Mesotestetica con Vitamina C: antiossidante ed illuminante

Il protocollo mesoetetica Vitamin C ha un’azione antiossidante ed illuminante, l’acido ascorbico (Vitamina C) ed i sali minerali favoriscono un’azione anti-radicali liberi, realizzando un effetto preventivo e palliativo del danno ossidativo nelle cellule epidermiche.

Stimola la sintesi di elastina, stimola la sintesi e la stabilizzazione del pro-collagene.

 

Benefici:

  • stimola la sintesi di collagene
  • migliora le lesioni pigmentarie di diverse origini
  • ripara il danno prodotto dai raggi UVA e UVB

 

A chi è adatto?

A donne e uomini che presentano carnagione spenta, pelle indurita, macchie cutanee, danni evidenti da prolungate esposizioni al sole o alle lampade solari.


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    Il digiuno intermittente

    L’utilizzo del digiuno intermittente sta prendendo largo piede, sia come metodo per trattare l’obesità, sia come stile di vita per gli effetti benefici che esso determina.

    E’ uso comune attribuire al digiuno una connotazione negativa, perché fin da sempre nel campo dell’alimentazione e della nutrizione si è predicata la buona regola di non saltare i pasti e di frazionare l’alimentazione in 3 pasti principali e 2 spuntini.

    All’idea del digiunare si associa la sensazione di stanchezza, di debolezza, di offuscamento mentale ma ci si dimentica che i nostri antenati erano sicuramente adattati ad uno stile alimentare che prevedeva un consumo di cibo molto più rarefatto di quello cui noi siamo abituati.

    In realtà quando si mangia meno e/o meno spesso si attivano una serie di meccanismi metabolici in grado di aumentare la forza e la capacità di resistere alla fatica e allo stress fisico che l’uomo moderno ha ereditato dagli ominidi riusciti appunto a sopravvivere e a riprodursi in condizioni di difficile accessibilità al cibo.

    Che cos’è il digiuno intermittente?

    Il digiuno intermittente (dall’inglese “Intermittent Fasting” o IF) è uno schema alimentare che alterna periodi di digiuno e di non digiuno.

    L’utilità del digiuno intermittente nasce da evidenze scientifiche sulla restrizione calorica prolungata, la quale è in grado di promuovere la perdita di massa grassa e il mantenimento di quella magra e contemporaneamente migliorare lo stato di salute.

    Il digiuno intermittente, però, si differenzia dalle tecniche basate propriamente sul digiuno, dal fatto che non si basa solo sulla restrizione calorica ma sull’alternanza di fasi di digiuno a fasi di normale alimentazione o di iper-alimentazione scandite da ritmi precisi.

    Il digiuno intermittente può essere applicato in vari modi: uno dei sistemi più conosciuti è il 5 su 2, la “Fast diet” del giornalista Michael Mosley, che comporta una restrizione calorica di 2 giorni la settimana e un regime alimentare normale negli altri 5.

    Un altro metodo prevede invece di mangiare durante una precisa finestra temporale di 8-12 ore e di digiunare per il resto della giornata: quindi se il primo pasto è alle 8 del mattino, secondo tale schema l’ultimo sarà alle 20 di sera. Infine, Valter Longo ha proposto uno schema alimentare che sembra indurre gli effetti del digiuno ma è molto più praticabile del digiuno stesso, la così detta Dieta Mima Digiuno, che prevede una restrizione calorica di 5 giorni ogni 3-6 mesi..

    E’ efficace per dimagrire?

    Recentemente l’utilizzo del digiuno intermittente sta prendendo largo piede, sia come metodo per trattare l’obesità, sia come stile di vita per gli effetti benefici che esso determina.

    Di conseguenza gli studi sul digiuno si sono moltiplicati negli ultimi anni. Ad esempio Mattson MP et Al. hanno concluso che “il digiuno intermittente è efficace per la perdita di peso e per il miglioramento degli indicatori di salute tra cui l’insulino-resistenza e la riduzione dei fattori di rischio per malattie cardiovascolari”. (Impact of intermittent fasting on health and disease processes. Mattson MP et al, 2016).

    Lo stesso risultato era già stato ottenuto da una revisione della letteratura effettuata da Rothschild J nel 2014, il quale aveva concluso che “il digiuno intermittente poteva essere usato per modulare i fattori di rischio per malattie cardiovascolari, in quanto i risultati sull’uomo dimostrano una diminuzione del peso corporeo, una diminuzione dei trigliceridi, della glicemia e del colesterolo LDL e un aumento del colesterolo HDL”. (Time-restricted feeding and risk of metabolic disease: a review of human and animal studies. Rothschild J et al, 2014).

    Anche Alhamdan B.A et al dopo una revisione della letteratura hanno concluso che il digiuno intermittente è un efficace metodo dietetico e può essere superiore alle diete fortemente ipocaloriche per alcuni pazienti a causa della maggior aderenza allo schema dietetico, e per i risultati ottenuti (maggiore perdita di massa grassa e preservazione della massa muscolare). (Alternate-day versus daily energy restriction diets: which is more effective for weight loss? A systematic review and meta-analysis. Alhamdan B.A et al, 2016).

    Anche secondo Catenacci VA il digiuno intermittente “è un approccio sicuro e ben tollerato per perdita di peso. Paragonato alla dieta ipocalorica classica esso ha determinato risultati simili nella perdita di peso, composizione corporea, pattern lipidico e sensibilità all’insulina dopo 8 settimane di dieta e non sembra aumentare il rischio di riprendere il peso perso 24 settimane dopo aver completato il trattamento dietetico”.

    I ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova hanno pubblicato nell’ottobre 2016 uno studio condotto su 34 soggetti allenati con esercizi fisici di resistenza. Un gruppo è stato sottoposto ad un periodo di digiuno intermittente per 2 mesi mentre all’altro è stata somministrata una dieta classica; l’apporto calorico è stato lo stesso nei due gruppi, ma distribuito in un tempo diverso nell’arco della giornata. Il gruppo che ha sperimentato il digiuno intermittente ha consumato il fabbisogno calorico in una finestra temporale di 8 ore, suddiviso in 3 pasti: alle ore 13, 16, 20. Il gruppo che ha seguito la dieta normale, invece, ha assunto gli alimenti nell’arco di 12 ore: alle 8, alle 13 e alle 20.

    Al termine dello studio la massa grassa è risultata inferiore nei soggetti del digiuno intermittente rispetto a quelli della dieta normale, mentre la massa magra e la forza muscolare si sono mantenute costanti in entrambi i gruppi. Non ci sono stati cambiamenti sui parametri metabolici quali colesterolo totale, HDL, LDL o i trigliceridi.

    Nonostante la piccola numerosità del campione questo primo studio dimostra l’efficacia del digiuno intermittente come possibile tecnica per il trattamento dell’obesità, ma sono necessari ulteriori studi a riguardo per confermare tale pratica. (Effects of eight weeks of time‑restricted feeding (16/8) on basal metabolism, maximal strength, body composition, inflammation, and cardiovascular risk factors in resistance‑trained males. Tatiana Moro et all, 2016)

    Quali sono gli effetti del digiuno a livello  metabolico?

    I principali fattori metabolici che entrano in gioco in corso di digiuno e permettono al corpo di avere una marcia in più sono:

    • il glucagone, ormone in grado di promuovere la produzione di glucosio dalla lisi del tessuto adiposo;
    • l’ormone della crescita GH che stimola la crescita durante tutta la vita e concorre insieme al glucagone al mantenimento dei livelli glicemici a digiuno stimolando la lipolisi;
    • il fattore neurotrofico BDNF ormone della crescita specifico per il sistema nervoso centrale, che si trova in quantità elevata soprattutto nelle aree del deputate alla memoria e all’apprendimento;
    • la proteina mTOR che segnala al cervello lo stato di nutrizione delle cellule e il loro livello di energia, e quando viene inibita, come in caso di digiuno, sopprime la crescita cellulare;
    • i geni MYH7 che codificano la produzione di fibre muscolari più resistenti nel muscolo cardiaco, riducendo il rischio di infarto e di insufficienza cardiaca;
    • le sirtuine, proteine in grado di riparare il DNA e con esso tutti i geni che subiscono un’alterazione della loro espressione a causa dell’invecchiamento cellulare o di aggressioni da parte di oncogeni;
    • altre proteine (Hsp, FoxO, IFNgamma, etc.) in grado di riparare le cellule danneggiate in diversi organi e sistemi quando queste non possono replicarsi a causa di un deficit di energia.

    Quali altri benefici derivano dal digiuno intermittente?

    Il digiuno intermittente agisce quindi sia sulla cellula sia sull’organismo in toto. A livello di organismo il digiuno intermittente sembra possa essere in grado di:

    1. Determinare una protezione del Sistema Nervoso Centrale da patologie acute e croniche.
    2. Stabilizzare i livelli di glicemia, aumentare la sensibilità all’insulina, aumentare i livelli di cortisolo e diminuire i fattori di crescita IGF.
    3. Causare una riduzione dello stress a livello epatico.
    4. Determinare una riduzione della massa grassa.

    Tutti questi meccanismi concorrono ad aumentare la resistenza dell’organismo a stress sia di tipo fisico, chimico e biologico, rendendolo così più forte e longevo.

    Infatti, il nostro corpo di fronte ad una minaccia come la carenza di nutrienti ed energia mette in atto una serie di meccanismi di difesa che hanno lo scopo di proteggerlo dai danni, di riparare le cellule da eventuali danni subiti e di rinforzare le difese dell’organismo di fronte alla possibilità di eventuali danni futuri della stessa natura.

    Ecco quindi che il digiuno, visto da sempre come evento negativo, ora potrebbe essere alla base di reazioni salutari per il nostro organismo. Va però ricordato che questo meccanismo funziona solo finché si alterna a periodi di normalità, perché se la carenza di energia da acuta diventa cronica allora può trasformarsi in fonte di malattia.
    Questo è il motivo per cui si raccomanda l’intermittenza del digiuno, i cui effetti sono ben diversi dal digiuno prolungato

    Esiste inoltre una vasta gamma di lavori su come il digiuno intermittente possa essere efficace contro gli effetti dell’invecchiamento, ma quasi tutti questi studi hanno coinvolto topi, ratti o scimmie e non gli uomini. Ci sono diversi meccanismi che contribuiscono a questo effetto e, anche se non vi sono ancora prove scientifiche ufficiali, l’effetto potrebbe manifestarsi anche nell’uomo. Con uno sguardo sistematico delle sperimentazioni, troviamo un solo studio che ha coinvolto gli esseri umani: una revisione del 2006 di uno studio effettivamente realizzato nel 1957 in Spagna. (The effect on health of alternate day calorie restriction: eating less and more than needed on alternate days prolongs life. Johnson JB, 2006).

    In questo studio, 120 residenti di una casa di riposo per anziani sono stati suddivisi in due gruppi. Il primo gruppo è stato sottoposto a una dieta normale, mentre il secondo gruppo è stato sottoposto ad una dieta alternata: un giorno apporto calorico normale e il giorno successivo marcata restrizione calorica (circa 900 kcal). Dopo tre anni ci sono stati 13 decessi nel gruppo di controllo contro i 6 nel gruppo che ha praticato il digiuno. Anche questo studio è stato fatto su un campione limitato ma offre un importante spunto di riflessione.

    La Dieta Mima Digiuno

    Si tratta di un modello alimentare che si avvicina al digiuno, ma non lo è. E’ stata sperimentata con successo da uno scienziato italiano Valter Longo, che ha testato questo regime su se stesso e un’altra ventina di persone e sulle cavie da laboratorio.

    In una prima fase Longo ha lavorato sui lieviti, organismi unicellulari che hanno in comune con l’uomo metà dei geni e hanno permesso allo scienziato di scoprire i meccanismi biologici innescati dal digiuno a livello cellulare e molecolare. Poi il ricercatore è passato ai topi: cicli di 4 giorni di dieta mima digiuno 2 volte al mese hanno prolungato dell’11% la durata della vita, con riduzione dell’incidenza di cancro, ringiovanimento del sistema immunitario, diminuzione delle malattie infiammatorie, rallentamento della perdita di densità minerale ossea e, nei topi più anziani, aumento del numero di cellule progenitrici e staminali in vari organi. Incluso il cervello, dove la dieta ha potenziato la rigenerazione neurale e migliorato apprendimento e memoria.

    Infine il team di Longo ha cercato conferme nell’uomo, con uno studio su 19 persone adulte. E’ emerso che 5 giorni di dieta mima-digiuno somministrata ogni mese per 3 mesi hanno ridotto i fattori di rischio e i biomarcatori di invecchiamento, diabete, malattie cardiovascolari e cancro, senza grossi effetti collaterali avversi. (A Periodic Diet that Mimics Fasting Promotes Multi-System Regeneration, Enhanced Cognitive Performance, and Healthspan. Valter D. Longo et al, 2015).

    Ora i ricercatori hanno appena completato un più ampio studio clinico randomizzato con circa 100 pazienti. Se questo studio confermerà i risultati del primo esperimento, secondo Longo sarà possibile a medici e dietologi raccomandare questa dieta per influenzare i fattori di rischio testati, mentre per essere indicata alla pari della dieta Mediterranea, per la prevenzione e la terapia di patologie croniche (diabete, malattie cardiovascolari, malattie neuro-degenerative..) dovrà aspettare ulteriori studi clinici e l’approvazione del ministero della Sanità.

    Digiuno intermittente: nuova prospettiva terapeutica?

    Le preoccupazioni che l’uomo moderno ha rispetto al digiuno nascono da pregiudizi e cattiva informazione, mentre le più recenti evidenze dimostrano come introdurre il digiuno nella propria routine alimentare potrebbe portare a effetti benefici per l’organismo. Va ricordato però, che è’ preferibile pensare al digiuno intermittente come uno stile di vita piuttosto che una dieta: un modo di vivere e di mangiare che potrebbe aiutare ad vivere una vita più sana e più lunga.

    Dimagrire con il digiuno intermittente?

    Se interessata/o a perdere peso con il digiuno intermittente leggi le sezioni sottoindicate dedicate all’argomento

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      Biorivitalizzazione cellulare intensiva

      E’ un protocollo rivitalizzante che consente di contrastare le carenze del tessuto cutaneo e favorire i fenomeni di riparazione cellulare.

      Rivitalizza e cura, è un percorso che arresta i segni del tempo e ti fa recuperare l’aspetto che desideri

      Contiene vitamine (stimolanti dei processi riparatori dermici ed antiossidanti), aminoacidi e coenzimi (favoriscono la rigenerazione del tessuto cutaneo), sali minerali ( elementi essenziali della matrice dermica).

      Benefici:

      • prevenzione dell’invecchiamento
      • correzione di rughe fini
      • biorivitalizzazione di pelli spente

       

      A chi è adatto?

      A donne e uomini che presentano colorito spento, primi segni di invecchiamento cutaneo, rughe di espressione.


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        Protocollo a base di silicio e ac.jaluronico: rigenerazione e ristrutturazione dei tessuti

        E’ un trattamento a base di silicio organico, che agisce con l’obiettivo di stabilizzare e mantenere l’architettura dei tessuti cutanei, stimolando i fibroblasti e favorendo la biosintesi delle fibre di collagene, elastina e proteoglicani.

        Il silicio organico è un elemento strutturale del tessuto connettivo, regola il metabolismo cellulare, si oppone alla perossidazione lipidica, evita la destrutturazione delle macromolecole, rigenera gli elementi fibrillari, corregge la pelle a buccia d’arancia.

         

        Benefici:

        • prevenzione dell’invecchiamento cutaneo
        • prevenzione della flaccidità cutanea di viso e corpo
        • correzione delle smagliature in prima fase e delle cicatrici

         

        A chi è adatto?

        A donne e uomini che presentano primi segni dell’invecchiamento cutaneo, flaccidità nelle zone di viso e collo, smagliature,piccole cicatrici.


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          Allergie e intolleranze: quale differenza?

          C’è troppo spesso molta confusione tra i termini allergia e intolleranza, tant’è che si tende a scambiare queste due manifestazioni molto diverse per origine e per conseguenze con ripercussioni anche serie sulla nostra salute, o di contro, tendendo a sovrastimare determinati sintomi e sottoponendosi a limitazioni nutrizionali di cui non avremo affatto bisogno.

          Viene definita allergia una reazione dell’organismo (ipersensibilità) dipendente dagli anticorpi IgE. Ogni altro fenomeno non correlabile a questi anticorpi viene ritenuto non allergico, ma di altra natura.

          L’intolleranza alimentare, per definizione, si ha invece quando non vi è la produzione di anticorpi IgE e si prevede che sia un fenomeno riproducibile derivante da una reazione a un cibo particolare o a un suo ingrediente.

          Le reazioni non sono immediate ma croniche, i disturbi accusati possono manifestarsi anche dopo 48-72 ore dall’ingestione dell’alimento in causa. Per spiegare in termini semplici cosa accade nell’organismo quando si verifica un’intolleranza alimentare, nel momento in cui si introduce una sostanza considerata, si può pensare ad una reazione del sistema immunitario (anticorpi e leucociti) con alterazioni morfo-funzionali di queste cellule, che possono venire danneggiate o distrutte: reazione citotossica. Da questi danneggiamenti cellulari si innescano delle reazioni che possono provocare, in modo diretto o indiretto, alterazioni a carico di qualsiasi organo/apparato/sistema. Nella pratica clinica si rilevano utili in presenza di vari sintomi che non trovano risposta nella diagnostica classica.

          Valutazione immunitaria antigeni alimentari

          Questo test innovativo è in grado di rilevare le reazioni avverse agli alimenti di cui attualmente soffre la maggioranza della popolazione.
          Un’ipersensibilità individuale dovuta ad una predisposizione costituzionale, o un eccessivo consumo di determinate sostanze, possono portare la persona ad una condizione di “intossicazione”, causando disturbi dipendenti da reazioni immunitarie mediate dalle IgG4 (immunoglobuline di tipo G).

          Occorre evidenziare che i sintomi non sono sempre proporzionali alla quantità dell’alimento intollerato introdotto, essendo spesso sufficiente anche piccole dosi per provocare la relativa reazione.

          L’eliminazione dell’alimento risultato positivo al test, già dopo solo pochi giorni comporta un netto miglioramento delle condizione di salute.
          Interessanti risultati sono stati ottenuti nella cura della cefalea, del meteorismo e dell’astenia.

          Presso il Centro Specialistico Dietologico del dott. Luigi Oliva è possibile sottoporsi a questo test specifico sulle intolleranze.


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            Peso e tiroide

            Spesso le persone con problemi di peso chiedono di fare gli esami della tiroide o si rivolgono all’endocrinologo nella convinzione che i loro chili di troppo siano dovuti a una disfunzione della ghiandola. Questa convinzione, quasi sempre errata, si basa però su un presupposto scientificamente valido e cioè che gli ormoni tiroidei sono degli importanti regolatori del metabolismo e quindi, se la tiroide funziona poco, potrebbe essere responsabile dell’aumento di peso. Nella realtà questo accade solo se l’ipotiroidismo è grave e certamente non può essere chiamato in causa per giustificare incrementi di peso di decine di chili. Quasi sempre peraltro l’entità dell’ipotiroidismo, nelle pazienti che soffrono di disturbi tiroidei, è lieve e certamente non può giustificare la vera e propria epidemia di obesità e sovrappeso che dilaga nelle società industrializzate e nei paesi emergenti.

            In passato è stato tentato di curare l’obesità somministrando ormoni tiroidei a persone in cui la tiroide funzionava normalmente, creando cioè un ipertiroidismo farmacologico. Il calo di peso che si otteneva era dovuto in buona parte alla perdita di tessuto muscolare e liquidi, ma solo in minima parte a perdita di tessuto adiposo. Inoltre, fatto ancora più importante, l’eccesso di ormoni tiroidei provoca conseguenze negative, potenzialmente anche molto gravi, sul cuore. Cercare quindi di curare l’obesità con gli ormoni tiroidei significa ottenere un falso dimagrimento, poiché non si perde solo tessuto adiposo e si rischiano danni al cuore. L’obesità non è quasi mai dovuta alla tiroide malfunzionante, quanto piuttosto a uno squilibrio tra le calorie che si assumono con gli alimenti e le calorie consumate dal nostro metabolismo, frutto della sedentarietà e di un’alimentazione non sana.

            Le persone obese devono quindi essere curate con ormoni tiroidei solo quando soffrono realmente di ipotiroidismo confermato dagli esami del sangue e non per il semplice fatto di avere un eccesso di peso. A questo proposito le persone obese con ipotiroidismo sia nella forma più grave che nelle forme lievi hanno una diminuzione del metabolismo energetico e quindi la disfunzione tiroidea deve essere corretta prima di intraprendere una dieta per contrastare l’obesità.

            All’opposto, chi soffre di ipertiroidismo per una malattia della tiroide vede calare il suo peso prima che la terapia anti-tiroidea abbia effetto. Anche in questo caso si tratta di un dimagrimento patologico, un calo di peso dovuto alla malattia, mentre il reale peso è quello che si misura quando la funzione della tiroide è stata regolarizzata dalla terapia.

            Tratto da “La Tiroide dalla A alla Z” di Claudio Pagano, Pragmata Edizioni, Roma


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              Gli ostacoli al dimagrimento

              La resistenza al dimagrimento è determinata da meccanismi biologici, psicologici e comportamentali messi in atto dall’organismo in risposta ad un improvviso e drastico calo dell’assunzione calorica.

              Una prescrizione dietetica troppo rigida determina un adattamento metabolico ovvero un abbassamento del valore del dispendio energetico iniziale di un valore pari al 20-25%.

              In questo modo si assiste ad una perdita di peso iniziale che si arresterà quando l’apporto calorico della dieta sarà pari al dispendio energetico del soggetto a riposo.

              E’ la differenza tra ciò che si consuma e ciò che si introduce che ci permette di perdere peso.

              La massa adiposa viene metabolizzata (bruciata) per sopperire le calorie in difetto.
              Se si vuole evitare l’adattamento metabolico e avere una perdita di peso costante bisogna misurare il consumo energetico a riposo e l’apporto calorico della dieta non dovrà discostarsi dal valore misurato.
              Interventi dietetici basati su calcoli teorici o peggio ancora volutamente forzati verso un livello di calorie molto basso (inferiore alle 1100 calorie) determineranno dei danni biologici importanti.

              Schematicamente i danni da dieta rigida possono essere riassunti in quattro categorie:

              • Adattamento metabolico
              • Compromissione della composizione corporea
              • Danni Psicologici
              • Danni Comportamentali
              • Adattamento metabolico

              Come detto precedentemente, l’adattamento metabolico rappresenta la difesa dell’organismo all’improvvisa riduzione dell’introito calorico oponendosi in questo modo alla perdita di peso e favorendone un suo recupero immediato.

              Il concetto di rigidità riferito ad una dieta è un valore assoluto quando si prescrivono diete forzatamente ipocaloriche (pari o inferiori a 1000 calorie) per il resto è un concetto relativo visto le differenti misure del dispendio energetico che si riscontrano nei vari soggetti.

              Pertanto le 1500 calorie possono essere tante, poche o normali a seconda dei soggetti di riferimento.

              Compromissione della composizione corporea

              La perdita di peso, che spesso viene associata al dimagrimento, in realtà altro non è che perdita di massa corporea ovvero la perdita di tessuto adiposo, massa muscolare, massa cellulare, acqua.

              Dimagrire in realtà dovrebbe significare divenire magri, quindi perdere grasso e non massa magra (muscolo, massa cellulare).

              L’obiettivo della corretta nutrizione nel dimagrimento è quello di far coincidere la perdita di peso con la sola perdita di tessuto adiposo.
              E’ nostra esperienza riscontrare come la perdita di peso superiore a 0,5 -1 Kg alla settimana difficilmente corrisponde alla perdita di solo tessuto adiposo, specie quando l’intervento dietetico è limitato nel tempo.

              Nel lungo periodo, ossia quando l’intervento dietetico dura mesi, la corrispondenza tra perdita di peso e perdita di massa grassa è elevata.
              Un intervento corretto, rapportato alle esigenze metaboliche misurate inizialmente e monitorate periodicamente, ci consente di modificare la composizione corporea a favore della massa magra (muscolare, cellulare).

              La perdita di peso ottenuta con la sola prescrizione dietetica è seguita, in una percentuale altissima pari al 95%, da un recupero del peso superiore ai chili persi; cosicchè nel tempo, e dopo diversi interventi dietetici si pesa tanto più di prima. La percentuale di tessuto adiposo – che in un soggetto normale oscilla dal 15% al 30% – aumenta a parità di peso se l’individuo si è sottoposto a diversi regimi dimagranti.

              Si comprende quindi il paradosso delle diete dimagranti che alla lunga sono “ingrassanti”. Se perdo e recupero dieci chili, perdo una percentuale di grasso che di certo è inferiore alla percentuale di grasso che accumulo nella fase di recupero del peso.

              Danni comportamentali: perdita di controllo

              La perdita di controllo ovvero l’incapacità di assumere la quantità di cibo desiderata e programmata è spesso preceduta da un periodo (ore o giorni) di marcata restrizione dell’apporto calorico.
              La rigidità di una dieta deve essere definita relativamente al dispendio energetico del singolo individuo. E’ di certo rigida una dieta con apporto calorico inferiore alle 1000 calorie ma lo può essere anche la dieta di 1500 kcal o oltre se quel determinato individuo ha un dispendio energetico elevato.

              Si impone, pertanto, la necessità della misurazione del dispendio energetico prima di impostare un regime alimentare, perché solo in questo modo si potrà essere certi che il dimagrimento non determinerà danni a carico del metabolismo, della composizione corporea e del comportamento alimentare.

              La riduzione drastica dell’apporto calorico porta, in alcuni soggetti, alla perdita del controllo, all’iperalimentazione e al conseguente recupero del peso. L’intervento nutrizionale prescrittivo attuato con la calorimetria pertanto trova una sua collocazione ben precisa nell’intervento educazionale dell’obesità .

              Visto che la calorimetria indiretta registra dispendi energetici a riposo superiori ai valori predetti in un numero elevato di soggetti con sovrappeso è possibile la prescrizione dietetica con apporto calorico alto.

              Danni psicologici: i sensi di colpa

              Il proposito di rispettare un piano prescritto seguito dall’incapacità di attuarlo porta nei soggetti obesi ad una disistima sempre maggiore che può sfociare in pensieri fallimentari depressivi che rischiano di compromettere la qualità della vita.

              Nei soggetti obesi o sovrappeso, con alle spalle una lunga storia di perdita e recupero del peso, è di frequente riscontro, o meglio è quasi sempre presente, il circolo vizioso dei sensi di colpa.

              La dieta rigida intesa come prescrizione, ma principalmente come messaqgio o proposito dimagrante senza possibilità di trasgressione, porta allo sviluppo di pensieri e comportamenti che perpetuano l’obesita. Un’obesita con disturbo del comportamento alimentare.

              La dieta rigida prima o poi è seguita dalla perdita di controllo che porta ad un’assunzione di cibo per quantità e modalità diversa dai soggetti normopeso.

              L’abbuffata è seguita dai sensi di colpa e da una situazione fallimentare depressiva. Questa mette in atto quei meccanismi emotivi e metabolici che portano a consolarsi con altro cibo in attesa di avere un’altra volta la voglia di ricominciare o di sperimentare qualcosa di nuovo.

              La persistenza di tale stato fallimentare depressivo e lo sperimentare il peso dei sensi di colpa, che pesano di più dei chili stessi, innesca dei meccanismi differenti nei vari soggetti.

              I soggetti giovani, con una forte motivazione estetica associata ad un insoddisfazione corporea marcata, possono arrivare al vomito -tecnica dimagrante semplice ed economica- o al rifiuto di cibo: nel primo caso per liberarsi dai sensi di colpa e dal cibo stesso, nell’altro per non sperimentare ancora i sensi di colpa. Si capisce come le due situazioni rappresentino l’anticamera di anoressia e bulimia.

              Un terzo gruppo di soggetti -meno giovani e con più fallimenti alle spalle- decide di accettare l’obesità stessa vista l’incapacità di non riuscire nell’intento dimagrante;
              accettazione apparente ma obbligata e in grado di far stare meno male rispetto ai sensi di colpa di cui si è stati più volte vittima.


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                Obesità: che fare?

                L’obesità è una patologia caratterizzata da una patogenesi multifattoriale e da una presentazione clinica complessa e variabile.

                L’obesità è una patologia caratterizzata da una patogenesi multifattoriale e da una presentazione clinica complessa e variabile.

                L’OBESITÀ: UNA PATOLOGIA MULTIFATTORIALE

                Il contesto di diagnosi e cura di una patologia come l’obesità dovrebbe sempre tener conto della multidimensionalità, e quindi della necessità, di un approccio gestito da professionisti differenti e con competenze specifiche. Professionisti che interagiscono tra di loro in una cooperazione intenzionale, consapevoli che l’intervento di ciascuno faciliterà gli altri aumentando l’efficacia complessiva della terapia.

                Un approccio interdisciplinare è l’unico in grado di fornire una risposta completa e approfondita alla domanda di cura del paziente e ai suoi bisogni.

                L’equipe interdisciplinare, secondo il modello bio-psico-sociale, dovrebbe essere composta almeno da queste figure:

                • dietista/nutrizionista
                • medico obesiologo
                • psicologo-psicoterapeuta
                • personal trainer/esperto attività motoria
                • case manager

                La presenza di altri professionisti( psichiatra, endocrinologo, internista, fisiatra ecc.) costituirebbe un arricchimento, sia diagnostico che terapeutico.

                QUALE DIETA? QUANTE CALORIE?

                Dal punto di vista nutrizionale, la prescrizione di una dieta non restrittiva (di apporto calorico pari o superiore al metabolismo basale ) in grado, quindi, di soddisfare i fabbisogni energetici basali, riduce il pensiero costante sul cibo e sul controllo e permette la creazione di spazi mentali utili per il lavoro psicologico motivazionale verso il cambiamento.

                L’attività motoria, inoltre, grazie all’attivazione dei circuiti neurobiologici del benessere, contribuisce a creare una condizione mentale ottimale per lavorare su se stessi e cogliere la convenienza del cambiamento.

                La dieta che salvaguarda l’integrità nutrizionale oltre a contenere i diversi macronutrienti secondo un apporto calorico bilanciato, dev’essere equilibrata rispetto alla spesa energetica, cioè assicurare un introito calorico complessivo sicuro non inferiore al valore del dispendio energetico a riposo (De Lorenzo & Di Rienzo, 2010).  È quindi raccomandabile l’utilizzo della calorimetria indiretta per poter effettuare una prescrizione dietetica mirata ai fabbisogni energetici del singolo individuo (McClave et al., 2013).

                La dieta deve poi essere formulata anche sulla base dei parametri che giustificano l’eccesso adiposo e valutano la massa magra (De Lorenzo & Di Rienzo, 2010). A tal proposito, la bioimpedenziometria è un esame che permette di analizzare quantitativamente e qualitativamente la composizione corporea iniziale e le sue modifiche in corso di terapia.

                QUALE OBIETTIVO?

                La figura del dietista/medico nutrizionista è quindi essenziale perché il paziente venga accompagnato in un percorso utile alla perdita del peso, al mantenimento e all’apprendimento dell’alimentazione salutare e bilanciata.

                Nonostante questa parte sia di fondamentale importanza, la perdita di peso non è l’obiettivo principe della terapia e non può essere ottenuto con la sola prescrizione dietetica. E’ stato infatti dimostrato che la maggior parte dei trattamenti dietetici da soli ha un tasso di fallimento a cinque anni che varia dal 60 al 90% (De Lorenzo, 2009).

                Secondo recenti scoperte del National Weight Control Registry, inoltre, avere un obiettivo in termini di peso è controproducente: ancora peggio è poi stabilire un peso ideale come obiettivo, in quanto le possibilità di raggiungerlo e mantenerlo sono pressoché nulle e la persona tenderà a non focalizzarsi sugli altri cambiamenti ottenuti.

                Il lavoro del medico nutrizionista deve quindi essere integrato da quello dello psicologo che prevede la strutturazione di un intervento motivazionale in fase iniziale per far nascere nel paziente il desiderio del cambiamento ed educarlo alla valorizzazione dei guadagni terapeutici che diventeranno così rinforzi motivazionali.

                GESTIRE IL CAMBIAMENTO

                Un recente studio meta-analitico ha evidenziato che l’adozione del colloquio motivazionale con un paziente obeso in trattamento è associato ad una riduzione della massa corporea significativamente superiore rispetto a quella che si ottiene quando questo non viene proposto (Armstrong et al., 2011).

                In un’ottica di cambiamento è tanto importante il sostegno motivazionale quanto l’acquisizione di abilità per prevenire le ricadute e gestire i risultati ottenuti nel lungo periodo (Brownley et al., 2010).

                Il paziente, attraverso un lavoro cognitivo e comportamentale, fa esperienza (“fare”), apprende abilità (“saper fare”) e successivamente interiorizza la competenza (“sapere di sapere come fare”) diventando attore protagonista del cambiamento. Da ricerche effettuate tramite il National Weight Loss Registry si identificano fattori chiave presenti in programmi di trattamento proposti a pazienti che hanno raggiunto un’importante perdita di peso mantenuta a cinque anni. Tra questi fattori si ritrovano abilità di pianificazione, problem solving e introduzione di cambiamenti realistici, appropriati, incrementali, positivi e specifici. Trattamenti che includono automonitoraggio, specificazione degli obiettivi e insegnamento di strategie per il mantenimento a lungo termine sono associati ad una maggiore perdita di peso nel tempo(Le Blance et al., 2011).

                Secondo il modello biopsicosociale (Engels, 1977) oltre alla componente biologica e a quella psicologica, dev’essere tenuto in considerazione l’ambiente all’interno del quale questo cambiamento avviene. Per questo, si rende indispensabile il coinvolgimento della famiglia in un contesto di terapia o di flusso informativo bidirezionale.

                MANGIA CIÓ CHE TI SERVE MA MUOVITI PER DIMAGRIRE

                Un approccio interdisciplinare alla cura dell’obesità prevede la prescrizione dell’attività motoria in associazione alla riabilitazione psiconutrizionale: per questo l’equipe deve includere un operatore esperto in tale ambito.

                È dimostrato che un trattamento che includa ambedue le componenti è più efficace e consente il mantenimento della perdita di peso nel lungo periodo (Gourlan et al., 2011).

                Inoltre, l’associazione di attività fisica e dieta produce dei miglioramento nei fattori di rischio e nel peso con un picco di intensità a 12 mesi dall’inizio del programma (Dombrowsky et al., 2010).

                L’attività motoria ha la capacità di apportare benefici insostituibili non solo a livello di salute e di gestione del peso, ma anche a livello neurologico stimolando il circuito dopaminergico responsabile della sensazione di piacere e di soddisfazione (Wang et al., 2011).

                Pertanto, il movimento può essere considerato un farmaco naturale che, in quanto tale, viene somministrato al paziente secondo precisi dosaggi:

                • con un esercizio fisico aerobico di intensità moderata di durata inferiore ai 150 min a settimana la riduzione ponderale è minima;
                • con 150-250 min a settimana la riduzione è modesta (2.3 kg in 6-12 mesi);
                • una durata compresa tra 250 e 400 min a settimana è associata ad un decremento ponderale di circa 5,0-7,5 kg in 6-12 mesi. (Fonte S.I.O. – Società Italiana dell’Obesità, 2012)

                A questo proposito, l’educazione al movimento è parte costituente fondamentale della terapia per l’obesità. L’uso del contapassi in questo caso è molto utile e ha un effetto positivo nell’aumento dell’attività fisica quotidiana (Kang et al., 2009).

                IL CASE MANAGER

                All’interno dell’equipe interdisciplinare, la figura del case manager è essenziale per la gestione ottimale del caso clinico. Il piano di cura, infatti, dev’essere disegnato ad personam e continuamente ricalibrato per tutta la durata del percorso terapeutico (Consensus SIO-SISDCA); pertanto il case manager associa a competenze di merito, proprie e delle altre discipline, capacità organizzative che gli permettano di diventare figura di riferimento per il paziente e gli operatori.

                L’introduzione di questo operatore permette di raggiungere la massima integrità e appropriatezza del trattamento e facilita la comunicazione del team con figure professionali esterne. Nella gestione di un patologia cronica, infatti, il team deve costruire una rete di riferimento di cui il paziente possa avvalersi una volta che il suo percorso all’interno della struttura si sarà concluso

                Il trattamento interdisciplinare alla cura dell’obesità consente di prendere in carico il paziente a 360 gradi, sottolineandone il ruolo attivo e di accompagnarlo in un processo di cambiamento a lungo termine. Inoltre, presuppone un continuo confronto reciproco e quindi una sinergia e un’efficacia difficili da raggiungere con altri metodi di lavoro.

                D’altra parte questo tipo di intervento include degli aspetti problematici che possono ostacolarne l’applicazione: in primo luogo è difficile partire da una premessa clinica condivisa tra specialisti con formazione differente e sviluppare un linguaggio comune che apra al dialogo e al confronto in merito ad una patologia così complessa.

                Non è da sottovalutare anche la difficoltà associata alla creazione di una filosofia di lavoro comune in merito alla concezione del proprio operato, del paziente, della persona, secondo un modello di riferimento. In un contesto multi professionale integrato, inoltre, ci sono costi elevati da sostenere per garantire la compresenza nella struttura dei diversi professionisti e la costruzione ad hoc di materiali clinici condivisi, oltre alla disponibilità degli strumenti specifici di ciascuna disciplina. Dal punto di vista pratico occorre predisporre uno spazio concreto che sia luogo di scambio, confronto e consulenza immediati tra colleghi.

                 

                BIBLIOGRAFIA

                McClave SA et al. The use of indirect calorimetry in the intensive care unit. Curr OpinClin Nutr Metab Care. 2013; 16(2): 202-8

                Brownley KA et al. Evidence-Informed Strategies for Binge Eating Disorder and Obesity. In: Dancyger DA, Fornari VM. Evidence-Based Treatments for Eating Disorders. Chapter 13, pag 231-256, Nova Science Publisher, New York, 2009.

                Armstrong MJ et al. Motivational interviewing to improve weight loss in overweight and/or obese patients: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Obes Rev. 2011; 12(9): 709-23.

                Dombrowski SU et al. Behavioural interventions for obese adults with additional risk factors for morbidity: a systematic review of effects on behaviour, weight and disease risk factors. Obes Facts. 2010; 3(6): 377-96.

                Gourlan et al. Interventions promoting physical activity among obese populations: a meta – analysis considering global effect, long-term maintenance, physical activity indicators and dose characteristics. Obes Rev. 2011; 12(7): 633-45.

                Kang M et al. Effect of pedometer-based physical activity interventions: a meta-analysis. Research Quarterly for Exercise and Sport. 2009; 29(2): 105-14.

                LeBlanc ES et al. Effectiveness of primary care-relevant treatments for obesity in adults: a systematic evidence review for the US preventive services task force. Ann Intern Med. 2011; 155(7): 434-47.

                 

                George LE. The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science. 1997; 196(4286): 129-136.


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                  Obesità: il trattamento

                  I cardini su cui si fonda il trattamento dell’obesità e ogni serio programma di controllo del peso sono la valutazione nutrizionale e del comportamento alimentare e la terapia cognitivo comportamentale per la modifica dello stile di vita e l’acquisizione di abilità comportamentali per la gestione dei risultati ottenuti.

                  I cardini su cui si fonda il trattamento dell’obesità e ogni serio programma di controllo del peso sono la valutazione nutrizionale e del comportamento alimentare e la terapia cognitivo comportamentale per la modifica dello stile di vita e l’acquisizione di abilità comportamentali per la gestione dei risultati ottenuti.

                  Il successo a lungo termine sarà più probabile se la perdita di peso sarà secondaria alla modifica delle idee e dei comportamenti disfunzionali che determinano l’instaurarsi e il mantenimento dell’obesità.

                  Obiettivi: raggiungere e mantenere un calo ponderale utile per la riduzione del rischio vascolare e metabolico ( < del 10-20% del peso iniziale).

                  Con la sola dieta dimagrante la recidiva (e cioè il riguadagno del peso perso) è frequentissima (nel 90-95% dei casi).

                  È determinata da fattori biologici (diminuzione della spesa energetica successivi al regime dietetico) comportamentali (la restrizione porta alla perdita di controllo) psicologici (la perdita di controllo e la conseguenza trasgressione innesca il vortice dei sensi di colpa, depressione, fallimento, altro cibo…).

                  La dieta senza la giusta attenzione alla persona è fallimentare.

                  La promozione della salute

                  Per quanto attiene all’obesità è ormai dimostrato che nel suo trattamento l’intervento di ordine psico-comportamentamenle è fondamentale nel determinare il successo terapeutico, anche se deve essere ribadito che si tratta di una condizione definita su base morfologica ma non ancora adeguatamente inquadrata su base psicopatologica.

                  Lo studio e la cura dell’obesità e più in generale della sindrome metabolica, si intrecciano profondamente e indissolubilmente con lo studio e la cura del comportamento alimentare e dei suoi disturbi (anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating syndrome etc.) per quanto suddetto e per almeno tre altri motivi:

                  • per tutte queste patologie nessuna cura è efficace se non implica un cambiamento profondo del comportamento alimentare e dello stile di vita;
                  • cure inadeguate dell’obesità sono corresponsabili del grande aumento dei disordini alimentari nel mondo contemporaneo;
                  • come la cura dell’obesità, anche quella dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) è multidisciplinare e impone la collaborazione tra internisti, nutrizionisti, psichiatri e psicologi.

                  Sia per l’obesità che per i disturbi del comportamento alimentare si segnalano la gravissima insufficienza delle strutture sanitarie, l’inadeguatezza della formazione attuale di base e la necessità di un approccio multidimensionale.

                  Scegli il percorso più adatto a te in presenza o online

                  Digiuno intermittente

                  Il digiuno intermittente  è uno schema alimentare che prevede l’alternanza tra periodi di astensione dal cibo con periodi di assunzione controllata di cibo. L’esame della calorimetria indiretta è utile per stabilire stabilisce l’esatta prescrizione dietetica.

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                  Percorso dietologico

                  Dedicato alle persone che nonostante sappiano il “cosa fare” non riescono a mettere in pratica il “come fare” perché incontrano, lungo il percorso, ostacoli e resistenze che non riescono a gestire. Se non sbagli dieta dimagrire è facile!

                  Richiedi

                  Farmacologico

                  I farmaci per la cura dell’obesità come semaglutide e tirzepatide segnano un cambio di passo nella cura dell’obesità, la loro efficacia è superiore alle aspettative.

                  Cambio di passo nella cura dell'obesità Richiedi

                  Percorso mesoestetico

                  E’ un percorso che prevede l’attivazione del metabolismo locale tramite l’iniezione intradermica di principi attivi certificati per efficacia e sicurezza.

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                  Reazioni avverse agli alimenti

                  Vengono definite allergie alimentari quelle manifestazioni che seguono a distanza di tempo variabile l’ingestione di determinati alimenti ed il cui meccanismo è una reazione immunologicamente mediata nei confronti dell’allergene.

                  Vengono definite allergie alimentari quelle manifestazioni che seguono a distanza di tempo variabile l’ingestione di determinati alimenti ed il cui meccanismo è una reazione immunologicamente mediata nei confronti dell’allergene.

                  Le manifestazioni patologiche comprendono:

                  • Sindrome orale allergica
                  • Rinocongiuntiviti
                  • Orticaria/Angioedema
                  • Dermatite atopica
                  • Asma
                  • Vomito/diarrea/dolore addominale
                  • Shock anafilattico

                  Vi sono evidenze che questa sensibilità sia da imputare a un meccanismo IgE mediato ed è inoltre stata anche riscontrata una frequente associazione tra la sintomatologia allergica e la pollinosi.

                  Gli alimenti più frequentemente responsabili dei disturbi orali ai quali si possono poi associare anche gli altri sintomi sono per l’adulto: la mela, la pesca, la nocciola, la noce, l’arachide, l’albicocca, la pera, la ciliegia e la mandorla nel gruppo alimentare della frutta, mentre per quanto riguarda la verdura il pomodoro, il finocchio, il sedano e la carota.

                  Vengono definite intolleranze alimentari le sindromi in cui anche se si è dimostrato un rapporto tra l’insorgenza dei sintomi e l’assunzione dell’alimento, non è dimostrata una reazione immunologica.

                  Le manifestazioni patologiche si differenziano in relazione alle sostanze che determinano le sindromi: l’enteropatia da intolleranza al glutine o malattia celiaca è caratterizzata da sindrome da malassorbimento e quindi:

                  • Anemia sideropenica in assenza di perdite ematiche
                  • Carenza di folati
                  • Steatorrea
                  • Alvo diarroico con importante volume fecale
                  • Sindrome dismetabolica ossea
                  • Perdita di peso corporeo
                  • Pluricarenze minerali e vitaminiche

                  In questi casi, gli alimenti da escludere dalla dieta sono tutti quelli che contengono anche se in tracce: grano, orzo, avena, segale.

                  Gli additivi ed i conservanti provocano reazioni avverse quali:

                  • Accessi asmatici e rush cutanei se l’additivo è rappresentato da solfiti. Questi conservanti vengono aggiunti soprattutto in: vino bianco, birra, succhi di frutta, frutta secca, verdura congelata, in scatola o liofilizzata, marmellate, salse, sughi, frutti di mare e crostacei.
                  • Parestesie del collo, del torace e degli arti superiori, palpitazioni e sensazione di debolezza, cefalea (cosiddetta “sindrome del ristorante cinese”) se l’additivo è rappresentato dal sodio monoglutammato. Si tratta di un derivato dell’acido glutammico aggiunto in alimenti quali carni conservate, cibi precotti o preconfezionati, cracker, salse, concentrati di pomodoro e di soia, parmigiano ed estratti per brodo, a scopo di accentuarne la palatabilità.
                  • Reazioni di tipo orticarioide se l’additivo è costituito da tartrazina (E102) o da eritrosina (E127) Si tratta di due coloranti rispettivamente di colore giallo e rosso, che vengono aggiunti in bibite, sciroppi, liquori, canditi, gelati, ghiaccioli e medicinali.
                  • Cefalea ed orticaria cronica se l’additivo è costituito da nitrati o da nitriti. Questi conservanti possono essere contenuti in cibi come pesce affumicato, salumi, wurstel, salsicce e carne in scatola.
                  • Reazioni avverse aspecifiche possono inoltre essere causate dall’acido acetilsalicilico che viene utilizzato come conservante per pomodori, zucchine, cetrioli, meloni, uva, agrumi e mele e dall’idroanizolo butilato (BHA) e idrossitoluene butilato (BHT) che sono due antiossidanti contro l’irrancidimento di alimenti contenenti grassi insaturi.

                  Ci sono molti alimenti che contengono (o che liberano dopo l’ingestione) sostanze ad attività simil-farmacologica quali:

                  • Amine vasottive (istamina, tiramina) contenute in pesci (arringhe, acciughe, sardine, salmone, tonno), crostacei, pomodori, spinaci, uova (albume), fegato, formaggi fermentati, salumi, vini, birra, cioccolata, estratti di lieviti, frutta fresca ( fragole, banane, ananas) e frutta secca (arachidi, nocciole, mandorle), che possono provocare reazioni avverse come l’orticaria, la cefalea, la nausea, la tachicardia e l’ipotensione.
                  • Metilxantine (caffeina, teofillina, teobromina) contenute rispettivamente nelle bevande e negli alimenti a base di caffè; nelle bevande a base di tè; nelle bevande e negli alimenti a base di cioccolato e di cacao, che possono provocare tachicardia, vasospasmo, cefalea.
                  • Etanolo (tutte le bevande e gli alimenti contenenti etanolo), possono determinare reazioni avverse di tipo inibitorio sull’apparato gastroenterico, cardiocircolatorio e sul sistema nervoso centrale e periferico.
                  ALIMENTO  CONTENUTO MEDIO IN TIRAMINA
                   (per 100 g di alimento)
                   Aringhe  303 mg
                   Estratto di lievito  150 mg
                   Chaddar  146 mg
                   Patate  84 mg
                   Uva  69 mg
                   Cavolo  67 mg
                   Tonno  57 mg
                   Emmenthal  51 mg
                   Cavolfiore  40 mg
                   Grana  29 mg
                   Spinaci  25 mg
                   Pomodoro  25 mg
                   Pecorino  24 mg
                   Camembert  20 mg
                   Brie  18 mg

                   

                  Alimenti ad elevato contenuto in ISTAMINA
:

                  • Pesce
                  • Pomodoro
                  • Uovo (albume)
                  • Fragola
                  • Crostacei
                  • Maiale
                  • Salumi
                  • Cavolo
                  • Vino
                  • Birra

                  Alimenti ad elevato contenuto di TIRAMINA

                  • Formaggi fermentati
                  • Conserve di pesce come sardine, aringhe, tonno
                  • Salse a base di soja
                  • Birra
                  • Vini rossi e bianchi
                  • Nocciole
                  • Cioccolata
                  • Oli di semi vari
                  • Fagioli
                  • Fave
                  • Minestre in buste confezionate con prodotti a base di lievito
                  • Condimenti in polvere e sughi con verdure
                  • Lievito concentrato o estratti

                  Possibili sintomi:
 orticaria, vasodilatazione, cefalea, nausea, tachicardia, ipotensione.


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