La regola delle 100 calorie

L’aumento del peso non è dovuto a vaghe e inspiegabili disfunzioni ma ad un piccolissimo errore giornaliero non facilmente misurabile. Questo errore, moltiplicato per giorni ed anni, fa un grande errore facilmente misurabile con una semplice bilancia: 1 chilo di grasso corrisponde a 7.000 calorie.

“Non mangio tanto per quanto ingrasso”

  1. In 1 kg di grasso corporeo sono contenute 7.000 calorie.
  2. Se il Bilancio Energetico Giornaliero è di 100 calorie (introdotte in eccesso o consumate in difetto) è quindi di 36.500 calorie in un anno (100 x 365).
  3. Si verifica quindi un aumento di peso di kg 5.2 in 1 anno (36.500 : 7.000), 10.4 in 2 anni, 15.6 in 3 anni,……… 52 kg in 10 anni.
  4. Il messaggio deve essere chiaro: l’aumento del peso non è dovuto a vaghe e inspiegabili disfunzioni ma ad un piccolissimo errore giornaliero non facilmente misurabile.
  5. Questo errore, moltiplicato per giorni ed anni, fa un grande errore facilmente misurabile con una semplice bilancia: 1 chilo di grasso corrisponde a 7.000 calorie.
  6. Moltiplicando per 7.000 il peso aumentato (in kg) in un determinato numero di giorni e dividendo le calorie corrispondenti per il numero dei giorni si può calcolare indirettamente l’errore calorico giornaliero.

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Numeri e rischi dell’obesità precoce

In Italia il numero di bambini con problemi di peso è in costante aumento come dimostra il confronto tra uno studio degli anni ’50, che riporta una prevalenza di obesità dell’1.8% , ed i dati recenti che indicano una prevalenza variabile dal 10 al 30%.

In Italia il numero di bambini con problemi di peso è in costante aumento come dimostra il confronto tra uno studio degli anni ’50, che riporta una prevalenza di obesità dell’1.8% , ed i dati recenti che indicano una prevalenza variabile dal 10 al 30%.

Questo riflette l’andamento del fenomeno nel resto del mondo industrializzato: i bambini in sovrappeso sono duplicati negli ultimi 20 anni . L’obesità, riconosciuta dall’OMS come malattia, è causa di aumento del rischio di malattie cardiovascolari e di mortalità totale nell’adulto rispetto alla popolazione normopeso.

Nel 1990 è stata riconosciuta negli Stati Uniti come la seconda causa di morte al mondo dopo il fumo. 
Il danno metabolico e le complicanze dell’obesità nell’adulto possono essere presenti, seppur in prevalenza minore, già nel bambino obeso.

L’adulto obeso fin dall’età evolutiva avrà un maggior rischio di mortalità e morbilità rispetto ad un suo pari che non era obeso quando era bambino. Poiché dal 30 al 60% dei bambini obesi mantengono l’eccesso ponderale in età adulta e visto che i trattamenti dell’obesità del bambino hanno dato risultati migliori, soprattutto a lungo termine, rispetto a quanto ottenuto con l’adulto, la terapia e la prevenzione dell’eccesso ponderale in età evolutiva sono ampiamente giustificati.

Per la diagnosi di obesità nel bambino non si fa riferimento come nell’adulto alle classi di BMI (25-30 sovrappeso, > 30 obesità) in quanto, a seconda dell’età, ci sono delle fisiologiche variazioni dell’adiposità da tenere in considerazione. La valutazione viene dunque eseguita utilizzando tabelle con parametri di crescita di riferimento espresse in percentili: tra l’85% e il 95% sovrappeso, oltre 95% obesità (a seconda dei Paesi i centili di riferimento cambiano).

Solo dal 1997 esistono tabelle di percentili di BMI specifiche italiane, nate dall’esigenza di valutare i bambini con riferimenti della nostra popolazione.

Nel 2000 sono state pubblicate le prime tabelle di riferimento internazionali: l’esigenza di valutare e confrontare il fenomeno obesità infantile nei vari paesi non poteva essere soddisfatta per l’assenza di parametri di riferimento comuni; inoltre la stessa definizione di obesità variava da paese a paese a seconda dei percentili presi in considerazione (85%, 90%, 95%, 98%).

Raccogliendo in 6 nazioni i dati di studi trasversali di crescita, largamente rappresentativi degli stessi paesi, e facendo passare, all’età di 18 anni, le curve dei centili attraverso i valori di cut off internazionalmente utilizzati nell’adulto per definire sovrappeso (BMI >25, <30) ed obesità (BMI >30) sono state disegnate le curve di cut off specifiche per sesso ed età dai 2 ai 18 anni.

Conseguenze dell’obesità ad insorgenza precoce

Aumentato carico meccanico

  • Mal di schiena
  • Disturbi ortopedici
  • Apnee nel sonno
  • disturbi respiratori

Calcoli biliari

Persistenza dell’obesità

Alterazioni cutanee

Displipidemie

Ipertensione

Diabete non insulino dipendente

  • Morbilità e mortalità cardiovascolare

Influenza sullo sviluppo puberale

  • Compromissione della fertilità

Aumento della velocità di crescita

Handicap fisico

Rischio aumentato per alcune neoplasie

Aspetto fisico

  • Problemi psico-sociali
  • Difficoltà di apprendimento

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    Anoressia Nervosa – Condizioni cliniche –

    Sebbene alcuni individui anoressici non presentino anomalie di laboratorio, la denutrizione implicita in questo disturbo e gli squilibri indotti dalla pratica dell’abuso di lassativi, diuretici, e l’uso del vomito possono indurre numerose alterazioni in organi e apparati

    Reperti di laboratorio, reperti dell’esame fisico e condizioni mediche generali

    Sebbene alcuni individui anoressici non presentino anomalie di laboratorio, la denutrizione implicita in questo disturbo e gli squilibri indotti dalla pratica dell’abuso di lassativi, diuretici, e l’uso del vomito possono indurre numerose alterazioni in organi e apparati: leucopenia e lieve anemia sono reperti comuni; è frequente il riscontro di ipercolesterolemia; possibili indici di funzionalità epatica elevati; disidratazione con successivo aumento dell’azoto ureico nel sangue; anomalie endocrine e tiroidee; basse concentrazioni di estrogeni nelle femmine e di testosterone nei maschi; regressione dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Gonadi.
    L’ecocardiogramma può evidenziare bradicardia sinusale; l’elettroencefalogramma anomalie diffuse, probabilmente a causa dei marcati squilibri dei fluidi e degli elettroliti. La visualizzazione cerebrale rileva spesso un aumento degli spazi ventricolari/sostanza grigia cerebrale, secondario al digiuno; infine, il metabolismo basale appare significativamente ridotto.

    Per quanto riguarda i reperti dell’esame fisico molti sintomi e segni dell’anoressia nervosa sono connessi alla denutrizione: oltre all’amenorrea possono esserci stipsi, dolori addominali, intolleranza al freddo, letargia o eccesso di energia.

    Possono essere inoltre presenti marcata ipotensione, ipotermia e secchezza della cute. Alcuni pazienti sviluppano una fine e soffice peluria sul tronco detta lanuggine. Molti soggetti, infine, presentano bradicardia, alcuni edemi periferici, altri una ipertrofia delle ghiandole salivari.
    Significative condizioni mediche generali associate che possono risultare dall’anoressia nervosa sono l’anemia normocromica-normocitica, l’insufficienza renale, alterazioni cardiovascolari, problemi dentali ed osteoporosi.

     

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      Anoressia Nervosa – Fattori predisponenti –

      Analizziamo i fattori eziologici, famigliari, comportamentali e biologici, socio-culturali e altri in presenza dei quali può scatenarsi il disturbo dell’anoressia nervosa.

      Fattori eziologici

      Anche l’anoressia nervosa, come gli altri disturbi alimentari, sembra essere un prototipo delle patologie a genesi multifattoriale. Il classico dilemma che vede opposte cause organiche e psicologiche non è stato dunque ancora risolto.

      Fattori familiari

      La prevalenza è maggiore nei familiari di primo grado di individui con anoressia nervosa. Nei gemelli la concordanza per anoressia nervosa è significativamente maggiore negli omozigoti rispetto agli eterozigoti.

      Fattori comportamentali

      Un’altra ipotesi eziologica si basa sul presupposto che questo disturbo nasca come comportamento appreso che tende poi a perpetuarsi a causa di meccanismi di rinforzo da esso indotti.

      Fattori biologici

      Una fra le teorie fisiologiche più interessanti riguarda una presunta anomalia funzionale di una porzione ipotalamica, deputata al controllo della fame e della sazietà, dell’attività sessuale e del ciclo mestruale. Le ricerche non hanno però ancora dimostrato l’esistenza di specifiche anomalie neurologiche e neuroendocrine in questi pazienti.

      Fattori socioculturali e biopsicosociali

      La progressiva spinta verso modelli di bellezza fisica significativamente più magri rispetto a quelli del passato può fare in modo che l’aspettativa di essere magri divenga un fattore centrale nello sviluppo della visione di sé.

      Fattori di rischio

      Possono essere rappresentati da pressioni socio-economiche e sociali (ad esempio per i soggetti che devono essere magri per essere fedeli alla loro scelta lavorativa), da predisposizioni biologiche (per esempio soggetti con anamnesi familiare di disturbi alimentari) e da obesità e malattie fisiche croniche.

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        Night Eating Syndrome – Terapia

        L’approccio più valido per contrastare il disturbo alimentare della Night Eating Syndrome sembra provenire dalla combinazione di terapia farmacologica e psicoterapia con approccio cognitivo comportamentale.

        Terapia farmacologica

        Nei pazienti bulimici si osservano spesso alterazioni dei meccanismi nervosi ed endocrini di regolazione della fame, del comportamento alimentare e della sazietà (Breverton, 1992). È dunque giustificato l’impiego di strumenti farmacologici per correggere, per quanto possibile, tali meccanismi alterati.

        Le ricerche hanno dimostrato l’inutilità dei farmaci anoressizzanti, capaci cioè di togliere l’appetito, poiché l’elemento scatenante la crisi bulimica non è certo la fame. Gli ansiolitici si sono dimostrati anch’essi poco utili e spesso rischiosi, data la tendenza all’abuso dei pazienti bulimici.
        Tra tutti i farmaci gli antidepressivi sono i più efficaci (anche in pazienti con assenza di disturbo depressivo), in particolare modo la fluoxetina: l’efficacia di quest’ultima è talmente ben dimostrata che l’indicazione bulimia nervosa è riportata in modo ufficiale sul foglietto illustrativo del farmaco.

        Riassumendo, allo stato attuale la terapia farmacologica della bulimia nervosa appare certamente utile. Ancora più efficace è l’associazione tra il trattamento farmacologico e la psicoterapia ad indirizzo cognitivo-comportamentale: il trattamento combinato, se protratto per almeno sei mesi, si è dimostrato più efficace, rispetto a quello esclusivamente farmacologico, nel ridurre in modo persistente le crisi bulimiche, l’uso di lassativi, la preoccupazione per la dieta e la sensazione incoercibile di fame, oltre ad aver conseguito migliori risultati al follow-up (Agres et al., 1994).
        La farmacoterapia dunque va intesa come uno strumento che permette al paziente di rompere una catena che lo imprigiona, le cui maglie però, non sono unicamente biologiche.

        Terapia psicologica

        Per molto tempo, in passato, si è ritenuto che il trattamento di elezione per la bulimia nervosa fosse la terapia familiare. Da qualche anno ripetuti studi hanno dimostrato che l’approccio più efficace e di conseguenza ora maggiormente utilizzato è quello della psicoterapia individuale, in genere condotta a livello ambulatoriale (Russell, 1989). Se si pensa all’età maggiore dei pazienti bulimici rispetto a quelli anoressici e di conseguenza alla qualità diversa dell’attività sessuale ed affettiva, appare evidente e prevedibile il distacco dalla famiglia di origine e dunque improbabile un trattamento familiare.

        Tra i vari tipi di psicoterapie, l’approccio cognitivo-comportamentale a livello individuale ha conseguito i maggiori consensi essendo risultato efficace nel 60% circa dei casi. Questo intervento è generalmente volto a modificare gli aspetti comportamentali e relazionali legati alla patologia, aumentando nel paziente la consapevolezza delle dimensioni cognitive ed emotive alla base del disturbo. Vengono proposte tecniche di auto-osservazione del comportamento sintomatico, allo scopo di favorire la consapevolezza degli automatismi seguiti in momenti cruciali quali quelli dell’acquisto del cibo, dell’abbuffata e del vomito; sono così sottolineate le componenti cognitive, emotive (comportamento bulimico come mezzo per anestetizzare le emozioni, bisogno di approvazione, sensi di colpa, ecc.) e comportamentali associate a tali momenti. Grazie a ciò il paziente diviene del legame esistente tra alcune sue ideazioni irrazionali, le emozioni e le abbuffate, così come gradualmente riesce a mettere in luce l’effetto gratificante del vomito. Nel corso di questa auto-osservazione, in genere, emergono modi rigidi di categorizzare (bianco o nero): questi aspetti, proprio perché identificati e tolti dall’automatismo sono più facilmente modificabili. Altrettanto importante è l’acquisizione di nuove competenze alimentari e sociali.

        La prima prescrizione nella fase iniziale con queste pazienti è la compilazione di un diario alimentare, anche se è facile aspettarsi all’inizio una falsificazione dei dati riportati. L’auto-osservazione tramite diario permette al terapeuta di avere una visione dettagliata del comportamento patologico (frequenza, durata, modalità, quantità di cibo, ecc.) e al/alla paziente di porre in relazione l’abbuffata con pensieri e comportamenti che possono fungere da eventi scatenanti o da conseguenze rinforzanti. Una semplice registrazione può quindi assumere una valenza terapeutica.

        Dal punto di vista alimentare si suggerisce di mangiare solo ai pasti, ma con regolarità. Molti pazienti penseranno di ingrassare perché abitualmente alternano abbuffate a digiuni. In effetti, se riuscissero a seguire la dieta proposta senza strappi, diminuirebbero l’assunzione calorica complessiva. Inoltre, la sazietà prodotta da un’alimentazione corretta limiterebbe il piacere delle abbuffate.

        Per concludere è bene sottolineare il fatto che non è comunque facile stabilire un valido rapporto terapeutico con questi pazienti, poiché hanno spesso vergogna di parlare dei propri sintomi oppure, al contrario, possono esagerarli a causa del loro senso di colpa, oltre a manifestare talvolta paura di deludere il terapeuta.


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          Vomito ciclico: terapia

          Per cominciare, gli stress che più comunemente scatenano gli attacchi di nausea e vomito dovrebbero essere identificati e, nei limiti del possibile, evitati.



          Per cominciare, gli stress che più comunemente scatenano gli attacchi di nausea e vomito dovrebbero essere identificati e, nei limiti del possibile, evitati.

          Per quanto riguarda la terapia dell’attacco acuto, se ci sono sintomi prodromici la precoce somministrazione orale di antiemetici, agonisti dell’ormone polipeptidico motilina o inibitori delle cicloossigenasi può a volte impedire all’episodio di scatenarsi (Fleischer, 1995).

          I pazienti con attacchi gravi che non possono essere controllati a domicilio dovrebbero essere sempre ricoverati in ospedale.
 Complicanze quali disidratazione, chetosi, squilibri elettrolitici ed esofagite peptica sono molto frequenti negli attacchi acuti severi e dovrebbero essere prevenute mediante infusione di soluzioni gluco-saline e H2-antagonisti. Questi ultimi dovrebbero essere poi somministrati per alcune settimane nel caso in cui vi siano sintomi suggestivi di esofagite.

          In caso di vomito ematico e dolore toracico acuto e intenso può essere indicata una esofagogastroduodenoscopia per verificare l’occorrenza – comunque rara – di una lacerazione traumatica dell’esofago (sindrome di Mallory-Weiss). 
Alcuni studi clinici non controllati hanno dimostrato che frequenza e gravità degli attacchi possono essere ridotte in modo significativo dalla profilassi giornaliera a lungo termine con antiepilettici, eritromicina e vari farmaci impiegati per il trattamento dell’emicranie.

          Un supporto psicoterapeutico può essere molto utile in presenza di situazioni conflittuali intrafamiliari e per fornire al paziente abilità di fronteggiamento rispetto alle situazioni che possono scatenare od aggravare gli attacchi di vomito incontrollato.

          Bibliografia

          Li, B., Fleischer, D.: Cyclic vomiting syndrome: features to be expleined by a pathophysiological model. Dig Dis Sci 1999
          Ravelli, A.M.: La sindrome del vomito ciclico. Riv Ital Pediatr 2000
          Fleischer, D.: Cyclic vomiting syndrome: a paroxismal disorder of brain-gut interaction. J Pediatr Gastroenterol Nutr 1997
          Fleischer, D.: Menagement of cyclic vomiting syndrome J Pediatr Gastroenterol Nutr 1995


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            Disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati

            La categoria dei Disturbi dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificati include quei disturbi dell’alimentazione che non soddisfano i criteri di nessuno specifico disturbo dell’alimentazione.

            La categoria dei Disturbi dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificati include quei disturbi dell’alimentazione che non soddisfano i criteri di nessuno specifico disturbo dell’alimentazione.

            Gli esempi includono:

            • Per il sesso femminile, tutti i criteri dell’anoressia nervosa in presenza di ciclo mestruale regolare.
            • Tutti i criteri dell’anoressia nervosa sono soddisfatti e, malgrado la significativa perdita di peso, il peso attuale risulta nei limiti della norma.
            • Tutti i criteri della bulimia nervosa risultano soddisfatti, tranne il fatto che le abbuffate e le condotte compensatorie hanno una frequenza inferiore a 2 episodi per settimana per tre mesi.
            • Un soggetto di peso normale che si dedica regolarmente ad inappropriate condotte compensatorie dopo aver ingerito piccole quantità di cibo (es. induzione del vomito dopo aver mangiato due biscotti).
            • Il soggetto ripetutamente mastica e sputa, senza deglutire, grandi quantità di cibo.
            • Disturbo da alimentazione incontrollata: ricorrenti episodi di abbuffate in assenza delle regolari condotte compensatorie inappropriate tipiche della bulimia nervosa.
            • Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso come vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici, clisteri o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.

            (AA.VV.: DSM – IV Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.)


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              “Ho il metabolismo lento, che ci posso fare?”

              I fallimenti dietologici, comuni a tutti gli obesi che presentano la sindrome dello yo-yo, determinano l’instaurarsi di convinzioni che diventano sempre più radicate in rapporto al numero dei tentativi dimagranti. 

              I numerosi fallimenti dietologici, comuni a tutti gli obesi che presentano la sindrome dello yo-yo, determinano l’instaurarsi di convinzioni che diventano sempre più radicate in rapporto al numero dei tentativi dimagranti.

              Idee disfunzionali che portano a pensare di avere un metabolismo lento, di essere incapaci di rispettare un piano alimentare prescritto in quanto deboli e incapaci di controllarsi. Disconoscendo in questo modo la malattia, ovvero l’insieme di sintomi, che è causa e che perpetua la tendenza a modificare la composizione corporea a favore della massa grassa. La componente genetica condiziona fortemente ed è causa di alterazioni del comportamento alimentare che sono indispensabili per il manifestarsi dell’obesità.

              Il bisogno di cibo pertanto non è più regolato dai meccanismi fisiologici della fame e della sazietà ma da situazioni ambientali individuali e sociali che portano all’assunzione di cibo per quantità e modalità di assunzione di certo differenti dai soggetti normopeso.

              Senza la consapevolezza di questi meccanismi l’obeso – colpevolizzato dalla società e spesso da certi operatori sanitari che invitano a perdere peso facendo leva solo sulle capacità individuali – si convince che la soluzione al suo problema non è da ricercare nella classe medica ma nella propria volontà o, peggio ancora, cade vittima della trappola dell’industria delle diete dimagranti.

              La terapia medica prima di tutto clinica e di consulenza educazionale informativa, trova il suo spazio ben preciso nell’universo delle terapie dell’obesità.

              La diagnosi di laboratorio, con la ricerca di eventuali alterazioni ormonali (per la verità molto rari) o dismetabolismi e quella strumentale, con la calorimetria indiretta, la bioimpedenza e la valutazione antropometrica, sono alla base del programma dietologico.

              Alcuni esempi di false idee che stabilizzano l’obesità:

              • ho un metabolismo lento
              • se dimagrisco poi recupero tutto
              • gli altri hanno una forza di volontà maggiore della mia
              • per dimagrire bisogna digiunare
              • spero di trovare un medico o una medicina capaci di guarirmi
              • ho una disfunzione ormonale
              • spero di trovare una dieta che mi faccia dimagrire per sempre

              Prima di iniziare un programma dietologico, bisogna avere chiara la situazione di partenza sia da un punto di vista metabolico che psicologico.

              La composizione corporea quantifica le percentuali dei vari distretti corporei (massa grassa, massa cellulare, acqua extra e intracellulare) e ci permette di valutare lo stato nutrizionale del soggetto.

              Il comportamento del biavector (parametro ricavato dalla Bia) ci posiziona inoltre il soggetto nei quadranti nutrizionali di appartenenza: muscolare, obeso, malnutrito, cachettico (fig. bia) e fornisce informazioni sullo stato di idratazione.

              L’intervento nutrizionale, pertanto, non è limitato alla perdita di peso, ma alla modifica della composizione corporea che può e deve essere monitorata nel tempo.

              In questo modo cade il mito dell’ago della bilancia e del peso ideale e si sposta l’attenzione sulla composizione corporea. L’intervento dietetico sarà pertanto valutato periodicamente per mezzo di esami strumentali che prescindono dall’idea dell’operatore e dell’obeso.

              Un mezzo asettico, obiettivo di valutazione che diventa utile in presenza di idee disfunzionali riguardo il peso e l’immagine corporea.
              Capita infatti piuttosto frequentemente di abbandonare un programma dietologico perché l’ago della bilancia non si sposta come vorremmo.

              L’ago della bilancia pesa e si sposta in funzione della massa corporea e non solo del grasso, pertanto situazioni che modificano l’acqua (il ciclo mestruale nella donna  o la massa muscolare (in chi pratica attività fisica) possono mascherare una perdita di massa grassa.

              La bioimpedenza valuta quindi lo stato nutrizionale del soggetto che può avere lo stesso peso ma un diverso stato di salute.
              Nella perdita di peso bisogna aggiungere al concetto di quantità ( la perdita del 10% del peso iniziale) quello di qualità.

              Cosa perdo quando perdo peso? E’ questo un altro punto cardine. La perdita di peso deve corrispondere alla perdita di massa grassa e al rispetto della massa magra e della massa cellulare. Condizione questa essenziale per il mantenimento del peso raggiunto.

              La perdita di sostanza non grassa (massa cellulare, acqua e massa muscolare), minaccia lo stato nutrizionale dell’organismo che si difende con un recupero immediato del peso.

              L’adattamento metabolico o la resistenza alla perdita di peso altro non è che un meccanismo di difesa per la sopravvivenza della specie. La condizione essenziale per ottenere un dimagrimento sano è la riduzione controllata delle calorie prescritte che non deve possibilmente scendere al di sotto del dispendio energetico misurato.

              Perdite di peso superiore al 0,5-1 Kg la settimana difficilmente possono garantirci questo risultato. Il tempo è la condizione essenziale per modificare la composizione corporea.

              Nelle prime settimane -con diete standard -si assiste ad una perdita di peso che interessa in percentuale molto bassa la massa grassa ( 50%) mentre la si può ottimizzare con una prescrizione mirata.

              La terapia educazionale o cognitivo comportamentale non può e non deve prescindere dai dati relativi al dispendio energetico, alla composizione corporea e alla prescrizione dietetica. Va evitato il consiglio generico di ridurre le calorie o di mangiare meno perché si rischia di svuotare di significato la terapia educazionale e di mettere l’individuo in condizione di sviluppare pensieri negativi riguardo il dimagrimento nel momento in cui non raggiunge l’obiettivo desiderato, spesso non realistico e pertanto non raggiungibile.

              L’obeso ha bisogno di certezze. 
              Essere seguiti durante il programma dietologico non significa avere un medico controllore del peso, ma un professionista in grado di valutare l’efficacia del programma educazionale e comportamentale. Un medico in grado di studiare strategie e di modificarle in corso di terapie in base ai risultati ottenuti.

              La certezza di perdere peso se si segue il programma prescritto è una certezza assoluta che ci consente di ottenere i migliori risultati.

              E’ nota la convinzione che ha l’obeso del suo dispendio energetico.
              E’ di comune riscontro invece la misura del metabolismo che è superiore a quello predetto.

              La calorimetria sfata il concetto del metabolismo lento e pone l’obeso sullo stesso piano del normopeso. Come il soggetto normopeso, anche l’obeso può assumere una quantità normale di calorie. A volte basta questa convinzione per riuscire a perdere peso senza sottoporsi a regimi drastici che finiscono sempre con la perdita di controllo e il recupero del peso perso.
              In questo modo dopo avere sperimentato numerosi fallimenti l’obeso trova una forte motivazione per iniziare un nuovo programma.

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                Epidemiologia dell’obesità in Italia

                L’obesità è una delle patologie più diffuse, al punto da essere considerata quasi un’epidemia tra i paesi industrializzati e in quelli in fase di evoluzione tecnologica.

                I tassi di incidenza sono infatti in rapida crescita e raggiungono anche il 70% della popolazione adulta. È riconosciuta come una malattia ad andamento cronico ed uno dei maggiori fattori determinanti in molte malattie non trasmissibili come il diabete mellito non insulino-dipendente e malattie coronariche, ma anche incrementa il rischio di disturbi biliari, di alcuni tipi di cancro, di disordini muscolo scheletrici e respiratori.

                Ecco perché, sopra un certo livello di peso, l’eccesso ponderale deve essere considerato una malattia cronica.

                L’eziopatogenesi è multifattoriale e la causa principale nell’uomo è identificabile solo occasionalmente.

                Il vecchio adagio “l’obesità è un male di famiglia” riflette comunque molto bene il responso di molti lavori, i quali identificano proprio nella familiarità una delle concause principali: fino al 40% se uno dei due genitori è obeso, e fino al 70% se lo sono entrambi.

                Considerati gli stretti rapporti tra obesità e patologie, e considerata la tendenza all’aumento dei tassi di prevalenza di soprappeso ed obesità, uno degli obiettivi di salute pubblica programmati nel Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 si propone di promuovere azioni di prevenzione sugli stili di vita, quali primi tra tutti, alimentazione ed attività fisica, al fine di ridurre la prevalenza degli individui obesi.

                In Italia comunque i consumi alimentari sono diminuiti nell’ultimo decennio (D’Amicis, 2001) di circa il 10-15% arrivando perciò ad un apporto medio di 2200 kcal giornaliere. Anche il fabbisogno energetico medio si è modificato passando dalle 2550 kcal/die alle 2300 a causa della maggior presenza di anziani (i quali presentano una fisiologica diminuzione del fabbisogno) e alla ridotta attività fisica per il lavoro ed il tempo libero.

                La copertura del fabbisogno dei macronutrienti ha visto modeste variazioni in positivo, ma non ancora soddisfacenti: si è passati dal 170% al 156% per le proteine, dal 160% al 120% per i grassi, e dall’83% all’84% per i carboidrati.

                Gli unici nutrienti che non hanno la copertura adeguata sono il calcio (94%) e la vitamina D (51%).

                
In termini di alimenti quelli che hanno subito il maggior calo sono: vino, grassi da condimento, formaggi grassi, carni, latte intero.

                Gli alimenti che invece hanno subito un aumento sono: pesce, ortaggi, pizza, latte parzialmente scremato.

                Pasta e pane non fanno ingrassare

                Uno degli errori piu’ comuni che si fanno quando si intraprende una dieta dimagrante e’ quello di ridurre o eliminare pane e pasta perché “hanno tante calorie e fanno ingrassare”.

                Uno degli errori piu’ comuni che si fanno quando si intraprende una dieta dimagrante e’ quello di ridurre o eliminare pane e pasta perché “hanno tante calorie e fanno ingrassare“.

                Niente di più lontano dalla realtà.

                Poppit (et ali) hanno effettuato uno studio (American Journal of Clinical Nutrition, Vol 75, No.1, 11-20, January 2002) sugli effetti a lungo termine di una dieta con un’alta percentuale di carboidrati complessi (pane, psta, riso, etc..) e bassa percentuale di grassi.

                In particolare hanno somministrato a tre gruppi di soggetti rispettivamente:

                • una dieta con apporto calorico libero, alta percentuale di carboidrati complessi e bassa percentuale di grassi;
                • una dieta con apporto calorico libero;
                • una dieta con apporto calorico libero, bassa percentuale di grassi e alta percentuale di carboidrati semplici (zucchero da tavola, dolciumi, bevande zuccherate).

                Si sono valutati gli effetti sul peso dopo 6 mesi:

                • 
i soggetti del primo gruppo hanno perso in media 4,25 kg ;
                • i soggetti del secondo gruppo sono ingrassati in media 1,03 kg;
                •  
i soggetti del terzo gruppo hanno perso in media 0,28 kg.

                Questi dati suggeriscono che pasta, pane e tutti gli alimenti che contengono carboidrati complessi non fanno ingrassare, ma sono per lo più i grassi contenuti nei cibi o di condimento che determinano l’incremento ponderale: il controllo di questi ultimi, nei soggetti del primo gruppo, ha portato ad una perdita di peso nonostante l’introduzione di tutto il resto fosse libera.

                I carboidrati complessi, inoltre, conferiscono un senso di sazietà che porta naturalmente a regolare l’introduzione degli alimenti, come dimostra lo studio, in cui l’introduzione di carboidrati complessi, se pur libera, non ha portato ad un incremento ponderale.

                La strategia nutrizionale che mira alla riduzione dei grassi e alla distribuzione equilibrata di carboidrati nell’arco della giornata ha dimostrato ancora una volta la sua efficacia.


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