti sovrappeso (+16%) rispetto agli obesi (+10%) ed ai normopeso (+9,24%).

            Pertanto la prescrizione dietetica, nei casi in cui necessita avere una prescrizione mirata alle necessità nutrizionali, dovrebbe essere sempre rapportata a tale misura.

            Tabella I:

            Confronto tra REE predetto ed REE misurato in una popolazione di 95 soggetti afferente ad uno studio dietologico (media e deviazione standard)

            Soggetti

            Tutti

            Tutti (senza patologia)

            Normopeso

            Sovrappeso

            Obesi

            Ipertesi

            Dislipidemici

            95

            65

            21

            30

            13

            13

            18

            Età

            37 ± 12,4

            34,7 ± 11,8

            32,3 ± 10,8

            32,9 ± 10,2

            43 ± 14,21

            44,8 ± 11,4

            41,1 ± 12,8

            B12,8MI

            28,2 ± 5,6

            26,6 ± 4,4

            22,4 ± 1,9

            26,2 ± 1,3

            33,5 ± 3,02

            34,3 ± 9,39

            29,6 ± 2,86

            REE predetto(kcal/die)

            1580 ± 233

            1554 ± 224

            1434 ± 168

            1538 ± 113

            1784 ± 318

            1684 ± 281

            1626 ± 258

            REE misurato (kcal/die)

            1780 ± 309

            1749 ± 294

            1566 ± 129

            1785 ± 223

            1960 ± 368

            1915 ± 401

            1842 ± 298

            REE misurato (% del predetto)

            112,9 ± 10

            112,6 ± 11

            109,2 ± 9

            116,2 ± 13

            110 ± 8,5

            115 ± 8,1

            113,2 ± 9,2

            QR

            0,8 ± 0,07

            0,8 ± 0,07

            0,79 ± 0,05

            0,81 ± 0,08

            0,81 ± 0,07

            0,8 ± 0,08

            0,81 ± 0,04


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              Vitamina C

              La vitamina C ha azione anti-infettiva (produzione di anticorpi), antitossica (inattivazione di alcune tossine), di attivazione di diversi enzimi, regola il metabolismo dei vari nutrienti, ha potere antiossidante, interviene nella conversione del colesterolo in acidi biliari, blocca la sintesi delle nitrosammine (sostanze cancerogene), previene con il ferro l’assorbimento del cadmio e favorisce l’assorbimento del ferro.

              La vitamina C ha azione anti-infettiva (produzione di anticorpi), antitossica (inattivazione di alcune tossine), di attivazione di diversi enzimi, regola il metabolismo dei vari nutrienti, ha potere antiossidante, interviene nella conversione del colesterolo in acidi biliari, blocca la sintesi delle nitrosammine (sostanze cancerogene), previene con il ferro l’assorbimento del cadmio e favorisce l’assorbimento del ferro.

              La carenza determina lo scorbuto, che non compare immediatamente con la riduzione dell’apporto di vitamina C in quanto il nostro organismo è in grado di accumulare, entro certi limiti, riserve di questa vitamina.

              Non dà problemi di tossicità in quanto l’eccesso viene eliminato con le urine.

              Presente soprattutto nel mondo vegetale, è però largamente inattivata dalla cottura poiché si ossida facilmente.

              Il fabbisogno di vit. C è di 60 mg/die nell’adulto e 45 mg nei bambini. Poiché nei fumatori il turnover metabolico della vitamina C aumenta di oltre il 40%, il fabbisogno va raddoppiato.
              In gravidanza il fabbisogno è di 70 mg/die a in allattamento 90 mg/die.

              ALIMENTI
              Vit. C mg/100 g alimento
              prezzemolo 162
              peperoni 151
              rucola 110
              kiwi 85
              cavolo broccolo verde 77
              succo di frutta 60
              spinaci 54
              fragole 54
              arance 50
              limone 50
              verza 47
              radicchio verde 46
              spremuta di pomodoro 44
              succo di limone 43
              mandarini 42
              pompelmo 40

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                Le abitudini alimentari dei bambini in sovrappeso

                Analizzando le abitudini alimentari dei ragazzi in sovrappeso si nota un modello alimentare sregolato: saltare la colazione, tendenza all’eccessivo consumo di snack pronti, elevata introduzione di grassi e scarso consumo di frutta e verdura.


                Analizzando le abitudini alimentari dei ragazzi in sovrappeso si nota un modello alimentare sregolato: saltare la colazione, tendenza all’eccessivo consumo di snack pronti, elevata introduzione di grassi e scarso consumo di frutta e verdura.

                Allo sviluppo dell’obesità contribuisce l’ambiente familiare in quanto esso incide sulla costruzione del modello comportamentale di controllo dell’introito di cibo tramite lo stesso comportamento alimentare dei genitori e le modalità di nutrizione dei figli. 
Ecco alcuni esempi di comportamenti che alterano la capacità di percepire i segnali di fame e sazietà:

                • insistere sul terminare il cibo presente nel piatto
                • associare al pasto altre attività: lettura, televisione, computer, ecc…
                • utilizzare il cibo come festeggiamento, premio o punizione

                Genitori che hanno essi stessi problemi di peso, preoccupati per lo stato di sovrappeso dei figli, possono inoltre intervenire con pratiche di controllo non adeguate che promuovono lo sviluppo di stili alimentari problematici e sovrappeso dei figli.

                In questo senso le varie ricerche suggeriscono come i programmi di prevenzione dovrebbero mirare a fornire conoscenze e strumenti utili per incoraggiare modelli di preferenze e scelte alimentari più vicine a diete salutari in tutta la famiglia e a promuovere la capacità dei bambini all’autogestione dell’alimentazione per quanto di loro competenza.