Tumore alla prostata, prevenzione

Qui di seguito elenchiamo alimenti funzionali e sostanze con probabile effetto protettivo :
– Pomodoro
Diverse ricerche hanno messo in evidenza come il pomodoro possa svolgere un ruolo importante nella prevenzione dei varie forme di tumore (in particolar modo della prostata e dell’apparato digerente). Principale responsabile di questa attività antitumorale sarebbe il licopene, pigmento che conferisce al pomodoro il suo colore rosso.
Gli effetti del licopene vengono accentuati dalla cottura.
Altri alimenti che contengono tale sostanza sono melone, pompelmo rosa e guava.

– Selenio
Il selenio è un oligonutriente essenziale con funzione antiossidante nell’organismo.
Fonti naturali di selenio sono pesce, molluschi, crostacei, prodotti carnei, frutta secca e legumi.
Esistono anche alimenti addizionati di selenio come le patate e il lievito di birra.

– Legumi
Diversi studi suggeriscono un possibile effetto protettivo correlato all’assunzione di legumi, compresa la soia e i suoi derivati.

– Vitamina E
È uno dei principali antiossidanti del nostro organismo. Ne sono particolarmente ricchi l’olio extravergine di oliva, l’olio di germe di grano, l’olio di semi e la frutta secca.

 

È invece fortemente consigliato limitare il consumo di carni trasformate (salumi e insaccati) e di alimenti ricchi in calcio (latte e derivati) in quanto ritenuti una delle possibili cause dello sviluppo di questo tipo di tumore.

 

 

Fonti:
1) Istituto Oncologico Europeo

2) “Food, Nutrition, Physical Activity, and the Prevention of Cancer: a Global Perspective.”
World Cancer Research Fund / American Institute for Cancer Research.

3) “Nutraceuticals and prostate cancer prevention: a current review.”
Trottier, Greg, et al. Nature Reviews Urology.


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    Colesterolo alto: cosa fare

    Il colesterolo è una sostanza fondamentale per il nostro organismo. E’ parte essenziale delle membrane cellulari e delle strutture neurologiche ed è precursore di ormoni quali gli steroidi.

    Il Colesterolo è il principale sterolo dei tessuti animali e precursore di ormoni steroidei, vitamina D e sali biliari.
    Gli alimenti più ricchi di colesterolo sono le frattaglie (cervello, fegato, rognone), il tuorlo d’uovo, burro, gamberi, formaggi stagionati.

    Si è visto che un’alimentazione ricca di trigliceridi e grassi saturi incrementa l’assorbimento del colesterolo da parte dell’organismo, pertanto un’alimentazione povera di questi componenti contribuisce alla riduzione della colesterolemia.
    Anche un incremento del consumo di fibra (cereali integrali, legumi, frutta e verdura) può contribuire a questo scopo accelerando il tempo di transito intestinale e ostacolando l’assorbimento del colesterolo.

    Il Ministero della Sanità afferma che il trattamento dietetico da solo ottiene una modesta riduzione dei livelli di colesterolo, ma può essere efficace in soggetti motivati e collaboranti, per cui deve essere sempre perseguito.

    Tra i farmaci i ’fibrati’ riducono prevalentemente la concentrazione ematica di trigliceridi e aumentano la colesterolemia HDL, ma non si sono dimostrati in grado di ridurre la mortalità totale e la mortalità cardiaca.
    Tutte le ’statine’ riducono la colesterolemia, ma solo per due di esse è stato dimostrato un effetto sulla mortalità.
    Esistono inoltre ipercolesterolemie familiari non alimentari, la cui terapia specifica è specificatamente farmacologica.

    Nonostante ciò colesterolo è comunque una sostanza fondamentale per il nostro organismo. È parte essenziale delle membrane cellulari e delle strutture neurologiche ed è precursore di ormoni quali gli steroidi.

    È una molecola indispensabile per la vita che deve rimanere però entro certi livelli che se superati trasformano una sostanza utile in potenzialmente pericolosa. I livelli di colesterolo elevati rappresentano infatti uno dei maggiori fattori di rischio vascolare.

    Viene assunto con gli alimenti (colesterolo esogeno) ma è anche prodotto dall’organismo, principalmente nel fegato (colesterolo endogeno). La quantità di colesterolo proveniente dagli alimenti modula la produzione endogena: se l’assunzione è elevata, viene soppressa nel fegato la sintesi di quello endogeno e promossa l’eliminazione con la bile.

    Valori elevati di colesterolemia nel sangue, pertanto, possono essere dovuti ad una eccessiva introduzione con gli alimenti oppure a meccanismi di produzione ed eliminazione non ben funzionanti.
    I valori elevati di colesterolo storicamente rappresentano un fattore di rischio vascolare. Negli ultimi anni, senza voler minimizzare il rischio colesterolo, si parla sempre di più di un rischio vascolare globale considerando da una parte l’insieme dei fattori negativi (la familiarità, l’obesità, la sedentarietà, l’eccesso di grasso addominale, l’ipertensione arteriosa, il fumo, il diabete o valori glicemici alterati, la trigliceridemia, l’uricemia) e dall’altra l’insieme dei fattori protettivi.

    Fattori protettivi che rappresentano un forte valore di contrasto: l’attività motoria blanda ma costante, la frutta, la verdura, i cereali, specie se integrali, gli oli vegetali, i grassi di pesce e tutti i cibi naturalmente ricchi di antiossidanti.

    Il livello di colesterolo nel sangue deve rimanere al di sotto di 200 mg/ml.
    Tali livelli vanno sempre rapportati ai valori di hdl colesterolo, quello buono che esercita un’azione protettiva.

    Il calcolo del colesterolo LDL, dosabile o ottenibile con la formula di Friedewald, ha tre livelli di normalità. Valori inferiori a 100 mg sono auspicabili nei soggetti con cardiopatia ischemica, valori compresi tra 100 e 130 nei soggetti con due fattori di rischio vascolari e valori compresi tra 130 e 160 in tutti gli altri.

    Esistono infine alcuni indicatori di rischio quali i valori elevati di omocisteina, della Proteina C Reattiva(US) della Lp (a).
    Interessanti sono anche i test che valutano lo stato ossidativo dell’organismo.

    E’ possibile ridurre e normalizzare i valori elevati di colesterolo con l’uso di farmaci appropriati (statine) ma prima è bene modificare lo stile di vita che spesso è in grado di normalizzare tali valori.

    In ogni caso anche se si dovesse intraprendere una terapia farmacologia deve essere sempre modificato lo stile di vita. L’uno (il farmaco) non esclude mai l’altro (lo stile di vita).


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      Stress e aumento del grasso viscerale

      Secondo la ricerca della dottoressa Zofia Zukowska della Georgetown University di Washington, lo stress non solo può indurre a mangiare di più, ma fa assimilare di più quello che mangiamo. E l’ormone ‘neuropeptide Y’ (NPY) fa il resto, permettendo l’accumulo di maggiori quantità di grasso alle cellule del tessuto adiposo, in particolare proprio dove sono più pericolosi e cioè attorno alla vita, conferendo quella forma a mela (obesità centrale) che è legata a ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari.

      Lo studio mostra infatti che topolini ingrassano in condizioni di stress emotivo o fisico. «Studiando i meccanismi che inducono chi è sotto stress a ingrassare oltre il dovuto – scrive riportando la notizia il quotidiano la Stampa – hanno osservato che un neurotrasmettitore già noto – l’NPY – gioca un ruolo strategico, e molto al di là di quanto già si sapeva. Sia l’NPY sia il suo recettore – chiamato Y2R – si attivano infatti in due tipi di cellule del tessuto adiposo, vale a dire in quelle endoteliali che producono i vasi sanguigni e in quelle del grasso vero e proprio. Ecco il nocciolo di tutto». «Abbiamo scoperto che NPY agisce anche a livello dei nervi periferici che innervano il tessuto adiposo – spiega Zukowska – Lo stress attiva questi nervi al rilascio di NPY che stimola l’accumulo di grasso». «Per verificare se fosse possibile far ingrassare i topolini “a richiesta”, e quindi in punti determinati del corpo, il gruppo della celebre università di Washington D.C. – scrive la Stampa – ha cominciato a iniettare l’NPY negli animali.

      Indotte a vivere in uno stato di stress cronico, le piccole cavie sono rapidamente aumentate di peso, assumendo la tipica forma a mela degli umani, con il grasso che si accumula intorno alla vita, e allo stesso tempo ammalandosi di sindrome metabolica, un’insidiosa combinazione di patologie che va dall’ipertensione al diabete. È seguita poi la fase numero 2: nel grasso addominale si è iniettato l’Y2R, che ha subito invertito il processo, bloccando sia la sindrome sia la crescita di dimensioni».

      «Non pensavamo che fosse possibile rimodellare il grasso in questo modo – ha commentato Zofia Zukoska -ma in quattro anni abbiamo eseguito numerosi test che hanno dimostrato che, almeno nei topi, e anche nelle scimmie, come sta dimostrando uno studio pilota, esiste questo meccanismo». Questo effetto, precisa l’esperta, diventa ancora più marcato quando, proprio perché sotto stress, si è presi da “fame nervosa” e si mangia troppo. «Abbiamo visto che se mangi il doppio delle calorie a causa dello stress – spiega Zukowska – il corrispondente aumento di peso non sarà di due volte (cioè equivalente all’ammontare delle calorie ingerite) ma quattro volte tanto», come se sotto stress si assimilasse il doppio.

      fonte: www.ansisa.it


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        Percorso dietologico

        Il “saper fare la dieta” non è il punto di partenza ma di arrivo

        La richiesta dimagrante dovrebbe sempre coincidere con un percorso di educazione alla Salute che comporta anche il sapere gestire il peso corporeo.

        Poco sappiamo delle persone che da sole riescono a perdere peso e forse anche a mantenerlo, tanto sappiamo però di chi non riesce perché ha bisogno di aiuto.

        Noi aiutiamo quelle persone che nonostante sappiano il “cosa fare” non riescono a mettere in pratica il “come fare” perché incontrano, lungo il percorso, ostacoli e resistenze che non riescono a gestire.

        Per la cura proponiamo un tempo utile per fare una nuova esperienza dietologica guidata per apprendere da questa conoscenze e abilità per normalizzare e stabilizzare il peso corporeo.

        Il concetto del tempo è il punto focale della terapia, inteso come rispetto reciproco del tempo che l’equipe e il paziente dedicano al percorso, ma anche quello adeguato da dedicarsi e da dedicare al percorso.

        Percorso dietologo di primo livello

        prevede incontri periodici con la dietista ed è un percorso prescrittivo educazionale

        costo 60 euro

        Percorso dietologo di secondo livello

        prevede incontri periodici con la dietista e/o il  medico o la psicoterapeuta e fa parte di un  percorso di riabilitazione psiconutrizionale,

        Costo 80 euro ad incontro

        Il costo delle visite mediche di controllo o gli incontri psicoeducazionali con il dott.Oliva hanno di costo di 80/120 euro


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          Metabolismo Basale: cos’è e come si calcola?

          Metabolismo basale (BEE, Basal Energy Expenditure) è la quantità di energia spesa da un individuo nelle seguenti condizioni: sveglio, in posizione supina, a distanza di 10 ore dal pasto, con temperatura corporea normale, temperatura ambientale tale da mantenere l’omeostasi termica ed in assenza di stress psicologici e fisici.


          Basal Energy Expenditure (BEE) o Basal Metabolic Rate (BMR) sono i termini con i quali viene definito il metabolismo basale, cioè la quantità di energia spesa da un individuo nelle seguenti condizioni: sveglio, in posizione supina, a distanza di 10 ore dal pasto, con temperatura corporea normale, temperatura ambientale tale da mantenere l’omeostasi termica ed in assenza di stress psicologici e fisici.

          In queste condizioni definite basali il metabolismo rappresenta la quantità di calorie richieste dall’organismo per mantenere le funzioni fisiologiche vitali (circolazione sanguigna, respirazione, attività nervosa, attività metabolica, attività ghiandolare e mantenimento della temperatura corporea).

          In un individuo adulto, con attività motoria media, il BEE rappresenta circa il 60-75% della spesa energetica giornaliera.
 La maggior parte del dispendio calorico dipende dagli organi che contribuiscono per circa il 60% alla spesa energetica, pur rappresentando solo il 6% del peso corporeo. Gli organi che consumano più energia sono il fegato, il cervello, il cuore e i reni. La muscolatura scheletrica, invece, che rappresenta più del 40% del peso corporeo, contribuisce solo al 16% della spesa energetica totale.

          Tra i processi cellulari ad esempio, l’attività della pompa sodio-potassio e il turnover dei protidi determinano i due terzi del consumo energetico totale.

          I fattori che influenzano il dispendio energetico nell’uomo e nella donna sono: età, sesso, razza, massa corporea, attività fisica, temperatura corporea, condizioni fisiologiche ed introduzione di cibo.

          Più elevata è la massa magra, più calorie si consumano.

          La spesa energetica basale è massima alla nascita (53 Kcal a 1 anno) e decresce fino a valori minimi dopo i 70 anni (31 Kcal a 75 anni). 
A parità di età, altezza e peso il BEE è minore nella donna rispetto agli uomini. Questa differenza inizia all’età di 3 anni e aumenta rapidamente alla pubertà, alla quale corrisponde l’aumento della muscolatura scheletrica nei maschi e di cellule adipose nelle femmine. Più è elevata la massa magra, rappresentata da ossa, muscoli, organi e acqua, più calorie si consumano a riposo e durante l’attività motoria. 

Anche le condizioni patologiche influenzano il metabolismo: un aumento della temperatura dovuta a febbre, provoca un incremento della richiesta di ossigeno e di BEE. Ad esempio un aumento di temperatura di 1°C provoca un aumento del BEE del 13%; al contrario, in caso di ipotermia, si riduce la richiesta di ossigeno e si ha la diminuizione del BEE.

          Aumentano il fabbisogno energetico anche particolari condizioni fisiologiche come la gravidanza e l’allattamento.

 L’introduzione di cibo determina, a sua volta variazioni nella spesa energetica. Prove di laboratorio hanno dimostrato, infatti, che la spesa energetica aumenta dopo un pasto.

          Questo incremento può essere considerato come il lavoro richiesto per la digestione dei nutrienti SDA (Specific Dinamic Action) o DIT (Diet-Inducet Thermogenesis), che rappresenta circa il 5-10% della spesa energetica totale giornaliera. 

Una quota variabile della spesa energetica è data dall’attività motoria AEE (Activity Energy Expenditure).

          Più alta è l’attività motoria giornaliera, maggiore sarà il consumo di calorie.

          Più è alta la percentuale di attività motoria giornaliera, tanto maggiore sarà il consumo calorico. 

La spesa energetica totale TDEE (Total Daily Energy Expenditure) è quindi data dalla spesa energetica basale BEE, dall’energia spesa con l’attività motoria AEE e dal lavoro richiesto per la digestione dei nutrienti SDA.

          Un metodo ottimale per misurare il proprio metabolismo è la calorimetria indiretta, un esame clinico in grado di determinare il REE ovvero il dispendio energetico a riposo.

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            Digiuno intermittente

            Il digiuno intermittente  è uno schema alimentare che prevede l’alternanza tra periodi di astensione dal cibo con periodi di assunzione controllata di cibo. L’esame della calorimetria indiretta è utile per stabilire stabilisce l’esatta prescrizione dietetica.

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            Dedicato alle persone che nonostante sappiano il “cosa fare” non riescono a mettere in pratica il “come fare” perché incontrano, lungo il percorso, ostacoli e resistenze che non riescono a gestire. Se non sbagli dieta dimagrire è facile!

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            Farmacologico

            I farmaci per la cura dell’obesità come semaglutide e tirzepatide segnano un cambio di passo nella cura dell’obesità, la loro efficacia è superiore alle aspettative.

            Cambio di passo nella cura dell'obesità Richiedi

            Percorso mesoestetico

            E’ un percorso che prevede l’attivazione del metabolismo locale tramite l’iniezione intradermica di principi attivi certificati per efficacia e sicurezza.

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            Diabete, prevenzione e cura

            Quando un miglior stile di vita è più efficace dei farmaci

            (Tratto dal “Bollettino di Informazione sui Farmaci”, Diabetes Prevention Program Research Group).

            E’ ormai noto da tempo che il diabete mellito di tipo 2, oltre che da predisposizione genetica, dipende in larga misura da fattori ambientali e comportamentali quali l’obesità, la sedentarietà e un’alimentazione eccessiva e qualitativamente inappropriata.

            Si calcola che da 124 milioni di soggetti diabetici presenti nel mondo nel 1997 si passerà, nel 2010, a più di 220 milioni e nel 2025 a circa 300 milioni.

            Il maggior imputato di tale crescita viene individuato nelle rapide modificazioni delle abitudini di vita. Il diabete di tipo 2 deve pertanto essere considerato una malattia che, in buona parte, si può prevenire mediante la correzione dei principali fattori di rischio, in particolare con la riduzione dell’obesità, l’educazione alimentare e l’attività fisica.

            Va sempre ricordato che modificare questi fattori significa ridurre l’incidenza o ritardare l’insorgenza di una patologia che ha riflessi negativi sulla morbilità e la mortalità, soprattutto cardiovascolare, delle persone colpite, e che ha conseguenze economiche rilevanti sia a livello individuale che sociale.

            Alcune indagini hanno dimostrato in modo ineccepibile l’utilità e l’efficacia della prevenzione fondata su una dieta controllata e un’attività fisica regolare. In particolare, uno studio finlandese del 2001 (1) ha accertato che la riduzione del peso, il miglioramento dell’alimentazione e l’aumento dell’attività fisica riducono del 58%, in quattro anni, il rischio di progressione del diabete.

            Infatti, a quattro anni dall’inizio dello studio, si è osservata un’insorgenza di diabete in circa il 10% dei soggetti del gruppo che ha modificato il proprio stile di vita contro oltre il 20% del gruppo di controllo.

            Lo studio del Diabetes Prevention Program Research Group conferma che un programma intensivo di modificazione dello stile di vita e il trattamento con metformina hanno entrambi ridotto l’incidenza di diabete fra persone ad elevato rischio di insorgenza.

            L’intervento intensivo sullo stile di vita è risultato clinicamente più utile del trattamento farmacologico, che, a sua volta, si è dimostrato più efficace del placebo. I risultati dello studio evidenziano ancora una volta i benefici tangibili che possono essere conseguiti con comportamenti adeguati, quali la riduzione di peso e l’attività fisica. Tali comportamenti possono risultare più efficaci dei farmaci.

            1. Toumilehto j et al. Prevention of type 2 diabetes mellitus by changes in lifestyle among subjects with impaired glucose tollerance. N Engl j Med 2001 ;344: 1343-50.


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              Obesità infantile: terapia

              La successione di eventi che porta al rischio cardiovascolare aumentato nell’adulto, come conseguenza dell’obesità, parte dunque nella maggior parte dei casi dall’età infantile e adolescenziale.


              La successione di eventi che porta al rischio cardiovascolare aumentato nell’adulto, come conseguenza dell’obesità, parte nella maggior parte dei casi dall’età infantile e adolescenziale.

              Non è dimostrato che un calo ponderale nell’adulto riduca il rischio di mortalità sebbene sia invece un dato di fatto che nelle persone normopeso si rileva un rischio minore.

              Pertanto la terapia migliore è la prevenzione dell’obesità stessa. Prevenzione che deve iniziare nei soggetti a rischio fin dall’età evolutiva con un’educazione che attraversa i vari aspetti della loro quotidianità: scuola, mensa scolastica, genitori e mezzi di comunicazione.

              Invertire la tendenza del fenomeno obesità infantile si dimostra attualmente molto difficile. Decenni di studi sottolineano l’inefficacia del trattamento costruito sulla sola dieta ipocalorica e prende sempre più importanza l’approccio multidisciplinare al problema considerato il risultato di cause complesse e multifattoriali.

              L’obiettivo complessivo è quello di ottenere modifiche nel comportamento individuale e di eliminare le barriere sociali che si oppongono a scelte di vita salutari (piste ciclabili, campi sportivi, attività fisica a scuola, parchi gioco…) enfatizzando la gestione del peso a lungo termine più che estreme riduzioni di peso nel breve periodo.

              Un vero e proprio dimagrimento è necessario solamente ove vi sia un BMI elevato o in presenza di complicanze (dislipidemia, ipertensione, intolleranza glucidica, etc.).

              Informazioni per una corretta alimentazione devono essere necessariamente accompagnate da modificazioni del comportamento abituale innanzitutto con una riduzione della sedentarietà. 
L’obiettivo successivo è l’aumento dell’attività fisica e poiché sembra che l’attività fisica dei genitori determini un aumento del livello di attività dei bambini obesi è importante il loro coinvolgimento nel programma.

              Il bambino deve diventare attore del programma.
 È stato visto inoltre che l’aspetto psicologico (es. autostima) è migliore nei ragazzi con un buon livello di attività fisica.

              Le tecniche di terapia familiare hanno dato buoni risultati: l’approccio familiare va sempre perseguito in età pediatrica con la distinzione che nei bambini con età inferiore ai 12 anni il trattamento è combinato, mentre dai 12 anni in poi è contemporaneo, ma può avvenire separatamente.


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                Obesità infantile: diagnosi

                Per la diagnosi di obesità nel bambino non si fa riferimento come nell’adulto alle classi di IMC (Indice di Massa Corporea kg/m2 : 25-30 sovrappeso, > 30 obesità) in quanto, a seconda dell’età, ci sono delle fisiologiche variazioni dell’adiposità da tenere in considerazione.

                Per la diagnosi di obesità nel bambino non si fa riferimento come nell’adulto alle classi di IMC (Indice di Massa Corporea kg/m2 : 25-30 sovrappeso, > 30 obesità) in quanto, a seconda dell’età, ci sono delle fisiologiche variazioni dell’adiposità da tenere in considerazione.

                La valutazione viene dunque eseguita utilizzando tabelle con parametri di crescita di riferimento espresse in percentili (a seconda dei paesi i centili di riferimento cambiano). 
Solo dal 1997 (Luciano A. et al, Eur J Clin Nutr) esistono tabelle di percentili di IMC specifiche italiane, nate dall’esigenza di valutare i bambini con i riferimenti della nostra popolazione.

                Nel 2000 sono state pubblicate le prime tabelle di riferimento internazionali (Cole et al, Bmj): l’esigenza di valutare e confrontare il fenomeno obesità infantile nei vari paesi non poteva infatti essere soddisfatta per l’assenza di parametri di riferimento comuni; inoltre la stessa definizione di obesità variava da paese a paese a seconda dei percentili presi in considerazione (85%, 90%, 95%, 98%, etc…).

                Altre tabelle di valutazione del sovrappeso sono state formulate dal CDC (Centers for Disease Control and Prevention) valide negli Stati Uniti e da Must et al (1991), quest’ultime consigliate dalla WHO per la determinazione del sovrappeso in età evolutiva:

                1. Tabelle nazionali: 
elaborate della Società Italiana di Diabetologia ed Endocrinologia Infantile (SIEDP). Cacciari, Dilani, Balsamo, Dammacco, De Luca, Chiarelli, Pasquino, Tonini, Vanelli (2002). Italian cross-sectional growth charts for height, weight and BMI (6-20y).
 Luciano, Bressan, Zoppi. Body mass index reference curves for children aged 3-19y from Verona, Italy.
                2. Tabelle internazionali: elaborate dall’International Obesity Task Force (IOTF), Cole, Bellizzi, Flegal, Dietz (2000). Establishing a standard definition for child overweight and obesity worldwide: International survey. 
International Center for Health Statistics in collaborazione con il National Center for Chronic Desease Prevention and Health Promotion (2000).

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                  Obesità infantile: le cause

                  L’obesità è il risultato di diverse cause più o meno evidenti e più o meno presenti a seconda del soggetto. Si parla dunque di un’eziologia multifattoriale che chiama in causa alimentazione, sedentarietà, fattori genetici e fattori ambientali.

                  L’obesità è il risultato di diverse cause più o meno evidenti e più o meno presenti a seconda del soggetto. Si parla dunque di un’eziologia multifattoriale che chiama in causa alimentazione, sedentarietà, fattori genetici e fattori ambientali.

                  L’avere uno o entrambi i genitori obesi è il fattore di rischio più importante per la comparsa dell’obesità in un bambino. 

Un altro fattore da tenere in considerazione è la precocità dell’ “adiposiy rebound”: normalmente dopo l’età di un anno, i valori di IMC (Indice di Massa Corporea: peso in kg /altezza in m2) diminuiscono fino a raggiungere il valore minimo attorno ai 5-6 anni per poi riprendere ad aumentare.

                  Un incremento dei valori di BMI prima dei 5 anni (adiposity rebound precoce) viene riconosciuto come un indicatore precoce di rischio di sviluppo di obesità. 

Negli ultimi anni la ricerca ha portato alla luce il contributo genetico della familiarità nello sviluppo dell’obesità. Studi su gemelli omozigoti e soggetti adottati, attraverso la correlazione del peso dei soggetti stessi e dei genitori adottivi e naturali, hanno dimostrato che il grado di ereditabilità del sovrappeso varia dal 60 al 70%; osservando le famiglie dei bambini obesi si è visto quindi che avere uno o entrambi i genitori obesi aumenta la probabilità di essere obesi.

                  Ma l’aumento così repentino del numero di bambini obesi non può esser imputato solo alla predisposizione genetica: non possono infatti essere mutati così drasticamente i caratteri genetici in un intervallo di tempo di qualche decennio. 

Uno studio condotto su gemelli nati dal 1975 al 1979 in Finlandia dimostra che il BMI è strettamente correlato al peso alla nascita e al BMI dei genitori. Il periodo intrauterino ha dunque effetti durevoli sul peso corporeo adulto. Alcuni studi epidemiologici suggeriscono l’esistenza di un legame tra sviluppo di obesità in età evolutiva e allattamento al seno: bambini allattati al seno mostrano un rischio più basso di essere in sovrappeso da adulti e adolescenti in modo proporzionale alla durata dell’allattamento. 

Il patrimonio genetico è la base su cui si estrinsecano altri fattori: alimentazione, inattività, contesto sociale, comportamento alimentare. Tra i diversi aspetti dell’alimentazione si sta cercando di capire quali contribuiscano in modo particolare all’eccesso ponderale.


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                    Costruire il proprio benessere

                    Il bisogno maggiormente condiviso dal punto di vista psicologico e sociale da tutte le persone è il raggiungimento di uno stato di benessere globale, esteriore e interiore. Il sentirsi bene è un’esperienza interna, cognitiva ed emotiva, uno stato consapevole, un sentimento piacevole di contentezza e soddisfazione. Essa dipende da numerosi fattori, situazionali (esterni) o di personalità (interni): la realizzazione di sé, il successo personale, la possibilità di interazioni sociali, la cessazione di un problema, l’effettuazione di esperienze positive, l’essere ottimisti, l’avere un corpo che piace, non avere disagi. Ci sono vari elementi che non possiamo direttamente controllare, individuabili come fonte di benessere ma tanti altri invece possono essere personalmente ricercati e costruiti, per sentirci meglio con il nostro corpo, con la nostra persona e con gli altri, per rendere la vita più salutare, più piacevole e significativa.

                    Il benessere è una dimensione che può essere allenata.

                    Innanzitutto è fondamentale, a tal fine, partire dalla conoscenza di sé e di quello che si è, delle proprie caratteristiche, risorse e limiti.

                    Questo consentirà di poter rafforzare e intervenire da soli su se stessi per valutarsi, migliorarsi, per trovare la soluzione a un disagio, per adottare uno stile di vita più corretto, oppure permetterà di rendersi consapevoli delle aree in cui non si è capaci di attuare da soli un cambiamento e di chiedere aiuto ad uno specialista per essere accompagnati verso uno stato di maggior benessere.

                    Per chi desidera iniziare a prendere consapevolezza del proprio stato di benessere e fare qualche piccola ma utile cosa per incrementarlo, proponiamo alcuni consigli e linee guida. Provare ad applicarli gradualmente nella propria quotidianità consentirà di iniziare a migliorare qualcosa di sé o a trovare la strada per chiedere un sostegno per sentirsi meglio.

                    Riguardano tre dimensioni della persona:

                    Fare

                    Tenersi occupati in attività piacevoli, sociali, significative, fisiche

                    Soprattutto le attività piacevoli, nuove, che prevedono un contatto con gli altri, che facciano sentire efficienti e produttivi, che abbiano un importante significato per sé permettono di sentirsi più contenti e di avere energia, entusiasmo. È essenziale pertanto, anche la scelta di un tipo di lavoro che gratifichi o, laddove ciò non è possibile, lo svolgimento di attività utili e piacevoli durante il tempo libero.

                    Condurre uno stile di vita sano e dinamico

                    La ricerca dell’equilibrio giusto e della correttezza sul piano alimentare e motorio consentono di avere un giudizio più positivo di sé, di piacersi e piacere di più, di ricevere rinforzi positivi alla propria autostima. L’incremento dell’attività fi sica agisce contro la depressione, la noia, l’isolamento, oltre che sulla salute del fisico e sulla prevenzione di malattie. Attività che implicano sforzo fisico sembrano inoltre generare più piacere rispetto a delle attività sedentarie.

                    Organizzarsi e pianificare le proprie attività

                    È bene avere una buona capacità organizzativa generale sia nel quotidiano che nei progetti a lungo termine, essere efficienti e non rimandare, chiarificando i propri obiettivi e godendo dei risultati ogni giorno raggiunti.

                    Avere cura della propria salute psicofisica

                    Percepirsi e vedersi in modo più positivo fa vivere meglio e per sentirsi tali i primi passi sono l’attenzione e la cura all’alimentazione, allo stile di vita e all’esercizio fisico. Principi fondamentali per sentirsi bene sono anche ricercare la conoscenza di se stessi, perseguire la propria realizzazione, sapersi accettare, saper trovare un tempo da dedicarsi per attività ritenute rilassanti o piacevoli, saper riconoscere eventuali disagi, cercarne la soluzione o, qualora ci si renda conto di non potersela dare da soli, cercare un aiuto anche professionale. Possiamo immaginare la nostra mente e il nostro corpo come una pentola a pressione in cui, se continuiamo ad introdurre elementi sfavorevoli al nostro benessere e alla salute, senza dare possibilità di sfiato, il coperchio prima o poi scoppierà in un disturbo.

                    Essere

                    Essere se stessi.

                    Poiché tutte le persone sono differenti, è importante costruire e mantenere la propria identità, che poi potrà piacere ad alcune categorie di persone e non ad altre (questo vale per tutti qualunque identità si scelga di vestire) e non attuare caratteristiche e modi di essere che non sono propri, poiché l’ambiguità nel tempo emerge e diviene causa di conflitti e insoddisfazione.

                     Essere socievoli

                    L’uomo è per natura un essere sociale e pertanto necessita della relazione con altre persone significative da cui trarre e dare sostegno, crescita, rinforzi positivi e condivisione.

                     Essere orientati sul presente

                    Per stare bene non è utile orientare i propri pensieri per lo più altrove rispetto al momento che si sta vivendo: è invece importante saper investire nel qui ed ora, saper cogliere le opportunità che si presentano momento per momento, poter utilizzare la proprie energie psicofisiche per dare massimo valore a ciò che si può vivere giorno per giorno.

                     Essere ottimisti

                    Spesso il modo in cui si interpretano gli eventi ha molta più importanza degli eventi in sé. Chi riesce a trovare un senso valido ad un’esperienza negativa o chi sa giudicare in modo positivo un qualcosa che di per sé sarebbe neutrale o ambiguo, avrà più capacità nell’affrontare le difficoltà, più emozioni positive che consentiranno, a loro volta, il raggiungimento di obiettivi più positivi.

                    Sviluppare

                    Aspettative adeguate

                    Avere aspettative molto elevate ed essere perfezionisti spesso è causa di delusioni e insoddisfazioni, poiché non sempre e non per tutti è possibile raggiungere determinati traguardi e spesso lo sforzo richiesto è maggiore del piacere ottenuto. La modalità per sentirsi bene e felici è dunque riposta nella capacità di moderare le proprie aspirazioni in base alla realtà personale ed esterna e saper sfruttare e valorizzare il presente più che un risultato continuamente posposto e inarrivabile.

                     Rapporti sociali e intimi

                    L’attività sociale, essenziale per la sopravvivenza della persona, è fondamentale anche per il benessere mentale ed emotivo. È importante crearsi vari spazi di interazione sociale, di tipo sia formale che informale: essa consente di arricchire la propria personalità, di confrontarsi, di ricevere stimoli positivi, di rafforzare la propria identità. Soprattutto le relazioni profonde, intime, significative, risultano avere un’importanza fondamentale per il nostro benessere psicofisico.