Obesità: il trattamento

I cardini su cui si fonda il trattamento dell’obesità e ogni serio programma di controllo del peso sono la valutazione nutrizionale e del comportamento alimentare e la terapia cognitivo comportamentale per la modifica dello stile di vita e l’acquisizione di abilità comportamentali per la gestione dei risultati ottenuti.

I cardini su cui si fonda il trattamento dell’obesità e ogni serio programma di controllo del peso sono la valutazione nutrizionale e del comportamento alimentare e la terapia cognitivo comportamentale per la modifica dello stile di vita e l’acquisizione di abilità comportamentali per la gestione dei risultati ottenuti.

Il successo a lungo termine sarà più probabile se la perdita di peso sarà secondaria alla modifica delle idee e dei comportamenti disfunzionali che determinano l’instaurarsi e il mantenimento dell’obesità.

Obiettivi: raggiungere e mantenere un calo ponderale utile per la riduzione del rischio vascolare e metabolico ( < del 10-20% del peso iniziale).

Con la sola dieta dimagrante la recidiva (e cioè il riguadagno del peso perso) è frequentissima (nel 90-95% dei casi).

È determinata da fattori biologici (diminuzione della spesa energetica successivi al regime dietetico) comportamentali (la restrizione porta alla perdita di controllo) psicologici (la perdita di controllo e la conseguenza trasgressione innesca il vortice dei sensi di colpa, depressione, fallimento, altro cibo…).

La dieta senza la giusta attenzione alla persona è fallimentare.

La promozione della salute

Per quanto attiene all’obesità è ormai dimostrato che nel suo trattamento l’intervento di ordine psico-comportamentamenle è fondamentale nel determinare il successo terapeutico, anche se deve essere ribadito che si tratta di una condizione definita su base morfologica ma non ancora adeguatamente inquadrata su base psicopatologica.

Lo studio e la cura dell’obesità e più in generale della sindrome metabolica, si intrecciano profondamente e indissolubilmente con lo studio e la cura del comportamento alimentare e dei suoi disturbi (anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating syndrome etc.) per quanto suddetto e per almeno tre altri motivi:

  • per tutte queste patologie nessuna cura è efficace se non implica un cambiamento profondo del comportamento alimentare e dello stile di vita;
  • cure inadeguate dell’obesità sono corresponsabili del grande aumento dei disordini alimentari nel mondo contemporaneo;
  • come la cura dell’obesità, anche quella dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) è multidisciplinare e impone la collaborazione tra internisti, nutrizionisti, psichiatri e psicologi.

Sia per l’obesità che per i disturbi del comportamento alimentare si segnalano la gravissima insufficienza delle strutture sanitarie, l’inadeguatezza della formazione attuale di base e la necessità di un approccio multidimensionale.

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Digiuno intermittente

Il digiuno intermittente  è uno schema alimentare che prevede l’alternanza tra periodi di astensione dal cibo con periodi di assunzione controllata di cibo. L’esame della calorimetria indiretta è utile per stabilire stabilisce l’esatta prescrizione dietetica.

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Percorso dietologico

Dedicato alle persone che nonostante sappiano il “cosa fare” non riescono a mettere in pratica il “come fare” perché incontrano, lungo il percorso, ostacoli e resistenze che non riescono a gestire. Se non sbagli dieta dimagrire è facile!

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Farmacologico

I farmaci per la cura dell’obesità come semaglutide e tirzepatide segnano un cambio di passo nella cura dell’obesità, la loro efficacia è superiore alle aspettative.

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Percorso mesoestetico

E’ un percorso che prevede l’attivazione del metabolismo locale tramite l’iniezione intradermica di principi attivi certificati per efficacia e sicurezza.

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Reazioni avverse agli alimenti

Vengono definite allergie alimentari quelle manifestazioni che seguono a distanza di tempo variabile l’ingestione di determinati alimenti ed il cui meccanismo è una reazione immunologicamente mediata nei confronti dell’allergene.

Vengono definite allergie alimentari quelle manifestazioni che seguono a distanza di tempo variabile l’ingestione di determinati alimenti ed il cui meccanismo è una reazione immunologicamente mediata nei confronti dell’allergene.

Le manifestazioni patologiche comprendono:

  • Sindrome orale allergica
  • Rinocongiuntiviti
  • Orticaria/Angioedema
  • Dermatite atopica
  • Asma
  • Vomito/diarrea/dolore addominale
  • Shock anafilattico

Vi sono evidenze che questa sensibilità sia da imputare a un meccanismo IgE mediato ed è inoltre stata anche riscontrata una frequente associazione tra la sintomatologia allergica e la pollinosi.

Gli alimenti più frequentemente responsabili dei disturbi orali ai quali si possono poi associare anche gli altri sintomi sono per l’adulto: la mela, la pesca, la nocciola, la noce, l’arachide, l’albicocca, la pera, la ciliegia e la mandorla nel gruppo alimentare della frutta, mentre per quanto riguarda la verdura il pomodoro, il finocchio, il sedano e la carota.

Vengono definite intolleranze alimentari le sindromi in cui anche se si è dimostrato un rapporto tra l’insorgenza dei sintomi e l’assunzione dell’alimento, non è dimostrata una reazione immunologica.

Le manifestazioni patologiche si differenziano in relazione alle sostanze che determinano le sindromi: l’enteropatia da intolleranza al glutine o malattia celiaca è caratterizzata da sindrome da malassorbimento e quindi:

  • Anemia sideropenica in assenza di perdite ematiche
  • Carenza di folati
  • Steatorrea
  • Alvo diarroico con importante volume fecale
  • Sindrome dismetabolica ossea
  • Perdita di peso corporeo
  • Pluricarenze minerali e vitaminiche

In questi casi, gli alimenti da escludere dalla dieta sono tutti quelli che contengono anche se in tracce: grano, orzo, avena, segale.

Gli additivi ed i conservanti provocano reazioni avverse quali:

  • Accessi asmatici e rush cutanei se l’additivo è rappresentato da solfiti. Questi conservanti vengono aggiunti soprattutto in: vino bianco, birra, succhi di frutta, frutta secca, verdura congelata, in scatola o liofilizzata, marmellate, salse, sughi, frutti di mare e crostacei.
  • Parestesie del collo, del torace e degli arti superiori, palpitazioni e sensazione di debolezza, cefalea (cosiddetta “sindrome del ristorante cinese”) se l’additivo è rappresentato dal sodio monoglutammato. Si tratta di un derivato dell’acido glutammico aggiunto in alimenti quali carni conservate, cibi precotti o preconfezionati, cracker, salse, concentrati di pomodoro e di soia, parmigiano ed estratti per brodo, a scopo di accentuarne la palatabilità.
  • Reazioni di tipo orticarioide se l’additivo è costituito da tartrazina (E102) o da eritrosina (E127) Si tratta di due coloranti rispettivamente di colore giallo e rosso, che vengono aggiunti in bibite, sciroppi, liquori, canditi, gelati, ghiaccioli e medicinali.
  • Cefalea ed orticaria cronica se l’additivo è costituito da nitrati o da nitriti. Questi conservanti possono essere contenuti in cibi come pesce affumicato, salumi, wurstel, salsicce e carne in scatola.
  • Reazioni avverse aspecifiche possono inoltre essere causate dall’acido acetilsalicilico che viene utilizzato come conservante per pomodori, zucchine, cetrioli, meloni, uva, agrumi e mele e dall’idroanizolo butilato (BHA) e idrossitoluene butilato (BHT) che sono due antiossidanti contro l’irrancidimento di alimenti contenenti grassi insaturi.

Ci sono molti alimenti che contengono (o che liberano dopo l’ingestione) sostanze ad attività simil-farmacologica quali:

  • Amine vasottive (istamina, tiramina) contenute in pesci (arringhe, acciughe, sardine, salmone, tonno), crostacei, pomodori, spinaci, uova (albume), fegato, formaggi fermentati, salumi, vini, birra, cioccolata, estratti di lieviti, frutta fresca ( fragole, banane, ananas) e frutta secca (arachidi, nocciole, mandorle), che possono provocare reazioni avverse come l’orticaria, la cefalea, la nausea, la tachicardia e l’ipotensione.
  • Metilxantine (caffeina, teofillina, teobromina) contenute rispettivamente nelle bevande e negli alimenti a base di caffè; nelle bevande a base di tè; nelle bevande e negli alimenti a base di cioccolato e di cacao, che possono provocare tachicardia, vasospasmo, cefalea.
  • Etanolo (tutte le bevande e gli alimenti contenenti etanolo), possono determinare reazioni avverse di tipo inibitorio sull’apparato gastroenterico, cardiocircolatorio e sul sistema nervoso centrale e periferico.
ALIMENTO  CONTENUTO MEDIO IN TIRAMINA
 (per 100 g di alimento)
 Aringhe  303 mg
 Estratto di lievito  150 mg
 Chaddar  146 mg
 Patate  84 mg
 Uva  69 mg
 Cavolo  67 mg
 Tonno  57 mg
 Emmenthal  51 mg
 Cavolfiore  40 mg
 Grana  29 mg
 Spinaci  25 mg
 Pomodoro  25 mg
 Pecorino  24 mg
 Camembert  20 mg
 Brie  18 mg

 

Alimenti ad elevato contenuto in ISTAMINA
:

  • Pesce
  • Pomodoro
  • Uovo (albume)
  • Fragola
  • Crostacei
  • Maiale
  • Salumi
  • Cavolo
  • Vino
  • Birra

Alimenti ad elevato contenuto di TIRAMINA

  • Formaggi fermentati
  • Conserve di pesce come sardine, aringhe, tonno
  • Salse a base di soja
  • Birra
  • Vini rossi e bianchi
  • Nocciole
  • Cioccolata
  • Oli di semi vari
  • Fagioli
  • Fave
  • Minestre in buste confezionate con prodotti a base di lievito
  • Condimenti in polvere e sughi con verdure
  • Lievito concentrato o estratti

Possibili sintomi:
 orticaria, vasodilatazione, cefalea, nausea, tachicardia, ipotensione.


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    Metabolismo e tiroide

    Gli ormoni tiroidei stimolano il metabolismo energetico promuovendo il consumo dei grassi e degli zuccheri allo scopo di produrre energia

     

    Gli ormoni tiroidei stimolano il metabolismo energetico promuovendo il consumo dei grassi e degli zuccheri allo scopo di produrre energia.

    Infatti inducono il rilascio dei grassi dai depositi del tessuto adiposo, favoriscono il loro ingresso nelle cellule e infine ne stimolano l’ossidazione per ottenere energia chimica e calore. T3 e T4 esercitano effetti simili anche sugli zuccheri, promuovono il rilascio di glucosio dai depositi del fegato, ne favoriscono l’ingresso nelle cellule e la trasformazione a scopi energetici.

    Un particolare tessuto in cui gli ormoni tiroidei aumentano la produzione di calore è il tessuto adiposo bruno. Si tratta di un tessuto presente in piccole quantità nel corpo umano ma molto importante nel mantenimento costante della temperatura corporea. Quando il corpo è esposto a temperature fredde gli ormoni tiroidei stimolano la produzione di calore nel tessuto adiposo bruno. É un tessuto molto importante anche negli animali che vanno in letargo, poiché garantisce il mantenimento della temperatura corporea anche in assenza di movimento e alimentazione. Nell’uomo è molto attivo nel neonato e tende poi a ridursi, ma non a scomparire, nell’adulto. Nel tessuto adiposo bruno avviene l’ossidazione dei grassi nei mitocondri e l’energia prodotta viene tutta trasformata in calore.

    Le malattie che causano ipertiroidismo si caratterizzano per l’aumento del metabolismo, cioè di tutti i processi di produzione di energia, e questo comporta frequentemente il dimagrimento per il consumo delle scorte di grasso e delle proteine muscolari. L’eccessiva ossidazione di substrati, una specie di “combustione senza fiamma”, produce anche un aumento della temperatura corporea, una febbricola che di solito non supera i 38°C, dovuta all’incremento della produzione di calore che viene dissipato attraverso la pelle.

    Nell’ipotiroidismo, all’opposto, il metabolismo e tutti i processi chimici sono rallentati e il minore consumo di grassi produce aumento del peso corporeo, minore produzione di calore e l’abbassamento della temperatura corporea. È però opportuno precisare che l’aumento di peso, di solito di pochi chilogrammi, si verifica solo quando l’ipotiroidismo è marcato. Questo significa che l’ipotiroidismo non è responsabile dell’aumento di peso nella maggior parte dei casi di obesità e sovrappeso le cui origini vanno ricercate nella sedentarietà e nell’alimentazione scorretta.

    Tratto da “La Tiroide dalla A alla Z” di Claudio Pagano, Pragmata Edizioni, Roma

    Claudio Pagano-endocrinologo-


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      Early Adiposity Rebound

      Dalle rilevazioni del 2016 effettuate dal sistema di sorveglianza nazionale Okkio alla salute è risultato che i bambini in sovrappeso rappresentano il 21,3% della popolazione infantile ed i bambini obesi il 9,3%, compresi i bambini gravemente obesi che rappresentano il 2,1% con prevalenze più alte nelle regioni del Sud e del Centro.

      Dalle rilevazioni del 2016 effettuate dal sistema di sorveglianza nazionale Okkio alla salute è risultato che i bambini in sovrappeso rappresentano il 21,3% della popolazione infantile ed i bambini obesi il 9,3%, compresi i bambini gravemente obesi che rappresentano il 2,1% con prevalenze più alte nelle regioni del Sud e del Centro.
      Rispetto alle rilevazioni effettuate nel 2008-2009 il fenomeno dell’obesità è diminuito, ma rispetto alle rilevazioni del 2014 si è osservato un leggero aumento del sovrappeso.
      Premesso che il fenomeno dell’obesità infantile è caratterizzato da un mix di fattori genetici ed ambientali, i fattori di rischio precoci ( tra 0 e 5 anni) e predittivi possono essere riassunti in :
      • presenza di obesità nei genitori;
      • peso neonatale elevato;
      • eccessivo incremento di peso nel primo anno di vita;
      • early adiposity rebound in età inferiore ai 5 anni.

      Early Adiposity Rebound

       

      La nostra composizione corporea è caratterizzata da massa grassa, massa muscolare e acqua intra ed extracellulare; tali componenti sono in continua mutazione durante le fasi vitali dell’organismo ed in particolare la  percentuale di massa adiposa (per cento della massa corporea totale) presenta nel corso della crescita variazioni fisiologiche con un’alternanza di periodi di aumento e di diminuzione rappresentate dall’andamento del grafico del body mass index in funzione dell’età .

      Nella popolazione generale in età pediatrica, dopo l’età di un anno infatti, i valori di BMI diminuiscono per poi stabilizzarsi e riprendere ad aumentare mediamente solamente dopo l’età di 5-6 anni. L’età alla quale si raggiunge il valore minimo prima dell’aumento fisiologico del BMI si chiama adiposity rebound AR e mediamente corrisponde all’età appunto di 5-6 anni.

       

       

      E’ stato  dimostrato  che se  l’AR se inizia “anticipatamente”, nell’età 2-5 anni, invece che all’età di 5-7 anni viene definito come Early Adiposity Rebound  e rappresenta un fattore di rischio ed al contempo un marker di riconoscimento per il successivo sviluppo di sovrappeso ed obesità nell’età adolescenziale ed adulta.

      Questo marker ci conferma come lo stato del BMI nei primi anni di vita ha un valore predittivo basso per lo sviluppo successivo di obesità in quanto adulti obesi non sono stati obesi nel periodo prescolare ma semplicemente hanno avuto un Early Adiposity rebound per esempio a tre anni anziché a sei anni come solitamente riscontrato in adulti sani normopeso.

      Fonti :

      “Early adiposity rebound”: indicatore precoce di rischioper lo sviluppo di obesità e di complicanze metaboliche. Maurizio Iaia Pediatra di famiglia e di comunità, AUSL Cesena, ACP Romagna

      Okkio alla salute: i dati nazionali 2016

      Federica Mercuri-dietista-


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        Il decalogo della persona attiva

        Una vita sana è una vita attiva, ma fare movimento non equivale per forza a interminabili sedute in palestra, ci si può mantenere attivi anche nelle normali attività di ogni giorno.

        Di seguito una decina di utili comportamenti da tener presenti per attivare il metabolismo e massimizzare gli effetti di un piano alimentare ipocalorico:

        1. Cercare sempre di massimizzare le opportunità di movimento (pensare attivo).
        2. Monitorare il numero di passi giornalieri incrementando il numero fino a 10000 passi (armband o segnapassi).
        3. Spostarsi a piedi per distanze inferiori al chilometro (1300 passi 10 minuti).
        4. Usare le scale e mai l’ascensore.
        5. Andare al lavoro a piedi o in bici. Se non è sempre possibile scegliere i momenti migliori: es. il giorno in cui si inizia più tardi oppure quando c’è la pausa pranzo più lunga, etc.
        6. Parcheggiare lontano dal luogo in cui si deve andare: al supermercato nel posto più lontano del parcheggio, alle poste, in banca, dai parenti, etc.
        7. Salire o scendere dall’autobus una fermata prima o dopo.
        8. Camminare almeno 30 minuti oltre la normale attività lavorativa.
        9. Programmare 3/4 momenti settimanali di attività fisica (nuoto, palestra, jogging, bici )
        10. In casa , se possibile , usare per 20 minuti , la cyclette o il tapis roulant.

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          Radicali liberi: valuta il tuo stato ossidativo

          I radicali liberi, molecole altamente reattive sono di due tipi. Quelli endogeni, che si formano naturalmente nel nostro organismo e quelli esogeni che provengono dall’esterno (inquinanti presenti nell’aria o nel cibo).

          I radicali liberi, molecole altamente reattive, sono di due tipi: quelli endogeni, che si formano naturalmente nel nostro organismo, e quelli esogeni che provengono dall’esterno (inquinanti presenti nell’aria o nel cibo). I radicali liberi possono provocare alterazioni importanti delle strutture cellulari influenzando la comparsa di molte malattie compresi certi tipi di tumore e le malattie cronico degenerative in genere. Influiscono in maniera determinate sui processi di invecchiamento dell’organismo.

          I sistemi di difesa propri del nostro organismo e delle sostanze presenti nei cibi possono difenderci da questi attacchi. Esiste quindi un fronte di attacco (radicali liberi) e una difesa che può e deve essere potenziata.

          Possiamo ridurre l’esposizione ma anche aumentare le difese con i cibi o mediante gli integratori. Un ruolo importante riveste, quindi, un’apporto nutrizionale adeguato ai fabbisogni individuali.


          Oggi è possibile poter conoscere il grado di aggressione a cui siamo sottoposti ma anche l’efficienza del nostro sistema di difesa.

           

          Il concetto del tempo

          Il tempo non è accessorio dell’esperienza ma è l’esperienza stessa che non sarebbe tale se non fosse “costituita” di tempo.

          Il concetto del tempo è un punto focale della terapia, inteso come rispetto reciproco del tempo che l’equipe e il paziente dedicano al percorso, ma anche quello adeguato da dedicarsi e da dedicare all’esperienza dietologica indispensabile per un processo di cambiamento fisco e mentale.

          Quando una persona intraprende un percorso di cura di sé il primo aspetto da comprendere è se dedica un tempo adeguato a se stesso. Si parla di tempo “utile” in quanto è impiegato per diversi scopi: per la terapia intesa come incontri con frequenza costante, per i 5 pasti giornalieri mettendo quindi in atto il frazionamento, il tempo per l’attività motoria, tempo per ascoltarsi e pensare, per fermarsi e cogliere i segnali di stop nel comportamento impulsivo, tempo per lavorare su un aspetto importante della terapia che definiamo “essere pronto” (comprensione della motivazione al percorso, ostacoli/resistenze incontrati con la compilazione di materiale cartaceo).

          Un altro significato che dobbiamo cercare di associare al tempo è che sia “adeguato”, per cui non posso pensare che per consumare un pasto possano bastare 5 minuti, devo cercare di concedermi un tempo adeguato per prendermi cura di me e quindi dedicarmi almeno 30 minuti a pasto dove mi siedo a tavola e penso solo a consumare il pranzo, non impiego quel tempo per lavorare.

          Questo aspetto può essere esteso anche in altri contesti, come ad esempio se parliamo del movimento: non posso dedicare all’attività motoria solo un momento temporale che va da uno spostamento ad un altro durante la giornata lavorativa, devo cercare di ritagliarmi del tempo per svolgere un’attività strutturata che sia piacevole e utile per gestire la tensione che accumulo durante le ore lavorative.

          Sempre più richieste che giungono alla nostra attenzione sono la conseguenza del fatto che le persone non riescono nella quotidianità a ritagliarsi del tempo per sé. Spesso la causa principale è una modalità di pensiero che porta la persona a sbilanciarsi sui “devo” rispetto ai “voglio”. In questo caso la persona si fa travolgere dai numerosi impegni quotidiani tra cui il lavoro, la famiglia e tanti altri “devo”, dimenticandosi di sé. I pazienti si descrivono come travolti dalla quotidianità.

          Pertanto un intervento che viene proposto nella fase iniziale è proprio sulla gestione del tempo, l’operatore che segue il paziente su questo aspetto in prima battuta raccoglie informazioni sulla quotidianità per comprendere quali ostacoli e resistenze portano alla mancata possibilità di ritagliarsi del tempo, successivamente viene chiesto al paziente di fare un’esperienza attraverso un approccio cognitivo-comportamentale dove la richiesta è quella di mettere in atto un’azione. Il terapeuta accompagnerà la persona a soffermarsi sui piccoli cambiamenti che giorno per giorno metterà in atto. In questo modo inizierà a notare che esistono altri significati che il tempo può acquisire e grazie a questi l’effetto dell’esperienza cambierà. Risulterà piacevole comprendere come il darsi tempo comporti un benessere oltre che fisico anche psichico.


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            Perché muoversi

            Tutti i tipi di attività fisica, purché svolti con criterio, portano indubbi vantaggi sotto diversi fronti e aiutano a progredire con successo nel percorso verso il cambiamento, metabolico e comportamentale e verso il successo del percorso di dimagrimento.

            L’attività fisica, soprattutto al di fuori della comunità medico-scientifica, viene spesso vista esclusivamente in funzione del riequilibrio della bilancia introito alimentare-consumo energetico.

            In realtà i benefici che il paziente obeso ricava da un aumento dell’attività fisica e dal contrasto della “naturale” tendenza alla sedentarietà, vanno ben oltre il semplice aumento della spesa energetica.

            L’attività fisica, non incrementa solo il dispendio energetico, ma protegge e accresce la massa magra a svantaggio di quella grassa. L’innalzamento della stimolazione neuro-ormonale, che consegue a un aumento dell’attività, agisce anche sul tono dell’umore, migliorando tutti i fattori psicologici. L’attività fisica inibisce l’appetito e rappresenta anche un fattore di riduzione del rischio di mortalità e morbilità.

            Sul piano psicologico i benefici dell’attività fisica si estendono a sfere particolarmente importanti per il paziente obeso: si rileva, infatti, un miglioramento dell’autostima e dell’autoconsiderazione. Questo aspetto non è da sottovalutare perché consente di interrompere il circolo vizioso che di frequente ha portato l’obeso a cercare rifugio nel cibo come compenso di insuccessi nella vita quotidiana.

            L’attività fisica deve però essere regolata ed a livelli proporzionali alle capacità dell’individuo, poiché si rischia di perdere del tutto i benefici, aggravando il quadro clinico.

            Il movimento agisce poi anche sul versante “biologico”, riducendo i rischi di comorbosità; essa, infatti, contribuisce a migliorare la funzionalità respiratoria, a ridurre la lipemia e la pressione arteriosa. Inoltre, l’aumento delle richieste dei tessuti periferici, conseguenti a un incremento del livello di attività, si correla a un miglioramento della sensibilità degli stessi all’insulina e del controllo dei livelli glicemici, prevenendo quei quadri clinici che possono esitare in diabete di tipo 2.

            L’attività fisica entra direttamente anche nella regolazione del bilancio energetico. Purché adeguata alle esigenze del paziente obeso ed effettuata sotto il controllo del clinico, l’attività fisica stimola la secrezione di ormoni che contribuiscono a ridurre l’introito di cibo e grassi, ad aumentare la termogenesi e a diminuire le scorte energetiche. Il passo per cadere nell’eccesso opposto è breve ed è necessario instradare adeguatamente il paziente.

            Per sviluppare un piano che stimoli il paziente ad incrementare la propria attività fisica, bastano alcune regole fondamentali che puntino a motivarlo. Innanzitutto occorre rammentargli che tutti i tipi di attività fisica, purché svolti con criterio, sono adatti e che gli effetti sono additivi: i benefici di tre passeggiate della durata di 10 minuti sono pari a una della durata di mezz’ora, ma nel primo caso si è facilitati nel superare l’ostacolo psicologico al movimento. Questa come altre semplici strategie per vincere la tendenza all’ozio possono risultare molto efficaci.


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              Tiroide e gravidanza

              Durante la gravidanza il buon funzionamento della tiroide materna è essenziale per il corretto sviluppo del nascituro e, tra i molti adattamenti del corpo della donna, anche la tiroide sin dal concepimento si adegua alle nuove necessità.

              Durante la gravidanza il buon funzionamento della tiroide materna è essenziale per il corretto sviluppo del nascituro e, tra i molti adattamenti del corpo della donna, anche la tiroide sin dal concepimento si adegua alle nuove necessità. Per nove mesi aumenta il carico di lavoro per la ghiandola che deve potenziare la sua produzione ormonale a causa dell’espansione del volume di sangue che circola nella madre e nel feto. Inoltre la placenta possiede un enzima che degrada gli ormoni tiroidei materni e anche questo contribuisce a doverne aumentare la produzione.
              Per tutti questi motivi il fabbisogno di ormoni tiroidei aumenta di circa il 50 per cento. Se la tiroide è sana e vi è un adeguato apporto di iodio, il cui fabbisogno aumenta anch’esso del 50 per cento, la ghiandola risponde aumentando temporaneamente la sua grandezza e il rilascio di ormoni in modo adeguato.

              Ipotiroidismo in gravidanza. Rischi per il nascituro?

              Il rischio per una donna di ipotiroidismo gestazionale non è trascurabile. È compreso tra il 10 e il 15 per cento e tende a salire con l’età. Quindi almeno una donna gravida su 10 sviluppa un ipotiroidismo durante la gravidanza.
              Gli ormoni tiroidei materni sono indispensabili per la crescita dei tessuti fetali fin dalle prime settimane di gestazione, in particolare per lo sviluppo del sistema nervoso. Man mano che la gravidanza procede, il feto matura progressivamente la capacità di produrre gli ormoni tiroidei e non dipende più da quelli materni. Questo avviene verso il termine del primo trimestre. Quindi è importante che, soprattutto nei primi tre mesi, la madre abbia una normale concentrazione di ormoni tiroidei nel sangue. Un requisito affinché questo avvenga, oltre a una tiroide sana, è un adeguato apporto di iodio che durante la gravidanza dovrebbe crescere dai 150 ai 250 microgrammi al giorno. La carenza di iodio si può riflettere negativamente, oltre che sulla tiroide della madre, anche sulla tiroide del feto che, dall’inizio del secondo trimestre, produce autonomamente gli ormoni tiroidei.
              La carenza di iodio o l’ipotiroidismo materno, se gravi, possono provocare conseguenze negative nel neonato che, nei casi più gravi, assumono la forma del cretinismo.
              I bambini affetti da cretinismo hanno una bassa statura, sono sordomuti, hanno gravi ritardi mentali e particolari caratteristiche dell’aspetto come ispessimento delle labbra e delle palpebre, lingua ingrossata, pelle squamosa, testa molto sviluppata, fronte corrugata. Oggi fortunatamente lo screening della funzione tiroidea che spesso viene fatta sulla donna in gravidanza e su tutti i neonati in Italia ha permesso la scomparsa di questi casi gravi.
              Anche le donne affette da ipotiroidismo più lieve, e quindi più facilmente misconosciuto, corrono però qualche rischio durante la gravidanza come l’ipertensione gestazionale, la pre-eclampsia e il parto prematuro. Ma le conseguenze possono manifestarsi anche sul feto e sul neonato con un ritardo di sviluppo intrauterino e un basso peso alla nascita, aborto spontaneo, distacco della placenta e malformazioni congenite.
              Il rischio di danni dovuti all’ipotiroidismo materno però si annulla se la donna ipotiroidea assume una corretta terapia sostitutiva con tiroxina durante la gravidanza. È quindi raccomandabile che le donne ipotiroidee raggiungano un adeguato compenso terapeutico prima del concepimento.

              L’ipertiroidismo in gravidanza.

              L’eccesso di ormoni tiroidei nel sangue della gestante è associata anch’essa a un aumentato rischio di complicanze come la pre-eclampsia, il parto prematuro, il distacco della placenta, l’aborto spontaneo e un basso peso del neonato. È quindi necessaria una corretta terapia dell’ipertiroidismo in modo da regolarizzare la funzione tiroidea e ridurre o annullare questi rischi.

              Farmaci tiroidei in gravidanza.

              L’utilizzo della tiroxina (T4) come terapia sostitutiva nell’ipotiroidismo non ha alcuna controindicazione né motivo di preoccupazione durante la gravidanza. Si tratta infatti di un ormone identico a quello prodotto dalla tiroide e che quindi non viene distinto da quello naturale. La quantità assunta però deve essere attentamente verificata con ripetute misurazioni del TSH nel corso della gravidanza in modo da non assumerne in eccesso o una quantità insufficiente. Una raccomandazione che viene fatta alle donne affette da ipotiroidismo in terapia sostitutiva che scoprono di essere incinte è quella di aumentare la dose di tiroxina di 25 microgrammi non appena scoprono il loro stato. Questo è importante perché il fabbisogno di T4 aumenta fin dalle prime settimane di gravidanza e questo aumento del farmaco, prima ancora di fare gli esami della tiroide, soddisfa adeguatamente le aumentate esigenze materno-fetali.
              I farmaci usati invece nella cura dell’ipertiroidismo sono due, il metimazolo e il propiltiouracile. Di questi però solo il primo è in commercio nelle farmacie italiane mentre il secondo è disponibile solo all’estero o nelle farmacie internazionali presenti sul territorio nazionale. Il propiltiouracile può anche essere preparato come galenico dal farmacista o, su proposta motivata di uno specialista del Servizio sanitario nazionale, può essere acquistato dalle farmacie ospedaliere o dalla aziende sanitarie.
              Le attuali linee guida raccomandano l’utilizzo del propiltiouracile nel primo trimestre e del metimazolo nel secondo e terzo trimestre con l’obiettivo di utilizzare comunque la dose minima di farmaco necessaria a curare l’ipertiroidismo frazionata durante la giornata. Nei rari casi di pazienti intolleranti o allergici ai farmaci antitiroidei oppure in condizioni in cui siano necessarie dosi molto elevate del farmaco, si può prendere in considerazione l’intervento di tiroidectomia. È comunque importante sottolineare che alle donne ipertiroidee viene raccomandato il raggiungimento di una normale funzione tiroidea prima del concepimento. Vi è invece una controindicazione assoluta alla terapia con iodio radioattivo e le donne che sono state sottoposte a questa terapia dovrebbero attendere almeno sei mesi prima di cercare una gravidanza.

              Parola d’ordine: Prevenzione!

              Per tutti i motivi illustrati, e in particolare per la prevalenza non trascurabile dell’ipotiroidismo nella popolazione femminile in età fertile, le donne che stanno programmando una gravidanza dovrebbero eseguire uno screening tiroideo con il dosaggio del Tsh prima della gravidanza, soprattutto se si tratta di donne a rischio di ipotiroidismo o di carenza di iodio. I fattori di rischio per l’ipotiroidismo sono la familiarità per malattie tiroidee, la presenza di anticorpi anti tiroide o di altre malattie autoimmuni, la precedente esposizione a radiazioni nella regione del collo, l’obesità e l’età superiore a 30 anni, l’infertilità e la residenza in aree a carenza di iodio. Inoltre dovrebbe essere assicurato un adeguato apporto di iodio con l’alimentazione (250 microgrammi al giorno), privilegiando i cibi che ne contengono di più o eventualmente ricorrendo alla supplementazione.
              In questo modo è possibile riconoscere precocemente le disfunzioni della ghiandola tiroidea e trattarle opportunamente, in modo che anche le donne affette da malattie della tiroide possano vivere la gravidanza con serenità e senza rischi di effetti negativi per la madre e per il nascituro.

              Tratto da “La Tiroide dalla A alla Z” di Claudio Pagano, Pragmata Edizioni, Roma

              Claudio Pagano-Endocrinologo-


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                Sindrome dell’ intestino irritabile, la cura

                La parola chiave per la terapia della sindrome dell’intestino irritabile è la personalizzazione. L’approccio può essere farmacologico e/o non farmacologico , questo dipende dalla severità dei sintomi.

                La cura

                L’approccio terapeutico può essere farmacologico e/o non farmacologico , questo dipende dalla severità dei sintomi, tuttavia è necessario istruire i pazienti sulla possibile cronicità dei sintomi e sulla storia naturale della patologia caratterizzata da periodi di recrudescenza e remissione; i pazienti vanno rassicurati inoltre sulla natura benigna della patologia e anche del fatto che nonostante non ci siano alterazioni organiche oggettive i sintomi sono reali come sono reali i disagi e le sofferenze riferiti .

                L’approccio farmacologico prevede in caso di SII con alvo stitico, lassativi, fibre,attivatori dei canali del cloro che favoriscono la secrezione intestinale di acqua accelerando il transito colico e migliorando la funzionalità intestinale ,modulatori serotoninergici ; in caso di SII con diarrea ,antidiarroici come la loperamide ma anche antispastici quali agenti antimuscarinici e bloccanti i canali del calcio per ridurre le risposte contrattili della muscolatura liscia a stimoli stressanti o postprandiali.

                Per quanto riguarda i consigli relativi allo stile di vita le informazioni dovrebbero vertere sull’importanza del self management  e quindi incoraggiare i pazienti ad un’attività fisica regolare e a ritagliarsi dei momenti di relax.

                E’ di frequente riscontro un’esacerbazione dei sintomi dopo l’assunzione di certi alimenti ,pertanto sarebbe utile chiedere al paziente la compilazione di un diario alimentare per circa 2-3 settimane riportando tutti i momenti in cui sono comparsi i sintomi o si sono aggravati e tutti gli episodi di stress emotivo.

                Altre raccomandazioni saranno invece le seguenti:

                • Fare dei pasti regolari ,3 pasti principali più due-tre spuntini dedicandovi un tempo adeguato
                • Evitare di saltare i pasti o fare lunghe pause tra un pasto e l’altro
                • Bere almeno 8 bicchieri di liquidi al giorno ,  tra acqua e altre bevande non contenenti caffeina
                • Limitare il consumo di te e caffè a 3 tazze al giorno
                • Ridurre l’assunzione di alcol e bevande gassate
                • Limitare gli alimenti ad alto contenuto di fibra insolubile (farina integrale, farina o pane ad alto contenuto di fibre , crusca, cereali integrali, riso integrale) in quanto possono esacerbare la sintomatologia dolorosa addominale
                • Ridurre l’assunzione di amido resistente che resiste alla digestione del piccolo intestino e raggiunge intatto il colon ( alimenti preconfezionati, precotti, orzo, patate cotte, banane poco mature, pane pasta e riso cotti e poi lasciati raffreddare)
                • Limitare la frutta fresca a 3 porzioni al giorno
                • In caso di diarrea evitare il sorbitolo presente in gomme da masticare , bevande senza zucchero e prodotti dimagranti
                • In caso di gonfiore e meteorismo assumere avena e semi di lino ( almeno un cucchiaio al giorno)
                • Per pazienti con alvo stitico e non,  regolare l’assunzione di fibra incrementandola gradualmente preferendo la fibra solubile accompagnando sempre ad un’adeguata idratazione ed un’attività fisica regolare.

                 

                Un ulteriore approccio di tipo alimentare è la dieta a basso contenuto di Fodmaps. Si tratta di molecole quali oligosaccaridi, disaccaridi ,monosaccaridi fermentabili e polioli che in soggetti predisposti creano disturbi intestinali compatibili con la SII.

                I carboidrati incriminati sono lattosio, fruttosio, fruttani, galattani e polialcoli; questo tipo di molecole vengono scarsamente assorbite e non digerite per poi essere fermentate a livello colico : si tratta di una condizione di malassorbimento.

                Il ridotto assorbimento può essere dovuto ai lenti meccanismi di trasporto attraverso l’epitelio intestinale (fruttosio) ,alla ridotta attività delle idrolasi sull’orletto a spazzola (lattosio), alla mancanza delle idrolasi(fruttani e galattani) e alle discrete dimensioni delle molecole che non riescono a passare per diffusione semplice (polialcoli) . Cosi’ lattosio, fruttosio, fos ,galattani e polialcoli non vengono assorbiti e provocano accumulo di gas ,metorismo ,distensione addominale, dolore e  diarrea.

                La dieta a basso contenuto di Fodmaps prevede la contemporanea restrizione di tutti gli alimenti che possono creare problemi ai pazienti con SII ed uno studio pubblicato nel 2014 (Diet low in Fodmaps reduces symptons of IBS.Gastroenterology 2014;146:67-75) ha messo in evidenza come la sintomatologia percepita dal paziente abbia presentato un miglioramento dopo un periodo di 21 giorni a regime low-FODMAP.

                Le fonti:

                Linee guida per la gestione della sindrome dell’intestino irritabile negli adulti. Antonino Cartabellotta, Anna Linda Patti , Franco Berti.

                Sindrome dell’intestino irritabile e ruolo della dieta a basso contenuto di FODMAP. Daria Piacentino, Sara Rossi, Valeria Alvino, Rosanna Di Nunno, Luca Piretta, Enrico Stefano Corazziari.


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