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venerdì 23 giugno 2017

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Iniziative per un intervento precoce Stampa E-mail

Ha effettuato un’analisi personale? Quale formazione utilizza quando lavora con le pazienti DA?

Ho effettuato un’analisi personale di tipo psicoanalitico lacaniana.
Per quanto riguarda il trattamento delle pazienti con d.c.a. utilizzo un ascolto di tipo psicoanalitico. Questo non significa fare la psicoanalisi alle pazienti affette da d.c.a. poichè con queste pazienti è necessario un lungo percorso preliminare prima di poter eventualmente procedere a un percorso diverso.
L’approccio psicoanalitico è quell’approccio che accoglie il soggetto per quello che porta con il proprio sintomo e la propria storia. La psicoanalisi sostiene che le persone soffrono tanto più quanto si distanziano da ciò che desiderano davvero, perciò questa pratica, fondandosi sulle parole e sull’ascolto, approfondisce la storia di un soggetto fino ad aiutarlo a essere più coerente con ciò che desidera.

Il trattamento psicoanalitico preliminare per la paziente affetta da d.c.a., parte dal presupposto che l’anoressia/bulimia non è un problema da risolvere per il soggetto in questione ma la miglior soluzione disponibile che ha trovato, dinanzi a qualcosa di insostenibile in cui si è imbattuto ad un certo punto della sua esistenza.  Si tratta ovviamente di una soluzione inconscia che il soggetto ha prodotto senza saperlo per trattare una difficoltà insormontabile emersa nel suo rapporto con l’Altro .
Scopo del trattamento preliminare è produrre nel soggetto una disidentificazione con la malattia e aprire ad una sua propria soggettività: il soggetto deve arrivare a dire “non sono solo un’anoressica, sono un soggetto”. 
L’anoressica invece non vuole riconoscersi come soggetto perché questo significa essere mancante, avere a che fare con la difficoltà del legame sociale, con le pulsioni sessuali, ecc.. Identificarsi con il corpo magro (quasi effimero nella sua magrezza) si presenta come una soluzione anestetica volta a scorporare la pulsione sessuale dal suo orientamento verso l’altro per deviarla verso una sostanza inanimata e per questo meno pericolosa.
C’è nel soggetto anoressico un problema di separazione dall’A (inizialmente genitoriale), e poichè non riesce a separarsi lo rifiuta. Ma questo rifiuto non gli dà l’autonomia bensì lo aliena in una dipendenza patologica.
Nella pratica clinica si nota come nei discorsi di questi soggetti è in assoluta evidenza la parola devo “devo fare, devo essere, devo assomigliare a…” non esiste il riconoscimento di un bisogno proprio e originale, né la possibilità di una domanda (presupposti indispensabili per giungere al desiderio). Sono soggetti che non sanno chi sono, non hanno mai avuto il tempo e lo spazio per ascoltarsi, per pensarsi. «Io non mi penso mai come me stessa, non mi penso mai come G... sono sempre di riflesso agli altri, anche se passo davanti allo specchio vedo un riflesso, non una persona vera e propria con la sua fisicità, piuttosto una cosa un po’ eterea, sono un pensiero.… non mi sono mai fermata a dirmi, a pensarmi, se ho voglia di fare una cosa…»
Persone che esistono dentro un vestito da sposa, ma senza vestito sembrano non esistere più, esistono mentre fanno le pulizie in modo maniacale , mentre si pesano, mentre contano le proprie ossa , persone che hanno paura di vivere perché non sanno di poter influire sulla loro vita e sulle scelte che essa pone.
«Nella vita tutto deve essere organizzato, programmato, i cambiamenti, le sorprese mi mandano in tilt….ho un altissimo senso del dovere, sono poco elastica, poco morbida. Con me stessa non riesco a dire: Vabbé…  non ho voglia. Io DEVO fare…». «Se sono perfetta gli altri non possono dirmi niente»
 «La maggioranza forma questo gruppo e io cerco di apparire per assomigliare a questi, che non mi interessano, perché calcolo stupidi. Non mi rispecchiano per niente, se mi guardo in giro mi accorgo che sono fatti tutti a stampo, non mi interessa essere come loro però mi mette al riparo dalle critiche»
«L’insicurezza mi accompagna fin da giovane, sono stata sempre molto indecisa, mi appoggiavo agli altri…. Prima di fare qualsiasi cosa chiedevo il parere a tutti e quando qualcuno mi dava un consiglio, per me non era “il suo punto di vista” ma “era giusto così”».
I soggetti affetti da dca sono persone che non hanno consapevolezza della propria sofferenza, soprattutto non la vogliono sentire. Perché, come dice una paziente: «Almeno l’anno scorso c’era la sofferenza, ora cosa c’è? Il nulla». La sofferenza per queste persone è l’unico modo di esistere. Ed è proprio qui che la psicoanalisi diventa la chiave di volta del disturbo: il dolore portato da questi soggetti, ciò che clinicamente è chiamato sintomo, per la psicoanalisi non è da eliminare, ma da interrogare. Perché è portatore di un messaggio, quello dell’inconscio, che neppure la persona vuole ammettere a se stessa. Prima ancora che siano i pazienti ad accettarsi, trovano un luogo in cui il loro dolore non solo ha un posto, viene ascoltato, ma è considerato importante perché parla di loro, anzi molto di più, trovano un luogo in cui si crede che il loro sintomo doloroso, la loro sofferenza, se interrogati li porterà a ritrovarsi. E allora quell’abbuffata che tanto deprecano e che tanto li fa sentire in colpa e “da schifo” risulta essere l’unico modo perché emerga una sofferenza che parla di loro. L’abbuffata, così, come la perdita del controllo, è la risposta al devo, devo, devo. E allora ecco che rispettando il sintomo e ascoltandolo, un’altra paziente si accorge che “dietro le abbuffate c’è il vuoto, vuoto di non sapere cosa fare”, ma solo ripercorrendo tanti momenti in cui sono avvenute le abbuffate la paziente ha potuto dire che la sua vita “perfetta” era in realtà una vita di sopportazione, in cui si stava completamente annullando.
 «Mi sono accorta che tutto era posticipato a quando sarei dimagrita».
Questa posizione di grande rispetto nei confronti del sintomo, che prospetta tempi di cura anche molto lunghi, può essere sostenuta solo in un contesto in cui esiste un medico che, contemporaneamente allo psicoterapeuta, si occupa del corpo e delle sue affezioni. Due luoghi diversi, due professionalità diverse ma che lavorano nello stesso centro, confrontandosi spesso e condividendo la stessa concezione di disturbi del comportamento alimentare, la stessa idea di sintomo e di rispetto per il soggetto e la sua patologia. Ciò permette di “scollare” il disturbo del comportamento alimentare dal soggetto, da colui che è diventato un soggetto e che non avrà più bisogno di una malattia per esistere.
Dalla mia esperienza ho potuto notare come nell’approccio di tipo interdisciplinare, riuscendo a lavorare su più fronti, la persona in tempi contenuti (naturalmente dipende dal grado di evoluzione della problematica all’arrivo al centro) riesce a prendere consapevolezza di sé.
«Ora mi conosco meglio, so quello che voglio, mi riconosco un po’ di più. So come potrei reagire in certe situazioni, i piedi in testa non me li faccio mettere».
«Parlando sono emerse delle cose che non immaginavo di me. Cosa? Mi annullavo completamente, non l’avevo mai vista così»
«Ora ho dato totalmente una svolta alla mia vita: all’inizio avevo paura di parlare dei miei pensieri, rinunciavo per far piacere agli altri. Se Z. faceva così allora voleva dire che era giusto così. Dovevo essere anch’io così. Pensavo che quello che facevo era sempre sbagliato, pensavo che se dicevo quello che pensavo gli altri si sarebbero offesi (non mi avrebbero voluto più bene), il loro pensiero era sempre più importante del mio. Ora sono diversa, totalmente. E’ una cosa nuova per me. Mi sento strana»


Ultimo aggiornamento ( sabato 27 febbraio 2016 )

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