7

dicembre

2017

La cura: partire dall’esperienza sul proprio corpo

Il nucleo di base della terapia per il disagio alimentare-corporeo è proprio il corpo, inteso come primo mezzo e specchio di valutazione con cui sperimentare in pratica e da subito un comportamento nuovo.

Solitamente il paziente, riferendo la sua storia nutrizionale, racconta di avere già provato innumerevoli diete, di avere consultato tanti dietologi, di averci messo tutta la sua volontà, di essere stato consigliato in tanti modi per risolvere il suo problema, con il risultato o di aver perso e poi riacquistato tutto il peso oppure di non essere riuscito a seguire la dieta nel tempo.

Queste esperienze, molto comuni, di tentativi e fallimenti, di prove e assenza di benefici, sono caratterizzate da alcuni elementi ricorrenti che vanno a costituire un circolo vizioso e dannoso per la persona.

La prescrizione più classica e frequente di una dieta vede nella restrittività la conditio sine qua non, il fattore principale per poter dimagrire.

Il calcolo calorico effettuato attraverso parametri standard e non derivanti da esami medici personalizzati, non consente di valutare con precisione qual è l’effettivo rapporto dispendio/fabbisogno energetico del soggetto specifico.

Gli effetti della restrizione alimentare sono riscontrabili a due livelli di tempo: nel breve termine, se la persona riesce a seguire il piano alimentare, si assiste ad una perdita di peso; in un termine medio o più lungo, invece, per la maggioranza dei soggetti, risulta assolutamente troppo difficile o pressoché impossibile attenersi scrupolosamente ad una dieta ipocalorica.

La restrizione eccessiva inoltre, comporta biologicamente un tentativo di compensazione che si traduce in abbuffate o “fame nervosa” durante il percorso dietetico. È come se si chiedesse ad una persona di resistere sott’acqua il più possibile senza respirare: non appena riemerge, il corpo attiva immediatamente un meccanismo di compensazione che permette, attraverso l’accelerazione della respirazione, di introdurre quanto più ossigeno possibile per riequilibrarne la sottrazione.

Solitamente, la restrizione alimentare porta alla rottura della dieta o addirittura alla fame compulsiva in cui viene del tutto meno la capacità di controllo. Non bisogna dimenticare che il fattore tempo è rilevante nei disturbi alimentari, sia come elemento definente il disturbo stesso sia come prospettiva, in particolare nel caso dell’obesità, che – in quanto malattia cronica – richiede un metodo di gestione nel lungo periodo.

In tale dinamica restrittiva il paziente, prima o dopo, va incontro ad un fallimento che porta al recupero del peso perduto e alla percezione di sé come individuo privo di volontà e di capacità di riuscita. Per riprendere il paragone precedente, è come se si chiedesse alla persona di provare a resistere sott’acqua un’ora senza respirare per vincere un milione di euro: non importa a questo punto la quantità di forza di volontà o spinta motivazionale con cui il paziente si accinge a provare, che può essere anche molto forte, conta invece la non fattibilità e idoneità da un punto di vista prima di tutto fisiologico. Se il meccanismo tentativo-fallimento si ripete varie volte andrà a costituire uno schema comportamentale e un’idea fissa sulla propria identità e a formare un individuo alla fine demotivato e sfiduciato in se stesso e poi nelle diete.

La dieta dunque, differente per ognuno, dovrebbe avere due caratteristiche comuni fondanti:

  • Insegnare ed educare alla scelta dei cibi corretti. La scelta del cibo “magro” versus “grasso” consente di poter mangiare in quantità molto maggiori a parità di calorie, di mantenere per un maggiore arco di tempo la sensazione di sazietà, di inviare a livello centrale corretti messaggi neurochimici sullo stato di fame.
  • Fornire il giusto senso di sazietà. L’esperienza del sentirsi sazi non è fine a se stessa ma è importante in quanto porta con sé conseguenze fondamentali; prima di tutto permette di rapportarsi all’idea di “alimentazione normale”, cioè un quotidiano modo di nutrirsi che non fa sentire estranei e “strani” rispetto alla maggior parte degli individui perché costretti a mangiare pochissimo; dà equilibrio perché non pone in una costante situazione di carenza alimentare che toglie energia psicofisica e lucidità mentale; fa rapportare la persona all’idea di benessere e non all’idea di privazione che avrebbe un significato psicologicamente penalizzante e fisicamente nocivo. Non colmare correttamente l’appetito porta a sentirsi stressati, stanchi, indisposti ad affrontare qualsiasi difficoltà e il temporaneo vantaggio ponderale della restrizione alimentare e non svilupperebbe nel tempo uno stato idoneo di salute e di capacità nel portare a termine con successo la terapia.

Tratto dal libro “Corpi uguali, Storie diverse” del dottor Luigi Oliva

 

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