Calorimetria: misurare il metabolismo

È indispensabile conoscere il proprio metabolismo per impostare un piano dietetico efficace mirato alle esigenze nutrizionali personali. La calorimetria è l’esame clinico in grado di misurare il consumo energetico a riposo del soggetto.

La calorimetria misura il dispendio energetico a riposo (REE, Resting Energy Expenditure) ovvero la quantità di calorie necessarie per lo svolgimento delle funzioni vitali.

È indispensabile conoscere tale valore per impostare un piano dietetico mirato alle esigenze nutrizionali individuali.La maggior parte delle persone in sovrappeso può perdere peso con una dieta pari al metabolismo misurato.

Il metabolismo basale può essere misurato attraverso la calorimetria diretta (camera calorimetrica) oppure tramite quella indiretta (calorimetro). Il termine calorimetria significa letteralmente misura del calore come effetto di reazioni biochimiche che avvengono all’interno dell’organismo.

La calorimetria diretta permette di valutare la spesa energetica a partire dalla misurazione della dispersione di calore di un soggetto posto all’interno di una stanza adeguatamente attrezzata. Purtroppo gli alti costi ne limitano notevolmente l’impiego che è generalmente confinato alla convalida di altre metodiche.

La calorimetria indiretta è la metodica che consente di valutare la spesa energetica attraverso la misurazione delle variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nei gas respiratori e di calcolare inoltre l’ossidazione dei substrati energetici (glucidi, lipidi, protidi).

Il primo calorimetro diretto, ovvero la camera calorimetrica (una camera isolata termicamente dove il soggetto è libero di muoversi) fu costruito dai professori Atwater (chimico) e Rosa (fisico) nel 1890.
Nei primi del Novecento furono costruite apparecchiature a misura indiretta tramite cioè la misurazione dei gas respiratori che venivano raccolti in sacche (famosa quella di Douglas utilizzato anche oggi) o l’utilizzo di spirometria a cui erano collegati analizzatori dei gas respiratori; apparecchiature complesse che venivano per lo più utilizzate a scopo di ricerca.

Con la più recente tecnologia nel campo dei microprocessori è oggi possibile estendere l’utilizzo dal campo della ricerca al campo clinico.
Apparecchiature di più semplice utilizzo e maggiore precisione consentono di misurare il dispendio energetico con un esame che impegna il soggetto per circa 20-30 minuti.


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    Bambini in sovrappeso e sedentarietà

    Oltre all’aumentato consumo di cibi ricchi di energia e ricchi di grassi, la generale tendenza alla sedentarietà ha contribuito in modo notevole al vistoso incremento della prevalenza dell’obesità.

    Questo nuovo stile di vita è favorito dal rilancio tecnologico che riduce al minimo sforzo ogni attività della giornata: trasporti automatizzati, ascensori, scale mobili, riscaldamento, lavatrice, lavastoviglie, computer, telefoni interni, telecomando, telefono cellulare, alzacristalli elettrici, spazzolino elettrico, grattugia elettrica…e così per tanti altri aspetti della quotidianità di ogni persona.

    La riduzione dell’attività fisica quotidiana, causa importante dello sviluppo del sovrappeso, è progressiva con l’aumentare dell’età soprattutto nelle ragazze.

    Nell’ambito delle attività sedentarie che occupano sempre maggior spazio nella giornata dei ragazzi, a televisione e computer sono dedicate molte ore con effetti ed conseguenze importanti e preoccupanti: riduzione del metabolismo, visione di pubblicità alimentari, invito a mangiare, sottrazione di tempo ad attività più dispendiose.

    È stata più volte sottolineata la correlazione tra ore trascorse davanti alla televisione e grado di sovrappeso, logica conseguenza di uno squilibrio tra introito e dispendio energetico e della modificazione delle preferenze alimentari indotta dall’esposizione a spot alimentari anche di brevissima durata (30 secondi).
    Secondo recenti analisi ogni 5 minuti viene trasmesso uno spot alimentare.

    Tra i fattori che possono influenzare il BMI nell’adolescenza rientrano infine i redditi delle famiglie di appartenenza che spesso si ripercuotono in una bassa qualità degli alimenti, basso consumo di fibra ed elevato apporto di grassi (cibi pronti e preconfezionati, merendine e fast food).


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      Russamento e apnea

      Il russamento abituale o roncopatia (tutte le notti da almeno 6 mesi nell’adulto/maggiore o uguale a 3 notti/settimana nel bambino) favorisce il rischio di apnee, con sviluppo anche di importanti malattie sistemiche che possono ridurre la sopravvivenza del soggetto, sonnolenza diurna , anche durante la guida o altre attività che richiedano concentrazione, con sensibile aumento di incidenti stradali e/o lavorativi come statisticamente dimostrato.

      Il russamento occasionale e leggero è un evento che può capitare a tutti, ad esempio in occasione di un’infezione delle vie aeree superiori (con ostruzione nasale, o una tonsillite, faringite, ecc..) oppure dopo una cena specie se con accompagnamento di una quantità  maggiore di alcolici: il rumore è procurato essenzialmente dalla vibrazione del palato molle e aggravato dalla posizione supina. Di solito non comporta effetti significativi, rumore a parte.

      Il russamento abituale o roncopatia (tutte le notti da almeno 6 mesi nell’adulto/maggiore o uguale a 3 notti/settimana nel bambino) non è altrettanto inoffensivo: al rischio di apnee, con sviluppo anche di importanti malattie sistemiche che possono ridurre la sopravvivenza del soggetto, si può associare un’importante sonnolenza diurna (Excessive Daytime Sleepiness o EDS) , anche durante la guida o altre attività che richiedano concentrazione, con sensibile aumento di incidenti stradali e/o lavorativi come statisticamente dimostrato.

      Sul punto è intervenuto anche il Legislatore che con il decreto del 3 febbraio 2016 ha dettato gli indirizzi medico-legali da osservare per l’accertamento dell’idoneità  alla guida dei soggetti affetti da disturbi del sonno per apnee ostruttive notturne (o sospettati di essere affetti da tale patologia): nei casi accertati non sarà  possibile la concessione o rinnovo della patente senza dimostrazione di trattamento efficace della roncopatia.

      A ciò si aggiunge che in caso di russamento abituale diminuisce il livello di benessere soggettivo, come evidenziano le varie scale utilizzate per misurarlo, e anche il benessere del partner, e quindi anche la qualità delle relazioni di coppia, in rapporto soprattutto all’intensità e alla frequenza del russamento, può risultare compromesso.

      Al russamento abituale si possono associare quadri di ostruzione respiratoria con conseguente sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS): se la chiusura al transito aereo è parziale si determina una riduzione del flusso (ipopnea) ma quando la faringe si chiude completamente, la respirazione cessa (apnea). La conseguenza dell’ostruzione è che man mano che l’apnea procede, l’ossigeno nel sangue diminuisce (ipossiemia) e l’anidride carbonica aumenta (ipercapnia): il cervello viene avvertito di ciò, e invia una sorta di messaggio di allarme con una conseguente attività  di “risveglio” (arousal) che provoca l’attivazione dei muscoli dilatatori della faringe (quelli che si rilassano nel sonno) e quindi la sospensione dell’apnea per cui il soggetto effettua di solito tre o quattro respiri fragorosi, e l’ossigenazione torna a livelli accettabili.

      I risvegli sono nella grande maggioranza dei casi di brevissima durata, e non vengono ricordati al mattino. Qualche volta invece il paziente si sveglia con la sensazione, del tutto realistica, di soffocare.

      Dopo il microrisveglio la situazione si normalizza, il sonno torna profondo, le vie aeree possono di nuovo chiudersi per effetto del rilassamento muscolare, e il ciclo ricomincia. Questa situazione di “va e vieni” fra periodi di apnea e momenti di iperventilazione può ripetersi anche centinaia di volte nel corso di una notte.

      Le conseguenze di una tale situazione possono verificarsi durante il sonno (il soggetto si sveglia o comunque dorme male) o al risveglio e durante il giorno.

      I sintomi più frequenti delle OSAS possono essere così classificati:

      -Tipici :

      • Russamento
      • Sonno non riposante
      • Sonnolenza diurna
      • Cefalea mattutina

      -Comuni:

      • Nicturia (necessità di alzarsi per urinare)
      • Chocking (soffocamento)
      • Riduzione della libido (desiderio sessuale)
      • Enuresi (urinare durante il sonno)

      Alcuni fattori potenzialmente modificabili, quali l’alcolismo, il fumo di sigaretta e la deplezione di estrogeni durante la menopausa, sono in grado di favorire la sindrome apnoica ma soprattutto è l’aumento del BMI
      con valori indicanti la presenza di sovrappeso (BMI= 25-29.9) o dell’obesità
      (BMI > o = a 30) a interferire negativamente con l’OSAS tant’è  la riduzione di anche solo il 10% del peso in eccesso è in grado di migliorare in maniera clinicamente significativa l’indice di apnea-ipopnea.

       

       

      Dr. Cazzato Giorgio Specialista Otorinolaringoiatra, collabora con l’ambulatorio del Dott.Oliva per la diagnostica ( polisonnografia) e per l’eventuale percorso terapeutico.


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        Il programma dietetico: le fasi della terapia

        La conoscenza del proprio metabolismo basale, della composizione corporea, del livello di attività motoria e del comportamento alimentare permettono di prendere atto della situazione di partenza e di pianificare, pertanto, obiettivi realistici e quindi raggiungibili. Vengono indagate le aree motivazionali ed eventuali resistenze al cambiamento.

        Fase 1

        CONSAPEVOLEZZA DELLO STATO NUTRIZIONALE E MOTIVAZIONALE

        La conoscenza del proprio metabolismo basale, della composizione corporea, del livello di attività motoria e del comportamento alimentare permettono di prendere atto della situazione di partenza e di pianificare, pertanto, obiettivi realistici e quindi raggiungibili. Vengono indagate le aree motivazionali ed eventuali resistenze al cambiamento.

        Fase 2

        PIANIFICAZIONE E VALORIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI

        Bisogna spostare l’attenzione dall’ago della bilancia alla persona. 
Il programma educazionale, a differenza della dieta dimagrante, guarda al benessere della persona più che alla massa coporea. 
Cura l’Obeso per contrastare l’obesità.
E’ compito dei vari operatori (medico, dietista, psicologo) far emergere i vantaggi di loro competenza affinché l’obeso sia sempre più consapevole dei miglioramenti ottenuti.
La bilancia, il metro, gli esami di laboratorio ma soprattutto il sentirsi e il vedersi meglio sono i parametri che rinforzano la motivazione al cambiamento.

        Fase 3

        GESTIONE DELLA TRASGRESSIONE

        Il piacere di sapersi controllare

 è il vero punto focale della terapia. 
L’obeso è fin troppo bravo a seguire le regole ferree delle diete dimagranti ma è incapace a gestire la trasgressione.
Questa, infatti, rappresenta spesso la fine della dieta. Il programma educazionale, messo a punto nel nostro Ambulatorio, considera la cosidetta “normalità dietologica” il vero obiettivo terapeutico.
Allenarsi alla precisione della regola e alla gestione della trasgressione. 
Risparmio tutti i giorni per poter spendere ed essere felice di poterlo fare quando ne ho voglia.
La sazietà, ottenuta con una dieta saziante, evita la perdita di controllo che è la naturale conseguenza della restrizione imposta dalle diete dimagranti.
Il rispetto della regola dietologica e la possibilità o meglio la necessità della trasgressione porta ad acquisire un autocontrollo alimentare: saper tornare alla regola dopo la trasgressione.
L’obeso che riscopre la capacità di sapersi controllare rinforza la propria autostima e intravede la possibilità di riuscire a perdere peso e a mantenerlo facilmente.

        Fase 4

        MANTENERE

        Il supporto periodico, settimanale nella prima fase, quindicinale o mensile nella fase di mantenimento, e la possibilità di potersi mettere in contatto con il proprio terapeuta (medico, psicologa, dietista) fa si che l’obeso non si senta mai solo nel doversi fare carico dei suoi chili e dei suoi problemi.
 La dieta dimagrante lascia l’obeso in balia di se stesso. Il programma educazionale, invece, lo prende per mano, indica la strada, educa, sostiene, cura. 
Curare l’obeso per contrastare l’obesità.


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          Attività motoria: programmata e non

          Il termine attività fisica comprende tutti i movimenti dei muscoli del corpo che comportano una spesa energetica.
 











Si può distinguere un’attività fisica non programmata da un’attività fisica programmata.

          L’esercizio fisico, quando è imposto, non fa nessun male al corpo: ma la conoscenza acquisita per forza non ha presa sulla mente. ( Platone )

          Il termine attività fisica comprende tutti i movimenti dei muscoli del corpo che comportano una spesa energetica.
          Assumendo come misura di base il MET (unità metabolica) che corrisponde a 1 Kcal spesa per Kg di peso corporeo per ora, si ritiene utile, nella gestione del peso corporeo, un movimento che porti a consumare almeno 3 MET.

          Esempi di attività motorie che comportano il consumo di almeno 3 MET:

          •  Camminata alla velocità di 3 km/h
          • Corsa in bicicletta alla velocità di 10 km/h
          • Passeggiata in salita (montagna)
          • Stirare
          • Rifare i letti
          • Pulire le finestre
          • Stendere il bucato
          • Giardinaggio
          • Giocare a bowling
          • Giocare a golf (camminando)

          Schematicamente si può distinguere un’attività fisica non programmata da  un’attività fisica programmata.

          Attività fisica non programmata

          Attività quotidiane: tutti i movimenti del corpo comprese le faccende domestiche, la spesa, il lavoro, etc…

          Attività fisica programmata

          Esercizio fisico: movimenti ripetitivi programmati e strutturati, specificamente destinati al miglioramento della forma fisica e della salute
          sport: attività fisica che comporta situazioni di competizione strutturate e sottoposte a regole

          La consapevolezza che la sedentarietà sia una causa importante del dilagare dell’obesità nei paesi industrializzati, ci porta a considerare l’attività fisica come parte integrante ed indispensabile della terapia.

          Senza attività motoria non è possibile controllare il peso corporeo nel lungo periodo.
 Siamo passati negli ultimi decenni da lavori pesanti a lavori sedentari considerando la passeggiata prima come il giusto riposo dopo una giornata di lavoro pesante adesso come la fatica dopo una giornata di lavoro sedentario.

          La modernità ha portato inoltre piccoli cambiamenti nella quotidianità che hanno determinato un’importante riduzione del consumo energetico volontario.

          La terapia dell’obesità oltre alla giusta attenzione verso il cibo, deve basarsi sulla ricerca di occasioni di movimento.

          E’ stato stimato che:

          • l’uso del telefono cordless comporta una riduzione di circa 16 km l’anno della distanza percorsa a piedi
;
          • l’uso del telecomando per la televisione ci fa eseguire circa 1800 movimenti in meno l’anno
;
          • l’uso del telecomando per il garage comporta 1.400 movimenti in meno l’anno

          Lo stile di vita dei paesi industrializzati è fortemente condizionato dalle comodità:

          • automobile per spostamenti irrisori
          • biciclette elettriche
          • spremiagrumi elettrico
          • grattuggia elettrica
          • spazzolino elettrico
          • alzacristalli elettrico
          • telecomando per lo stereo
          • scale mobile ed ascensori
          • tapis roulant negli aeroporti
          • telefoni interni
          • internet: conti correnti e operazioni on line, spesa online, etc…



…e tante altre occasioni di non movimento determinano una riduzione giornaliera del consumo energetico.

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            Un cioccolatino per spegnere l’infiammazione

            Uno studio condotto presso i Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, in collaborazione con l’Istituto dei Tumori di Milano ha verificato che il consumo di 6,7 grammi di cioccolato nero al giorno offre un effetto protettivo dalle malattie cardiovascolari. Il Progetto Moli-sani ha coinvolto finora oltre 20.000 abitanti del Molise per studiare i meccanismi dell’infiammazione monitorando i livelli ematici di proteina C reattiva e il consumo di cioccolato.

            Su circa 11.000 soggetti, ne sono stati identificati 4.849, in buona salute e senza fattori di rischio cardiovascolare, di questi, 1.317 non mangiavano cioccolato, mentre 824 ne consumavano regolarmente, ma solo la varietà fondente.

            “Siamo partiti dall’ipotesi – spiega Romina di Giuseppe, autrice della ricerca – che l’elevato contenuto di antiossidanti dei semi di cacao, in particolare flavonoidi e altri polifenoli, potesse avere un effetto positivo sullo stato infiammatorio”. E in effetti le persone che mangiano abitualmente cioccolato fondente in quantità moderata presentavano valori di proteina C reattiva significativamente più bassi: una riduzione media del 17%.

            Il migliore effetto riscontrato si otteneva con una media di 6,7 grammi di cioccolato al giorno, oltre questi quantitativi l’effetto protettivo tende a perdersi.


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              Fibre alimentari e salute

              Le proprietà delle fibre alimentari sono numerose: aumentano il senso di sazietà, sono in grado di trattenere l’acqua, migliorano la motilità intestinale, riducono l’indice glicemico dei carboidrati e non hanno valore calorico.

              Sono ormai diversi anni che viene sottolineato il ruolo delle fibre nell’alimentazione (i primi studi sulle fibre alimentari risalgono alla seconda metà del XX secolo); in effetti, le proprietà delle fibre alimentari sono numerose: aumentano il senso di sazietà, sono in grado di trattenere l’acqua, migliorano la motilità intestinale, riducono l’indice glicemico dei carboidrati e non hanno valore calorico.

              L’osservazione che i popoli a prevalente consumo di alimenti vegetali presentano una più bassa incidenza di malattie metaboliche e neoplastiche, ha portato a studiare il come ed il perché tale modo di alimentarsi riesca ad avere un effetto favorevole per la salute. Accanto alle ipotesi che hanno considerato una maggiore ricchezza in vitamine e in antiossidanti associata ad una povertà in colesterolo e in acidi grassi saturi, si è aperta la strada verso lo studio di specifiche azioni esercitate direttamente dalle componenti non assorbibili dei vegetali che, contrariamente a quanto fino ad un tempo ritenuto, non sono sostanze inerti, ma sostanze dotate di proprie attività funzionali favorevoli per l’organismo. Diversi studi hanno dimostrato che elevati apporti sono associati con la riduzione del rischio del diabete tipo 2 e delle coronaropatie e che queste correlazioni sono indipendenti da altri fattori di rischio. Studi sperimentali hanno dimostrato infatti che le fibre possono ridurre il livello del colesterolo totale e delle LDL, così come i livelli di glucosio e di insulina, influenzando favorevolmente il rischio cardiovascolare.

              Simili evidenze epidemiologiche si correlano peraltro anche alla protezione nei confronti delle malattie gastrointestinali, al miglioramento dell’attività fisiologica delle vie biliari, al miglioramento del tempo di transito intestinale, all’attivazione della fermentazione della microflora ed alla riduzione del peso.

               Secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) la quantità consigliata di fibre dovrebbe essere di 12 – 16 grammi ogni 1000 Kcal assunte.

              Aumentare la quantità di fibre oltre la dose consigliata può essere controproducente: una quantità eccessiva ostacola l’assunzione di microelementi utili (calcio, ferro, magnesio ecc.), dà problemi intestinali e alla lunga abitua il corpo a essere più attento all’assorbimento dei cibi, causando un effetto ingrassante di rimbalzo quando si torna a una dieta normale.

               

              Effetti Nutraceutici dei legumi

              I legumi sono alimenti di origine vegetale; più precisamente, si tratta di semi racchiusi in un baccello; appartengono all’ordine delle Fabales, pertanto non si tratta né di cereali e nemmeno di bacche o altri ortaggi.

              I legumi più noti sono: fagioli, piselli, fave, ceci, lenticchie, soia, lupini, arachidi e cicerchie . I legumi sono commercializzati sotto diverse forme di conservazione. Ogni specie è a sé stante: fave e piselli sono disponibili a fine primavera, mentre fagioli (in base alla varietà), lenticchie e ceci in estate. Sono disponibili anche legumi conservati in lattine, all’interno delle quali vengono immersi nel corrispettivo liquido di cottura e di governo. Infine, i legumi possono essere conservati a temperatura ambiente in maniera ottimale previa essiccazione; quest’ultimo metodo permette di non utilizzare grosse quantità di sale (NaCl) e mantiene una certa integrità nutrizionale. I legumi secchi, eccezion fatta per le lenticchie, prima della cottura necessitano un periodo di ammollo in acqua fredda indispensabile alla reidratazione del seme.

              Meglio sempre portarli in tavola associandoli a riso o pasta integrali per assimilarne tutti i nutrienti ed avere un corretto apporto di aminoacidi essenziali. In particolar modo, i fagioli aiutano ad abbassare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e, di fatto, a proteggere il cuore. Le fibre in essi contenute procurano un senso di sazietà e aiutano quindi a controllare l’assunzione degli alimenti, trattengono inoltre i grassi saturi e il colesterolo a livello intestinale. Le fibre dei fagioli, infine, fermentano nell’intestino e producono grassi acidi solubili nel sangue, senza creare depositi sulle pareti arteriose. Questo legume possiede inoltre straordinarie proprietà utili sia contro lʼiperglicemia che per alcuni disturbi femminili, fungendo da ricostituente delle mucose uterine. Anche se non si riesce a consumarli tutti i giorni, l’ideale sarebbe consumare almeno tre porzioni di legumi a settimana per arrivare ad una quantità significativi.

              Il problema del meteorismo

              Ciò che generalmente frena la popolazione nel consumo dei legumi sono i cosiddetti “effetti collaterali”, ovvero il meteorismo e la flatulenza. Questo fenomeno è dato prevalentemente dalla fermentazione batterica colica (intestino crasso) verso alcune molecole glucidiche, più precisamente due oligosaccaridi: raffinosio e stachiosio. Il risultato è una più o meno abbondante produzione di metano che in piccolissima parte viene assorbito, ma per lo più subisce l’espulsione diretta. D’altro canto, un meccanismo simile pare favorire la riduzione significativa dei composti cancerogeni abbassando il rischio di tumore al colon. Ad ogni modo, per limitare l’insorgenza del meteorismo e della flatulenza è possibile setacciare al passaverdura (non frullare!) i legumi ben cotti escludendone la buccia.

              In questo modo evitiamo il meteorismo associato al consumo di legumi e non escludiamo questa preziosa categoria di alimenti dalla nostra alimentazione.

              Legumi contro il colesterolo alto

              Dal punto di vista digestivo, mangiando legumi si osserva una notevole riduzione dell’assorbimento del colesterolo; questo accade grazie all’azione chelante delle saponine (glicosidi) e della lecitina (steroide vegetale) sia sulle molecole grasse esogene, che su quelle endogene escrete nell’intestino per mezzo della bile. In definitiva, il consumo di legumi è particolarmente indicato nel controllo glicemico, nella prevenzione e nella cura delle dislipidemie, del tumore al colon e della stitichezza. Chi consuma legumi almeno quattro volte a settimana ha minori probabilità di contrarre malattie cardiache rispetto a chi li consuma saltuariamente; chi consuma legumi al posto della carne riduce drasticamente il rischio d’infarto.

              Giulia Puggioli-dietista-


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                Sindrome dell’intestino irritabile: le cause

                La patogenesi della SII  è multifattoriale ed i meccanismi fisiopatologici implicati sembrerebbero essere  un’alterata motilità intestinale, ipersensibilità viscerale e disturbi della sfera psicologica

                Le cause

                La patogenesi della Sindrome dell’intestino irritabile (SII) è multifattoriale e i meccanismi fisiopatologici implicati sembrerebbero essere  un’alterata motilità intestinale, ipersensibilità viscerale e disturbi della sfera psicologica ; tuttavia sono stati identificati polimorfismi genetici regolatori della serotonina e delle citochine infiammatorie, alterazioni dei neurotrasmettitori gastrointestinali, della flora batterica o microbiota intestinale, della permeabilità intestinale del sistema immunitario di mucosa come possibili elementi patogenetici.

                Diversi studi hanno documentato la presenza di disturbi della sfera psicologica e somatizzazione in pazienti con SII; (va ricordato che il sistema digerente è la parte del corpo più sensibile alle emozioni grazie ad una fitta rete di fibre del sistema nervoso vegetativo simpatico e parasimpatico che fanno da via di comunicazione tra i centri cerebrali ed i visceri). Tuttavia sarebbero gli stessi disturbi gastrointestinali cronici e ricorrenti (dolore, gonfiore, stipsi, diarrea) a determinare nel lungo termine disturbi psicologici : è evidente come il rapporto tra i fattori psicologici ed i disturbi digestivi sia bidirezionale.

                Circa l’alterata motilità intestinale ad oggi non ci sono evidenze  tra soggetti sani e affetti da SII, ipotesi che ha spinto la ricerca verso altri settori ad esempio le alterazioni della percezione viscerale in seguito a pasti ed eventi stressanti. E’ stato rilevato ,infatti , che la percezione del dolore in seguito a distensione del retto con un palloncino viene percepita per volumi di distensione inferiori nei pazienti con SII rispetto ad un gruppo di volontari sani e che vi è un aumento della sensibilità viscerale in pazienti con SII ad alvo diarroico e una soglia al dolore aumentata in pazienti con alvo stitico.

                Anche il ruolo dei gas intestinali è stato studiato e mentre il volume dei gas intestinali a digiuno non rileva differenze tra soggetti affetti e soggetti sani, se si infondono volumi di gas in entrambi i gruppi, nei pazienti affetti la progressione dei gas è rallentata determinando la comparsa di sintomatologia tipica, gonfiore ,distensione addominale e quindi dolore.

                Circa il microbiota intestinale dei pazienti con SII è stato rilevato un aumento della fermentazione colica ed una riduzione di lattobacilli e bifido batteri ed un aumento di streptococchi ed escherichia coli; inoltre fattori dietetici e malassorbimento dei sali biliari rappresentano un fattore importante per la determinazione dell’alvo diarroico per il potere irritante di quest’ultimi sulla mucosa intestinale.

                La serotonina, una monoammina contenuta per il 5% nel sistema nervoso centrale e per il 95% nel tratto intestinale (prodotta dalle cellule enterocromaffini), ha recettori localizzati sulle vie nervose intrinseche implicate nel controllo dell’attività motoria intestinale e sulle fibre nervose afferenti primarie implicate nella trasmissioni degli stimoli sensoriali viscerali. Alcuni studi mostrano alterazioni nel rilascio di serotonina dalla mucosa intestinale ed alterazioni nel numero di cellule enterocromaffini, in particolare la concentrazione post-prandiale plasmatica nei pazienti con alvo diarroico risulta aumentata ed in quella nei pazienti con alvo stitico diminuita.

                Anche le infezioni gastrointestinali sarebbero implicate nella genesi della SII soprattutto quelle legate ad infezione da Shigella, Salmonella e Campylobacter.

                Nei pazienti affetti da MICI in remissione o con colite microscopica e nei pazienti con SII sono stati inoltre testimoniate presenze elevate di mastociti che a livello della mucosa colica una volta attivati rilasciano mediatori in grado di aumentare l’eccitabilità dei neuroni enterici intrinseci e dei neuroni afferenti estrinseci con sequele sulle funzioni motorie e viscerali.

                Federica Mercuri-Dietista-


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                  Sindrome dell’intestino irritabile: la diagnosi

                  La sindrome dell’intestino irritabile rientra nel vasto quadro dei disturbi funzionali gastrointestinali, condizioni cliniche caratterizzate da sintomi cronici e ricorrenti che interessano un qualsiasi tratto del sistema gastrointestinale

                  La diagnosi

                  La sindrome dell’intestino irritabile rientra nel vasto quadro dei disturbi funzionali gastrointestinali, condizioni cliniche caratterizzate da sintomi cronici e ricorrenti che interessano un qualsiasi tratto del sistema gastrointestinale ma che non hanno un riscontro in termini di alterazioni biochimiche, metaboliche o strutturali. La diagnosi è pertanto clinica, basata sulla sintomatologia del paziente che riporta dolore o disconfort addominale attenuato da evacuazione e legato ad alterazioni della frequenza dell’alvo e della consistenza delle feci.

                  Secondo i criteri di Roma III i criteri diagnostici della SII sono: dolori addominali ricorrenti,presenti per almeno per tre giorni al mese negli ultimi tre mesi, associati a due o più dei seguenti disturbi :
                  1) miglioramento dei sintomi con l’evacuazione
                  2)inizio dei sintomi associato ad un cambiamento nella frequenza dell’alvo
                  3) inizio dei sintomi associato a un cambiamento nella forma delle feci
                  Nella stesura della nuova definizione diagnostica è stato posta maggiore rilevanza alle alterazioni della consistenza e forma delle feci che rispecchiano maggiormente il disagio del paziente ed i tempi di transito intestinale, in base a questa considerazione è possibile classificare la patologi in quattro sottotipi:
                  1) Sii con stipsi se più del 25% delle evacuazioni presentano feci caprine e meno del 25% presentano feci molli o liquide
                  2) SII con diarrea se più del 25% delle evacuazioni presentano feci molli o liquide e meno del 25% presentano feci dure o caprine
                  3) SII misto se presenti situazioni intermedie
                  4)SII non altrimenti specificabile se non vi sono alterazioni descritte precedentemente
                  La prevalenza della patologia in Europa e negli Stati uniti è del 10% e la frequenza risulta più elevata fra la seconda e la quarta decade di vita con una predominanza per il sesso femminile (rapporto F:M pari a 2:1).

                  Federica Mercuri – dietista –


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                    Le Linee Guida nel trattamento dell’obesità

                    Le Linee Guida sono relative al corretto approccio al trattamento dell’obesità: 

“L’obesità non è riconosciuta come un disordine del comportamento alimentare (DCA) e quindi non richiede necessariamente il ricorso ad un intervento di tipo psicologico, ma è ormai accettato che il suo trattamento si avvale positivamente di tecniche di tipo cognitivo comportamentale”.


                    Riportiamo il testo tratto dalle Linee Guida del Ministero della Salute reperibili nel sito ministeriale (www.ministerosalute.it), e alle quali abbiamo dedicato anche una sezione speciale all’interno del nostro magazine.

                    Le Linee Guida sono relative al corretto approccio al trattamento dell’obesità: 

“L’obesità non è riconosciuta come un disordine del comportamento alimentare (DCA) e quindi non richiede necessariamente il ricorso ad un intervento di tipo psicologico, ma è ormai accettato che il suo trattamento si avvale positivamente di tecniche di tipo cognitivo comportamentale”.

                    Non serve prescrivere ai pazienti obesi la dieta e dire loro cosa fare e non fare. Limitarsi a prescrizioni sulla qualità e sulla quantità dell’alimentazione renderà il paziente passivo di fronte al suo cambiamento, che per essere significativo e duraturo deve nascere da una partecipazione attiva. 
Più ci si sente impotenti a gestire le situazioni difficili, più si spera in un miracolo. Il cambiamento, invece, si può raggiungere attraverso un impegno costante e la consapevolezza che esso può avvenire solo accettando i piccoli passi che costituiscono l’unica strada per un risultato vero e duraturo.

                    La parola chiave deve essere “insegnare ed educare” e non “prescrivere”. Il paziente deve avere la percezione del controllo e per questo è basilare aiutarlo ad acquisire capacità di autogestione e abilità decisionali.Prescrivere una dieta istruendo il paziente sulle nozioni corrette che stanno alla base della normale alimentazione è semplice ma non risolverà il problema.

                    Una volta impostato il programma dietetico (educazione nutrizionale volta ad una dieta normocalorica bilanciata o schema dietetico ipocalorico bilanciato), l’efficacia del trattamento deve essere verificata con controlli clinici periodici effettuati dal medico, meglio se in collaborazione con un dietista, a scadenza non superiore a 6-8 settimane fino al raggiungimento dell’obiettivo e ogni 4-6 mesi per i successivi 3 anni. 
I controlli clinici periodici dovranno comprendere la misurazione dei valori antropometrici ed un’attenta valutazione della compliance del paziente e della sua famiglia agli interventi proposti, valorizzando i miglioramenti, evidenziando eventuali difficoltà, con disponibilità a modificare eventualmente l’approccio iniziale.”


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