L’importanza della cura di sè

Negli ultimi decenni alla parola dieta abbiamo, purtroppo, iniziato ad associare solo le calorie e quindi l’esclusione di cibi, attribuendo alla dieta un significato prevalentemente, se non esclusivamente dimagrante.

La parola dieta (diaita) nell’accezione propria del termine, per gli antichi greci e romani stava a significare uno stile di vita dove l’attenzione verso un giusto nutrimento, un adeguato movimento assieme alla capacità di vivere in tranquillità (otium) indicava loro la strada per la salute.

Salute intesa come percezione di benessere e non solo come assenza di malattia (OMS).

Negli ultimi decenni alla parola dieta abbiamo, purtroppo, iniziato ad associare solo le calorie e quindi l’esclusione di cibi, attribuendo alla dieta un significato prevalentemente, se non esclusivamente dimagrante.

Sono così nate le liste di cibi ingrassanti, da escludere a tutti i costi, e quelle dei cibi dimagranti, ai quali si attribuiscono spesso virtù terapeutiche più fantasiose che scientifiche.

Abbiamo incominciato allora a pensare che per dimagrire tanto bisognasse eliminare il massimo delle calorie. Meno mangio più dimagrisco è diventato lo slogan degli ultimi decenni. La restrizione imposta o cercata ha così innescato danni al comportamento alimentare quali la perdita di controllo e danni alla sfera psicologica quali la colpevolizzazione e il fallimento.

La parola dieta pertanto anziché sinonimo di salute e benessere è diventata causa di fallimenti, obesità e disturbi alimentari. E’ auspicabile quindi tornare alle origini e ridare al termine dieta il suo vero significato.

Dobbiamo quindi considerare la dieta come strumento di terapia per la salute dosando, grazie all’aiuto della recente tecnologia (calorimetria, holter metabolico) quello che serve per la buona funzionalità ed efficienza metabolica.

Parte integrante di diaita è il concetto della “cura di sè”, del volersi bene e riuscire ad avere quel “sano egoismo” che ci permette di pensare a noi stessi per pensare agli altri.

Se analizziamo le richieste che i pazienti ci portano in prima visita scopriamo che la domanda diretta esprime la volontà di perdere peso ma c’è sempre un desiderio nascosto che è quello di stare bene e trovare un equilibrio psico-fisico, è per questo motivo che quando viene proposta la terapia che dovranno intraprendere parliamo di percorso di “cura di sé” e non di dieta.

La cura di se stessi ha come obiettivo il benessere, il raggiungimento di un equilibrio globale della persona, gli strumenti impiegati in questo percorso sono un piano alimentare di riferimento personalizzato e l’attività fisica. Ma non si tratta semplicemente di seguire una dieta e fare del movimento bensì come prima cosa è fondamentale comprendere quali significati dare agli strumenti. Ad esempio si entra in un contesto di cura di sé se l’attività motoria viene fatta con il fine di stare bene, di sciogliere la tensione lavorativa, dedicarsi del tempo, conoscere persone nuove. La stessa cosa vale per l’alimentazione, non è funzionale seguire un’alimentazione sana per scopo dimagrante, mentre se il fine è la salute e il benessere psico-fisico sarà più facile raggiungere l’obiettivo. Si tratta di un metodo che non porta la persona ad identificarsi con la dieta e  non porta a manifestare modalità rigide nei confronti dello stile di vita.

 


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    La dieta mediterranea

    La dieta mediterranea è la dieta degli anni 50’ dei popoli che si affacciano sul mediterraneo. La dieta dei nostri antenati che per necessità e tradizione si nutrivano prevalentemente dei prodotti della terra e che erano costretti alla fatica fisica  perchè l’essere contadini implicava il lavoro nei campi.

    Il valore protettivo di questo equilibrio alimentare e motorio è stato evidenziato da uno studio condotto da Ancel Keys ( ricercatore americano) in cui vennero messe a confronto le diete adottate da Stati Uniti e paesi mediterranei.

    La dieta mediterranea risultava   protettiva nei confronti delle malattie cardiovascolari.

    Negli anni altri studi hanno evidenziato il beneficio anche in termini di riduzione di rischio e di protezione dlle malattie metaboliche (diabete) e oncologiche.

    Le sostanze protettive chiamate in causa sono principalmente i polifenoli contenuti nei prodotti vegetali (frutta e verdura) in particolare nei pomodori (licopene), agrumi,ciliegie, frutti di bosco, olio di oliva, aglio, cipolla, radicchio, cavoli, broccoli. Altre fonti sono il the verde e nero, il cacao, la cioccolata ed il vino rosso (resveratrolo).

    La raffigurazione di tale dieta è la piramide alimentare, che visivamente e in modo decrescente fa vedere le quantità dei cibi consigliati, ovvero carboidrati possibilmente integrali, legumi, verdura e frutta seguiti da pesce pescato, carni possibilmente bianche, formaggi, grassi, zuccheri.

    Tale piramide dovrebbe, inoltre, contenere anche il livello di attività motoria fatto prevalentemente di camminate veloci e in parte di attività intense.

    La dieta mediterranea adattata per quantità al metabolismo (misurato con la calorimetria indiretta) del singolo individuo permette inoltre di poter gestire un peso sano e di raggiungerlo se si è in condizioni di sovrappeso.

    Contrariamente ai vari modelli alimentari di moda che rappresentano delle soluzioni temporanee, la dieta mediterranea non ha scadenza perchè educa ed educa per sempre.

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      “Diete dimagranti”? Un successo temporaneo seguito da un fallimento duraturo

      Le sirtuine sono delle molecole che regolano importanti vie metaboliche, mediano fenomeni quali l’invecchiamento, la resistenza allo stress e il bilancio energetico aumentando il metabolismo basale.

      Esistono cibi che sono attivatori le sirtuine quali il vino rosso, il cavolo verde, gli agrumi, il tè verde, la curcuma, i mirtilli, il prezzemolo, i capperi, le mele e il cioccolato fondente, l’olio di oliva e il cumino.

      Il resveratrolo, forse il più famoso degli antiossidanti, presente nel vino rosso o il licopene presente nei pomodori sono potenti attivatori le sirtuine.

      A questi cibi sarebbe attribuito il ruolo di attivatori dei geni che favoriscono il dimagrimento.

      Su queste basi nasce la dieta sirt, salita agli onori della cronaca perché utilizzata da personaggi famosi quali la cantante Adele.

      Tutte le diete “commerciali” , solitamente in voga per un tempo  limitato, quali la dukan, aktins, hanno di certo il vantaggio di attivare una perdita di peso veloce perchè fortemente ipocaloriche ma allo stesso tempo possono creare effetti negativi   quali l’attivazione del discontrollo alimentare con conseguente abbuffate e recupero del peso perso.

      Un temporaneo successo seguito da un fallimento più duraturo.

      L’obesità è una condizione di lunga durata che necessita di cure interdisciplinari ( medico, psicologo, dietista) che vanno oltre la dieta e il peso corporeo. La sola dieta prescrittiva nella maggior parte dei casi è fallimentare e paradossalmente ingrassante nel lungo periodo.

      Noi ci facciamo carico della cura della persona, della sua storia, del suo funzionamento per educarla e farle acquisire conoscenze e abilità comportamentali per sapersi gestire per sempre.

      Se ti “mettiamo a dieta” falliamo,  se ti “curiamo” lo facciamo per sempre

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        Mesotestetica con Vitamina C: antiossidante ed illuminante

        Il protocollo mesoetetica Vitamin C ha un’azione antiossidante ed illuminante, l’acido ascorbico (Vitamina C) ed i sali minerali favoriscono un’azione anti-radicali liberi, realizzando un effetto preventivo e palliativo del danno ossidativo nelle cellule epidermiche.

        Stimola la sintesi di elastina, stimola la sintesi e la stabilizzazione del pro-collagene.

         

        Benefici:

        • stimola la sintesi di collagene
        • migliora le lesioni pigmentarie di diverse origini
        • ripara il danno prodotto dai raggi UVA e UVB

         

        A chi è adatto?

        A donne e uomini che presentano carnagione spenta, pelle indurita, macchie cutanee, danni evidenti da prolungate esposizioni al sole o alle lampade solari.


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          Il digiuno intermittente

          L’utilizzo del digiuno intermittente sta prendendo largo piede, sia come metodo per trattare l’obesità, sia come stile di vita per gli effetti benefici che esso determina.

          E’ uso comune attribuire al digiuno una connotazione negativa, perché fin da sempre nel campo dell’alimentazione e della nutrizione si è predicata la buona regola di non saltare i pasti e di frazionare l’alimentazione in 3 pasti principali e 2 spuntini.

          All’idea del digiunare si associa la sensazione di stanchezza, di debolezza, di offuscamento mentale ma ci si dimentica che i nostri antenati erano sicuramente adattati ad uno stile alimentare che prevedeva un consumo di cibo molto più rarefatto di quello cui noi siamo abituati.

          In realtà quando si mangia meno e/o meno spesso si attivano una serie di meccanismi metabolici in grado di aumentare la forza e la capacità di resistere alla fatica e allo stress fisico che l’uomo moderno ha ereditato dagli ominidi riusciti appunto a sopravvivere e a riprodursi in condizioni di difficile accessibilità al cibo.

          Che cos’è il digiuno intermittente?

          Il digiuno intermittente (dall’inglese “Intermittent Fasting” o IF) è uno schema alimentare che alterna periodi di digiuno e di non digiuno.

          L’utilità del digiuno intermittente nasce da evidenze scientifiche sulla restrizione calorica prolungata, la quale è in grado di promuovere la perdita di massa grassa e il mantenimento di quella magra e contemporaneamente migliorare lo stato di salute.

          Il digiuno intermittente, però, si differenzia dalle tecniche basate propriamente sul digiuno, dal fatto che non si basa solo sulla restrizione calorica ma sull’alternanza di fasi di digiuno a fasi di normale alimentazione o di iper-alimentazione scandite da ritmi precisi.

          Il digiuno intermittente può essere applicato in vari modi: uno dei sistemi più conosciuti è il 5 su 2, la “Fast diet” del giornalista Michael Mosley, che comporta una restrizione calorica di 2 giorni la settimana e un regime alimentare normale negli altri 5.

          Un altro metodo prevede invece di mangiare durante una precisa finestra temporale di 8-12 ore e di digiunare per il resto della giornata: quindi se il primo pasto è alle 8 del mattino, secondo tale schema l’ultimo sarà alle 20 di sera. Infine, Valter Longo ha proposto uno schema alimentare che sembra indurre gli effetti del digiuno ma è molto più praticabile del digiuno stesso, la così detta Dieta Mima Digiuno, che prevede una restrizione calorica di 5 giorni ogni 3-6 mesi..

          E’ efficace per dimagrire?

          Recentemente l’utilizzo del digiuno intermittente sta prendendo largo piede, sia come metodo per trattare l’obesità, sia come stile di vita per gli effetti benefici che esso determina.

          Di conseguenza gli studi sul digiuno si sono moltiplicati negli ultimi anni. Ad esempio Mattson MP et Al. hanno concluso che “il digiuno intermittente è efficace per la perdita di peso e per il miglioramento degli indicatori di salute tra cui l’insulino-resistenza e la riduzione dei fattori di rischio per malattie cardiovascolari”. (Impact of intermittent fasting on health and disease processes. Mattson MP et al, 2016).

          Lo stesso risultato era già stato ottenuto da una revisione della letteratura effettuata da Rothschild J nel 2014, il quale aveva concluso che “il digiuno intermittente poteva essere usato per modulare i fattori di rischio per malattie cardiovascolari, in quanto i risultati sull’uomo dimostrano una diminuzione del peso corporeo, una diminuzione dei trigliceridi, della glicemia e del colesterolo LDL e un aumento del colesterolo HDL”. (Time-restricted feeding and risk of metabolic disease: a review of human and animal studies. Rothschild J et al, 2014).

          Anche Alhamdan B.A et al dopo una revisione della letteratura hanno concluso che il digiuno intermittente è un efficace metodo dietetico e può essere superiore alle diete fortemente ipocaloriche per alcuni pazienti a causa della maggior aderenza allo schema dietetico, e per i risultati ottenuti (maggiore perdita di massa grassa e preservazione della massa muscolare). (Alternate-day versus daily energy restriction diets: which is more effective for weight loss? A systematic review and meta-analysis. Alhamdan B.A et al, 2016).

          Anche secondo Catenacci VA il digiuno intermittente “è un approccio sicuro e ben tollerato per perdita di peso. Paragonato alla dieta ipocalorica classica esso ha determinato risultati simili nella perdita di peso, composizione corporea, pattern lipidico e sensibilità all’insulina dopo 8 settimane di dieta e non sembra aumentare il rischio di riprendere il peso perso 24 settimane dopo aver completato il trattamento dietetico”.

          I ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova hanno pubblicato nell’ottobre 2016 uno studio condotto su 34 soggetti allenati con esercizi fisici di resistenza. Un gruppo è stato sottoposto ad un periodo di digiuno intermittente per 2 mesi mentre all’altro è stata somministrata una dieta classica; l’apporto calorico è stato lo stesso nei due gruppi, ma distribuito in un tempo diverso nell’arco della giornata. Il gruppo che ha sperimentato il digiuno intermittente ha consumato il fabbisogno calorico in una finestra temporale di 8 ore, suddiviso in 3 pasti: alle ore 13, 16, 20. Il gruppo che ha seguito la dieta normale, invece, ha assunto gli alimenti nell’arco di 12 ore: alle 8, alle 13 e alle 20.

          Al termine dello studio la massa grassa è risultata inferiore nei soggetti del digiuno intermittente rispetto a quelli della dieta normale, mentre la massa magra e la forza muscolare si sono mantenute costanti in entrambi i gruppi. Non ci sono stati cambiamenti sui parametri metabolici quali colesterolo totale, HDL, LDL o i trigliceridi.

          Nonostante la piccola numerosità del campione questo primo studio dimostra l’efficacia del digiuno intermittente come possibile tecnica per il trattamento dell’obesità, ma sono necessari ulteriori studi a riguardo per confermare tale pratica. (Effects of eight weeks of time‑restricted feeding (16/8) on basal metabolism, maximal strength, body composition, inflammation, and cardiovascular risk factors in resistance‑trained males. Tatiana Moro et all, 2016)

          Quali sono gli effetti del digiuno a livello  metabolico?

          I principali fattori metabolici che entrano in gioco in corso di digiuno e permettono al corpo di avere una marcia in più sono:

          • il glucagone, ormone in grado di promuovere la produzione di glucosio dalla lisi del tessuto adiposo;
          • l’ormone della crescita GH che stimola la crescita durante tutta la vita e concorre insieme al glucagone al mantenimento dei livelli glicemici a digiuno stimolando la lipolisi;
          • il fattore neurotrofico BDNF ormone della crescita specifico per il sistema nervoso centrale, che si trova in quantità elevata soprattutto nelle aree del deputate alla memoria e all’apprendimento;
          • la proteina mTOR che segnala al cervello lo stato di nutrizione delle cellule e il loro livello di energia, e quando viene inibita, come in caso di digiuno, sopprime la crescita cellulare;
          • i geni MYH7 che codificano la produzione di fibre muscolari più resistenti nel muscolo cardiaco, riducendo il rischio di infarto e di insufficienza cardiaca;
          • le sirtuine, proteine in grado di riparare il DNA e con esso tutti i geni che subiscono un’alterazione della loro espressione a causa dell’invecchiamento cellulare o di aggressioni da parte di oncogeni;
          • altre proteine (Hsp, FoxO, IFNgamma, etc.) in grado di riparare le cellule danneggiate in diversi organi e sistemi quando queste non possono replicarsi a causa di un deficit di energia.

          Quali altri benefici derivano dal digiuno intermittente?

          Il digiuno intermittente agisce quindi sia sulla cellula sia sull’organismo in toto. A livello di organismo il digiuno intermittente sembra possa essere in grado di:

          1. Determinare una protezione del Sistema Nervoso Centrale da patologie acute e croniche.
          2. Stabilizzare i livelli di glicemia, aumentare la sensibilità all’insulina, aumentare i livelli di cortisolo e diminuire i fattori di crescita IGF.
          3. Causare una riduzione dello stress a livello epatico.
          4. Determinare una riduzione della massa grassa.

          Tutti questi meccanismi concorrono ad aumentare la resistenza dell’organismo a stress sia di tipo fisico, chimico e biologico, rendendolo così più forte e longevo.

          Infatti, il nostro corpo di fronte ad una minaccia come la carenza di nutrienti ed energia mette in atto una serie di meccanismi di difesa che hanno lo scopo di proteggerlo dai danni, di riparare le cellule da eventuali danni subiti e di rinforzare le difese dell’organismo di fronte alla possibilità di eventuali danni futuri della stessa natura.

          Ecco quindi che il digiuno, visto da sempre come evento negativo, ora potrebbe essere alla base di reazioni salutari per il nostro organismo. Va però ricordato che questo meccanismo funziona solo finché si alterna a periodi di normalità, perché se la carenza di energia da acuta diventa cronica allora può trasformarsi in fonte di malattia.
          Questo è il motivo per cui si raccomanda l’intermittenza del digiuno, i cui effetti sono ben diversi dal digiuno prolungato

          Esiste inoltre una vasta gamma di lavori su come il digiuno intermittente possa essere efficace contro gli effetti dell’invecchiamento, ma quasi tutti questi studi hanno coinvolto topi, ratti o scimmie e non gli uomini. Ci sono diversi meccanismi che contribuiscono a questo effetto e, anche se non vi sono ancora prove scientifiche ufficiali, l’effetto potrebbe manifestarsi anche nell’uomo. Con uno sguardo sistematico delle sperimentazioni, troviamo un solo studio che ha coinvolto gli esseri umani: una revisione del 2006 di uno studio effettivamente realizzato nel 1957 in Spagna. (The effect on health of alternate day calorie restriction: eating less and more than needed on alternate days prolongs life. Johnson JB, 2006).

          In questo studio, 120 residenti di una casa di riposo per anziani sono stati suddivisi in due gruppi. Il primo gruppo è stato sottoposto a una dieta normale, mentre il secondo gruppo è stato sottoposto ad una dieta alternata: un giorno apporto calorico normale e il giorno successivo marcata restrizione calorica (circa 900 kcal). Dopo tre anni ci sono stati 13 decessi nel gruppo di controllo contro i 6 nel gruppo che ha praticato il digiuno. Anche questo studio è stato fatto su un campione limitato ma offre un importante spunto di riflessione.

          La Dieta Mima Digiuno

          Si tratta di un modello alimentare che si avvicina al digiuno, ma non lo è. E’ stata sperimentata con successo da uno scienziato italiano Valter Longo, che ha testato questo regime su se stesso e un’altra ventina di persone e sulle cavie da laboratorio.

          In una prima fase Longo ha lavorato sui lieviti, organismi unicellulari che hanno in comune con l’uomo metà dei geni e hanno permesso allo scienziato di scoprire i meccanismi biologici innescati dal digiuno a livello cellulare e molecolare. Poi il ricercatore è passato ai topi: cicli di 4 giorni di dieta mima digiuno 2 volte al mese hanno prolungato dell’11% la durata della vita, con riduzione dell’incidenza di cancro, ringiovanimento del sistema immunitario, diminuzione delle malattie infiammatorie, rallentamento della perdita di densità minerale ossea e, nei topi più anziani, aumento del numero di cellule progenitrici e staminali in vari organi. Incluso il cervello, dove la dieta ha potenziato la rigenerazione neurale e migliorato apprendimento e memoria.

          Infine il team di Longo ha cercato conferme nell’uomo, con uno studio su 19 persone adulte. E’ emerso che 5 giorni di dieta mima-digiuno somministrata ogni mese per 3 mesi hanno ridotto i fattori di rischio e i biomarcatori di invecchiamento, diabete, malattie cardiovascolari e cancro, senza grossi effetti collaterali avversi. (A Periodic Diet that Mimics Fasting Promotes Multi-System Regeneration, Enhanced Cognitive Performance, and Healthspan. Valter D. Longo et al, 2015).

          Ora i ricercatori hanno appena completato un più ampio studio clinico randomizzato con circa 100 pazienti. Se questo studio confermerà i risultati del primo esperimento, secondo Longo sarà possibile a medici e dietologi raccomandare questa dieta per influenzare i fattori di rischio testati, mentre per essere indicata alla pari della dieta Mediterranea, per la prevenzione e la terapia di patologie croniche (diabete, malattie cardiovascolari, malattie neuro-degenerative..) dovrà aspettare ulteriori studi clinici e l’approvazione del ministero della Sanità.

          Digiuno intermittente: nuova prospettiva terapeutica?

          Le preoccupazioni che l’uomo moderno ha rispetto al digiuno nascono da pregiudizi e cattiva informazione, mentre le più recenti evidenze dimostrano come introdurre il digiuno nella propria routine alimentare potrebbe portare a effetti benefici per l’organismo. Va ricordato però, che è’ preferibile pensare al digiuno intermittente come uno stile di vita piuttosto che una dieta: un modo di vivere e di mangiare che potrebbe aiutare ad vivere una vita più sana e più lunga.

          Dimagrire con il digiuno intermittente?

          Se interessata/o a perdere peso con il digiuno intermittente leggi le sezioni sottoindicate dedicate all’argomento

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            Biorivitalizzazione cellulare intensiva

            E’ un protocollo rivitalizzante che consente di contrastare le carenze del tessuto cutaneo e favorire i fenomeni di riparazione cellulare.

            Rivitalizza e cura, è un percorso che arresta i segni del tempo e ti fa recuperare l’aspetto che desideri

            Contiene vitamine (stimolanti dei processi riparatori dermici ed antiossidanti), aminoacidi e coenzimi (favoriscono la rigenerazione del tessuto cutaneo), sali minerali ( elementi essenziali della matrice dermica).

            Benefici:

            • prevenzione dell’invecchiamento
            • correzione di rughe fini
            • biorivitalizzazione di pelli spente

             

            A chi è adatto?

            A donne e uomini che presentano colorito spento, primi segni di invecchiamento cutaneo, rughe di espressione.


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              Protocollo a base di silicio e ac.jaluronico: rigenerazione e ristrutturazione dei tessuti

              E’ un trattamento a base di silicio organico, che agisce con l’obiettivo di stabilizzare e mantenere l’architettura dei tessuti cutanei, stimolando i fibroblasti e favorendo la biosintesi delle fibre di collagene, elastina e proteoglicani.

              Il silicio organico è un elemento strutturale del tessuto connettivo, regola il metabolismo cellulare, si oppone alla perossidazione lipidica, evita la destrutturazione delle macromolecole, rigenera gli elementi fibrillari, corregge la pelle a buccia d’arancia.

               

              Benefici:

              • prevenzione dell’invecchiamento cutaneo
              • prevenzione della flaccidità cutanea di viso e corpo
              • correzione delle smagliature in prima fase e delle cicatrici

               

              A chi è adatto?

              A donne e uomini che presentano primi segni dell’invecchiamento cutaneo, flaccidità nelle zone di viso e collo, smagliature,piccole cicatrici.


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                Allergie e intolleranze: quale differenza?

                C’è troppo spesso molta confusione tra i termini allergia e intolleranza, tant’è che si tende a scambiare queste due manifestazioni molto diverse per origine e per conseguenze con ripercussioni anche serie sulla nostra salute, o di contro, tendendo a sovrastimare determinati sintomi e sottoponendosi a limitazioni nutrizionali di cui non avremo affatto bisogno.

                Viene definita allergia una reazione dell’organismo (ipersensibilità) dipendente dagli anticorpi IgE. Ogni altro fenomeno non correlabile a questi anticorpi viene ritenuto non allergico, ma di altra natura.

                L’intolleranza alimentare, per definizione, si ha invece quando non vi è la produzione di anticorpi IgE e si prevede che sia un fenomeno riproducibile derivante da una reazione a un cibo particolare o a un suo ingrediente.

                Le reazioni non sono immediate ma croniche, i disturbi accusati possono manifestarsi anche dopo 48-72 ore dall’ingestione dell’alimento in causa. Per spiegare in termini semplici cosa accade nell’organismo quando si verifica un’intolleranza alimentare, nel momento in cui si introduce una sostanza considerata, si può pensare ad una reazione del sistema immunitario (anticorpi e leucociti) con alterazioni morfo-funzionali di queste cellule, che possono venire danneggiate o distrutte: reazione citotossica. Da questi danneggiamenti cellulari si innescano delle reazioni che possono provocare, in modo diretto o indiretto, alterazioni a carico di qualsiasi organo/apparato/sistema. Nella pratica clinica si rilevano utili in presenza di vari sintomi che non trovano risposta nella diagnostica classica.

                Valutazione immunitaria antigeni alimentari

                Questo test innovativo è in grado di rilevare le reazioni avverse agli alimenti di cui attualmente soffre la maggioranza della popolazione.
                Un’ipersensibilità individuale dovuta ad una predisposizione costituzionale, o un eccessivo consumo di determinate sostanze, possono portare la persona ad una condizione di “intossicazione”, causando disturbi dipendenti da reazioni immunitarie mediate dalle IgG4 (immunoglobuline di tipo G).

                Occorre evidenziare che i sintomi non sono sempre proporzionali alla quantità dell’alimento intollerato introdotto, essendo spesso sufficiente anche piccole dosi per provocare la relativa reazione.

                L’eliminazione dell’alimento risultato positivo al test, già dopo solo pochi giorni comporta un netto miglioramento delle condizione di salute.
                Interessanti risultati sono stati ottenuti nella cura della cefalea, del meteorismo e dell’astenia.

                Presso il Centro Specialistico Dietologico del dott. Luigi Oliva è possibile sottoporsi a questo test specifico sulle intolleranze.


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                  Peso e tiroide

                  Spesso le persone con problemi di peso chiedono di fare gli esami della tiroide o si rivolgono all’endocrinologo nella convinzione che i loro chili di troppo siano dovuti a una disfunzione della ghiandola. Questa convinzione, quasi sempre errata, si basa però su un presupposto scientificamente valido e cioè che gli ormoni tiroidei sono degli importanti regolatori del metabolismo e quindi, se la tiroide funziona poco, potrebbe essere responsabile dell’aumento di peso. Nella realtà questo accade solo se l’ipotiroidismo è grave e certamente non può essere chiamato in causa per giustificare incrementi di peso di decine di chili. Quasi sempre peraltro l’entità dell’ipotiroidismo, nelle pazienti che soffrono di disturbi tiroidei, è lieve e certamente non può giustificare la vera e propria epidemia di obesità e sovrappeso che dilaga nelle società industrializzate e nei paesi emergenti.

                  In passato è stato tentato di curare l’obesità somministrando ormoni tiroidei a persone in cui la tiroide funzionava normalmente, creando cioè un ipertiroidismo farmacologico. Il calo di peso che si otteneva era dovuto in buona parte alla perdita di tessuto muscolare e liquidi, ma solo in minima parte a perdita di tessuto adiposo. Inoltre, fatto ancora più importante, l’eccesso di ormoni tiroidei provoca conseguenze negative, potenzialmente anche molto gravi, sul cuore. Cercare quindi di curare l’obesità con gli ormoni tiroidei significa ottenere un falso dimagrimento, poiché non si perde solo tessuto adiposo e si rischiano danni al cuore. L’obesità non è quasi mai dovuta alla tiroide malfunzionante, quanto piuttosto a uno squilibrio tra le calorie che si assumono con gli alimenti e le calorie consumate dal nostro metabolismo, frutto della sedentarietà e di un’alimentazione non sana.

                  Le persone obese devono quindi essere curate con ormoni tiroidei solo quando soffrono realmente di ipotiroidismo confermato dagli esami del sangue e non per il semplice fatto di avere un eccesso di peso. A questo proposito le persone obese con ipotiroidismo sia nella forma più grave che nelle forme lievi hanno una diminuzione del metabolismo energetico e quindi la disfunzione tiroidea deve essere corretta prima di intraprendere una dieta per contrastare l’obesità.

                  All’opposto, chi soffre di ipertiroidismo per una malattia della tiroide vede calare il suo peso prima che la terapia anti-tiroidea abbia effetto. Anche in questo caso si tratta di un dimagrimento patologico, un calo di peso dovuto alla malattia, mentre il reale peso è quello che si misura quando la funzione della tiroide è stata regolarizzata dalla terapia.

                  Tratto da “La Tiroide dalla A alla Z” di Claudio Pagano, Pragmata Edizioni, Roma


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                    Gli ostacoli al dimagrimento

                    La resistenza al dimagrimento è determinata da meccanismi biologici, psicologici e comportamentali messi in atto dall’organismo in risposta ad un improvviso e drastico calo dell’assunzione calorica.

                    Una prescrizione dietetica troppo rigida determina un adattamento metabolico ovvero un abbassamento del valore del dispendio energetico iniziale di un valore pari al 20-25%.

                    In questo modo si assiste ad una perdita di peso iniziale che si arresterà quando l’apporto calorico della dieta sarà pari al dispendio energetico del soggetto a riposo.

                    E’ la differenza tra ciò che si consuma e ciò che si introduce che ci permette di perdere peso.

                    La massa adiposa viene metabolizzata (bruciata) per sopperire le calorie in difetto.
                    Se si vuole evitare l’adattamento metabolico e avere una perdita di peso costante bisogna misurare il consumo energetico a riposo e l’apporto calorico della dieta non dovrà discostarsi dal valore misurato.
                    Interventi dietetici basati su calcoli teorici o peggio ancora volutamente forzati verso un livello di calorie molto basso (inferiore alle 1100 calorie) determineranno dei danni biologici importanti.

                    Schematicamente i danni da dieta rigida possono essere riassunti in quattro categorie:

                    • Adattamento metabolico
                    • Compromissione della composizione corporea
                    • Danni Psicologici
                    • Danni Comportamentali
                    • Adattamento metabolico

                    Come detto precedentemente, l’adattamento metabolico rappresenta la difesa dell’organismo all’improvvisa riduzione dell’introito calorico oponendosi in questo modo alla perdita di peso e favorendone un suo recupero immediato.

                    Il concetto di rigidità riferito ad una dieta è un valore assoluto quando si prescrivono diete forzatamente ipocaloriche (pari o inferiori a 1000 calorie) per il resto è un concetto relativo visto le differenti misure del dispendio energetico che si riscontrano nei vari soggetti.

                    Pertanto le 1500 calorie possono essere tante, poche o normali a seconda dei soggetti di riferimento.

                    Compromissione della composizione corporea

                    La perdita di peso, che spesso viene associata al dimagrimento, in realtà altro non è che perdita di massa corporea ovvero la perdita di tessuto adiposo, massa muscolare, massa cellulare, acqua.

                    Dimagrire in realtà dovrebbe significare divenire magri, quindi perdere grasso e non massa magra (muscolo, massa cellulare).

                    L’obiettivo della corretta nutrizione nel dimagrimento è quello di far coincidere la perdita di peso con la sola perdita di tessuto adiposo.
                    E’ nostra esperienza riscontrare come la perdita di peso superiore a 0,5 -1 Kg alla settimana difficilmente corrisponde alla perdita di solo tessuto adiposo, specie quando l’intervento dietetico è limitato nel tempo.

                    Nel lungo periodo, ossia quando l’intervento dietetico dura mesi, la corrispondenza tra perdita di peso e perdita di massa grassa è elevata.
                    Un intervento corretto, rapportato alle esigenze metaboliche misurate inizialmente e monitorate periodicamente, ci consente di modificare la composizione corporea a favore della massa magra (muscolare, cellulare).

                    La perdita di peso ottenuta con la sola prescrizione dietetica è seguita, in una percentuale altissima pari al 95%, da un recupero del peso superiore ai chili persi; cosicchè nel tempo, e dopo diversi interventi dietetici si pesa tanto più di prima. La percentuale di tessuto adiposo – che in un soggetto normale oscilla dal 15% al 30% – aumenta a parità di peso se l’individuo si è sottoposto a diversi regimi dimagranti.

                    Si comprende quindi il paradosso delle diete dimagranti che alla lunga sono “ingrassanti”. Se perdo e recupero dieci chili, perdo una percentuale di grasso che di certo è inferiore alla percentuale di grasso che accumulo nella fase di recupero del peso.

                    Danni comportamentali: perdita di controllo

                    La perdita di controllo ovvero l’incapacità di assumere la quantità di cibo desiderata e programmata è spesso preceduta da un periodo (ore o giorni) di marcata restrizione dell’apporto calorico.
                    La rigidità di una dieta deve essere definita relativamente al dispendio energetico del singolo individuo. E’ di certo rigida una dieta con apporto calorico inferiore alle 1000 calorie ma lo può essere anche la dieta di 1500 kcal o oltre se quel determinato individuo ha un dispendio energetico elevato.

                    Si impone, pertanto, la necessità della misurazione del dispendio energetico prima di impostare un regime alimentare, perché solo in questo modo si potrà essere certi che il dimagrimento non determinerà danni a carico del metabolismo, della composizione corporea e del comportamento alimentare.

                    La riduzione drastica dell’apporto calorico porta, in alcuni soggetti, alla perdita del controllo, all’iperalimentazione e al conseguente recupero del peso. L’intervento nutrizionale prescrittivo attuato con la calorimetria pertanto trova una sua collocazione ben precisa nell’intervento educazionale dell’obesità .

                    Visto che la calorimetria indiretta registra dispendi energetici a riposo superiori ai valori predetti in un numero elevato di soggetti con sovrappeso è possibile la prescrizione dietetica con apporto calorico alto.

                    Danni psicologici: i sensi di colpa

                    Il proposito di rispettare un piano prescritto seguito dall’incapacità di attuarlo porta nei soggetti obesi ad una disistima sempre maggiore che può sfociare in pensieri fallimentari depressivi che rischiano di compromettere la qualità della vita.

                    Nei soggetti obesi o sovrappeso, con alle spalle una lunga storia di perdita e recupero del peso, è di frequente riscontro, o meglio è quasi sempre presente, il circolo vizioso dei sensi di colpa.

                    La dieta rigida intesa come prescrizione, ma principalmente come messaqgio o proposito dimagrante senza possibilità di trasgressione, porta allo sviluppo di pensieri e comportamenti che perpetuano l’obesita. Un’obesita con disturbo del comportamento alimentare.

                    La dieta rigida prima o poi è seguita dalla perdita di controllo che porta ad un’assunzione di cibo per quantità e modalità diversa dai soggetti normopeso.

                    L’abbuffata è seguita dai sensi di colpa e da una situazione fallimentare depressiva. Questa mette in atto quei meccanismi emotivi e metabolici che portano a consolarsi con altro cibo in attesa di avere un’altra volta la voglia di ricominciare o di sperimentare qualcosa di nuovo.

                    La persistenza di tale stato fallimentare depressivo e lo sperimentare il peso dei sensi di colpa, che pesano di più dei chili stessi, innesca dei meccanismi differenti nei vari soggetti.

                    I soggetti giovani, con una forte motivazione estetica associata ad un insoddisfazione corporea marcata, possono arrivare al vomito -tecnica dimagrante semplice ed economica- o al rifiuto di cibo: nel primo caso per liberarsi dai sensi di colpa e dal cibo stesso, nell’altro per non sperimentare ancora i sensi di colpa. Si capisce come le due situazioni rappresentino l’anticamera di anoressia e bulimia.

                    Un terzo gruppo di soggetti -meno giovani e con più fallimenti alle spalle- decide di accettare l’obesità stessa vista l’incapacità di non riuscire nell’intento dimagrante;
                    accettazione apparente ma obbligata e in grado di far stare meno male rispetto ai sensi di colpa di cui si è stati più volte vittima.


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