Dalla diversità penalizzante alla scelta di salute

Corpo grosso e ingombrante, pesantezza, difficoltà nei movimenti quotidiani, vergogna per il proprio stato, sguardi e giudizi di familiari, conoscenti ed estranei. Si evita di guardarsi allo specchio, non si ha tanta voglia di uscire, ci si è abituati a questa condizione fisica e mentale. Ci si sente sempre in colpa, al posto sbagliato e con un grande disagio dentro. E’ visibile l’obesità, tanto visibile da doverne rendere sempre conto agli altri.

Le persone obese o in forte sovrappeso sono spesso considerate, e lo erano assolutamente fino a qualche anno fa anche nell’ambito medico, persone portatrici di una diversità cronica e senza rimedio, un po’ da compatire, un po’ da spronare facendo leva sulla loro forza di volontà e impegno, come se la condizione del loro corpo fosse tutta colpa loro e merito dell’incapacità di sapersi controllare e gestire nell’alimentazione.

Mi raccomando dimagrisca (…) perda 30 chili e poi possiamo programmare l’intervento (…) è diabetico: o si mette a dieta o deve prendere il farmaco (…) la sua artrosi migliorerà se dimagrisce, mi raccomando si metta a dieta (…). Ma non capisce che deve dimagrire (…)

Messaggi che colpevolizzano e non motivano. Il paziente si viene così a trovare in un ruolo, in parte auto-costruito anche involontariamente e in parte definito dal contesto esterno sociale, medico e relazionale, in cui si sente e si vede in difetto e gli altri rinforzano questo aspetto di colpa, questa mancanza di volontà e negativismo: sei grasso, dunque, brutto ed è disdicevole magari frequentarti; sei obeso, malato e non capisci che devi dimagrire.

La classica prescrizione a lungo attuata (e tuttora appartenente a molte prassi di cura): “Mi raccomando dimagrisca, mangi meno e si muova di più”, come se tutto dipendesse dal paziente, veicola proprio questo messaggio: mancata comprensione delle difficoltà, della malattia e del malato che necessita di una cura. Il disagio relazionale, sociale e psicologico (anche solo come conseguenza), oltre che fisico non viene preso in carico ma è delegato totalmente alla volontà del paziente; come se dipendesse solo dalla volontà, come se un bel giorno il soggetto avesse deciso di ingrassare e ora non volesse decidere di dimagrire. Distacco assoluto tra necessità di cura e vita reale della persona. Non si delega, bisogna farsi carico delle aspettative del soggetto e delle sue debolezze, dei sintomi, delle resistenze, delle motivazioni e della voglia di cambiare.

Cambiare è possibile e conviene. La pretesa della cura, presente in tutte le malattie, è assente paradossalmente in questa malattia orfana di farmaci e di cure adeguate.

Fortunatamente, nel tempo, questo concetto estremamente penalizzante nei confronti dell’obesità è andato scemando per convergere (anche se non ancora del tutto) verso altre concezioni di questa patologia (solo recentemente riconosciuta come tale) molto più realistiche, vicine alla persona e funzionali al suo miglioramento.

L’obeso non è assolutamente “il diverso penalizzato per la vita”, come se fosse portatore e anche un po’ responsabile di un handicap inguaribile, bensì è una persona che, esattamente come tutte le altre, deve fare scelte di salute per poter stare bene. La dieta va sostituita con il concetto della “scelta di salute” che guarda al peso solo indirettamente. Il normopeso, come il sovrappeso e l’obeso, se hanno cura del proprio corpo e della propria salute debbono investire – per avere un’aspettativa di vita qualitativamente e quantitativamente migliore – su stili di vita salutari, contrastando la sedentarietà e l’eccesso di cibo. Quindi debbono essere educati, aiutati e guidati a modificare il proprio stile di vita attraverso strumenti “educativi” fondamentali, proposti dallo specialista ma che debbono poi diventare fattori personali di decisione consapevole. Una scelta ragionata che diventa un’abitudine ed infine un’esigenza.

L’esigenza di stare bene.


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    Dimagrire? Sì, sotto controllo medico

    La dieta è un atto medico e come tale deve essere gestita da operatori sanitari e diventa un atto clinico quando inevitabilmente si interferisce con la salute o le malattie del soggetto.

    La voglia di essere magri, oggi più di ieri, è un forte desiderio di giovani e meno giovani tutti consapevoli della “convenienza” estetica, funzionale e medica.

    La prima, estetica, riguarda soprattutto i soggetti giovani mentre la funzionale e la medica riguardano principalmente le persone che presentano patologie o disfunzioni correlate al cibo.

    Chi vuole modificare il proprio peso e di conseguenza la propria immagine è spesso un facile bersaglio dell’Industria dimagrante. Facile perché la voglia di dimagrire il più delle volte fa dimenticare i rischi velati o palesi che ci sono dietro i facili dimagrimenti.

    La dieta è un atto medico e come tale deve essere gestita da operatori sanitari e diventa un atto clinico quando inevitabilmente si interferisce con la salute o le malattie del soggetto.

    E’ il medico, infatti, che può prescrivere un farmaco o una dieta o un programma motorio nella gestione delle malattie quali il diabete, l’ipertensione arteriosa, le dislipidemie e tante altre malattie. La prevenzione delle malattie e il mantenimento dello stato di salute passa attraverso gli stili di vita salutari.

    Perché allora non rivolgersi sempre al medico e solo al medico quando si vuole modificare il proprio peso corporeo ?
    E’ sempre necessario?

    La prima cosa da fare è capire a quale fascia di peso si appartiene. In modo molto semplice dividendo il peso per l’altezza al quadrato si ottiene l’Indice di Massa corporea che se compreso tra 18,5 e 25 classifica il soggetto nel normopeso. Valori superiori sconfinano nel sovrappeso e nell’obesità di vario grado.

    L’esame bioimpedenziometrico, da effettuarsi in una struttura sanitaria, serve invece per quantificare la composizione corporea.
    Valori eccessivi di massa grassa anche con un peso normale ci possono far fare diagnosi di obesità.

    Se si appartiene alla fascia del normopeso, si è giovani (al di sotto dei 30 anni) e in buona salute ci si può affidare al fai da te per non più di 3 settimane e per una perdita di peso inferiore al 5%.

    Se invece ci si trova nella fascia del sovrappeso o peggio dell’obesità è bene rivolgersi ad un medico. Attenzione alla circonferenza addominale!

    Se presenta valori superiori a 88 cm nella donna e 102 cm nell’uomo, anche se il soggetto è normopeso o in leggero sovrappeso, rappresenta un rischio vascolare e metabolico importante e pertanto bisogna cercare una risposta medica evitando il fai da te.

    Bisogna evitare, inoltre, il fai da te se si ha un passato di diete fallimentari o se ci si accorge di essere condizionati pesantemente dal cibo e dal peso.
    Attenzione ai Disturbi Alimentari, e non solo all’anoressia o alla bulimia, sono sempre in agguato e non solo tra le donne o i giovanissimi.
    Se pensi di soffrire o se hai dubbi sul tuo comportamento alimentare puoi, in www.obesita.org, effettuare un test per sapere se devi approfondire la tua situazione in uno studio medico.

    Si può giustificare il “fai da te” solo se è inteso come attenzione verso un cibo sano e un aumento dell’attività motoria.
    Bisogna spostare, infatti, l’attenzione dal cibo al movimento e pensare che si ottiene un risultato maggiore modificando la propria attività motoria anzicchè ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo.
    Muoversi tanto aiuta a pensare sano, a sentirsi più rilassati e, se sazi nella giusta misura, tranquilli e senza il pensiero fisso del doversi controllare.

    Dopo queste doverose premesse sapendo che non tutti andranno dal medico, anche se rientranti nelle categorie dove il “fai da te” è bandito,ci sentiamo  di dare delle indicazioni che se seguite nella loro globalità possono essere di aiuto:

    • Muoviti di più fai almeno 10.000 passi al giorno e se vuoi ridurre il tuo peso almeno 15.000.
    • Non fare diete inferiori al Tuo metabolismo che puoi misurare con la calorimetria indiretta o stimare con una formula.
    • Non escludere nessun gruppo alimentare.
    • Inserisci almeno 5 porzioni tra frutta e verdura.
    • Fraziona il tuo menu in 5 pasti.
    • Mangia lentamente e cerca di sentire la sazietà.
    • Limita i grassi aggiunti.
    • Concediti della pause trasgressive cercando di coglierne solo gli aspetti piacevoli.

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      Calorimetria: misurare il metabolismo

      È indispensabile conoscere il proprio metabolismo per impostare un piano dietetico efficace mirato alle esigenze nutrizionali personali. La calorimetria è l’esame clinico in grado di misurare il consumo energetico a riposo del soggetto.

      La calorimetria misura il dispendio energetico a riposo (REE, Resting Energy Expenditure) ovvero la quantità di calorie necessarie per lo svolgimento delle funzioni vitali.

      È indispensabile conoscere tale valore per impostare un piano dietetico mirato alle esigenze nutrizionali individuali.La maggior parte delle persone in sovrappeso può perdere peso con una dieta pari al metabolismo misurato.

      Il metabolismo basale può essere misurato attraverso la calorimetria diretta (camera calorimetrica) oppure tramite quella indiretta (calorimetro). Il termine calorimetria significa letteralmente misura del calore come effetto di reazioni biochimiche che avvengono all’interno dell’organismo.

      La calorimetria diretta permette di valutare la spesa energetica a partire dalla misurazione della dispersione di calore di un soggetto posto all’interno di una stanza adeguatamente attrezzata. Purtroppo gli alti costi ne limitano notevolmente l’impiego che è generalmente confinato alla convalida di altre metodiche.

      La calorimetria indiretta è la metodica che consente di valutare la spesa energetica attraverso la misurazione delle variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nei gas respiratori e di calcolare inoltre l’ossidazione dei substrati energetici (glucidi, lipidi, protidi).

      Il primo calorimetro diretto, ovvero la camera calorimetrica (una camera isolata termicamente dove il soggetto è libero di muoversi) fu costruito dai professori Atwater (chimico) e Rosa (fisico) nel 1890.
      Nei primi del Novecento furono costruite apparecchiature a misura indiretta tramite cioè la misurazione dei gas respiratori che venivano raccolti in sacche (famosa quella di Douglas utilizzato anche oggi) o l’utilizzo di spirometria a cui erano collegati analizzatori dei gas respiratori; apparecchiature complesse che venivano per lo più utilizzate a scopo di ricerca.

      Con la più recente tecnologia nel campo dei microprocessori è oggi possibile estendere l’utilizzo dal campo della ricerca al campo clinico.
      Apparecchiature di più semplice utilizzo e maggiore precisione consentono di misurare il dispendio energetico con un esame che impegna il soggetto per circa 20-30 minuti.


      Scrivi qui sotto per richiedere informazioni i professionisti di Obesità.org sono a vostra disposizione per rispondere a domande specifiche in forma anonima e gratuita.

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        Bambini in sovrappeso e sedentarietà

        Oltre all’aumentato consumo di cibi ricchi di energia e ricchi di grassi, la generale tendenza alla sedentarietà ha contribuito in modo notevole al vistoso incremento della prevalenza dell’obesità.

        Questo nuovo stile di vita è favorito dal rilancio tecnologico che riduce al minimo sforzo ogni attività della giornata: trasporti automatizzati, ascensori, scale mobili, riscaldamento, lavatrice, lavastoviglie, computer, telefoni interni, telecomando, telefono cellulare, alzacristalli elettrici, spazzolino elettrico, grattugia elettrica…e così per tanti altri aspetti della quotidianità di ogni persona.

        La riduzione dell’attività fisica quotidiana, causa importante dello sviluppo del sovrappeso, è progressiva con l’aumentare dell’età soprattutto nelle ragazze.

        Nell’ambito delle attività sedentarie che occupano sempre maggior spazio nella giornata dei ragazzi, a televisione e computer sono dedicate molte ore con effetti ed conseguenze importanti e preoccupanti: riduzione del metabolismo, visione di pubblicità alimentari, invito a mangiare, sottrazione di tempo ad attività più dispendiose.

        È stata più volte sottolineata la correlazione tra ore trascorse davanti alla televisione e grado di sovrappeso, logica conseguenza di uno squilibrio tra introito e dispendio energetico e della modificazione delle preferenze alimentari indotta dall’esposizione a spot alimentari anche di brevissima durata (30 secondi).
        Secondo recenti analisi ogni 5 minuti viene trasmesso uno spot alimentare.

        Tra i fattori che possono influenzare il BMI nell’adolescenza rientrano infine i redditi delle famiglie di appartenenza che spesso si ripercuotono in una bassa qualità degli alimenti, basso consumo di fibra ed elevato apporto di grassi (cibi pronti e preconfezionati, merendine e fast food).


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          Russamento e apnea

          Il russamento abituale o roncopatia (tutte le notti da almeno 6 mesi nell’adulto/maggiore o uguale a 3 notti/settimana nel bambino) favorisce il rischio di apnee, con sviluppo anche di importanti malattie sistemiche che possono ridurre la sopravvivenza del soggetto, sonnolenza diurna , anche durante la guida o altre attività che richiedano concentrazione, con sensibile aumento di incidenti stradali e/o lavorativi come statisticamente dimostrato.

          Il russamento occasionale e leggero è un evento che può capitare a tutti, ad esempio in occasione di un’infezione delle vie aeree superiori (con ostruzione nasale, o una tonsillite, faringite, ecc..) oppure dopo una cena specie se con accompagnamento di una quantità  maggiore di alcolici: il rumore è procurato essenzialmente dalla vibrazione del palato molle e aggravato dalla posizione supina. Di solito non comporta effetti significativi, rumore a parte.

          Il russamento abituale o roncopatia (tutte le notti da almeno 6 mesi nell’adulto/maggiore o uguale a 3 notti/settimana nel bambino) non è altrettanto inoffensivo: al rischio di apnee, con sviluppo anche di importanti malattie sistemiche che possono ridurre la sopravvivenza del soggetto, si può associare un’importante sonnolenza diurna (Excessive Daytime Sleepiness o EDS) , anche durante la guida o altre attività che richiedano concentrazione, con sensibile aumento di incidenti stradali e/o lavorativi come statisticamente dimostrato.

          Sul punto è intervenuto anche il Legislatore che con il decreto del 3 febbraio 2016 ha dettato gli indirizzi medico-legali da osservare per l’accertamento dell’idoneità  alla guida dei soggetti affetti da disturbi del sonno per apnee ostruttive notturne (o sospettati di essere affetti da tale patologia): nei casi accertati non sarà  possibile la concessione o rinnovo della patente senza dimostrazione di trattamento efficace della roncopatia.

          A ciò si aggiunge che in caso di russamento abituale diminuisce il livello di benessere soggettivo, come evidenziano le varie scale utilizzate per misurarlo, e anche il benessere del partner, e quindi anche la qualità delle relazioni di coppia, in rapporto soprattutto all’intensità e alla frequenza del russamento, può risultare compromesso.

          Al russamento abituale si possono associare quadri di ostruzione respiratoria con conseguente sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS): se la chiusura al transito aereo è parziale si determina una riduzione del flusso (ipopnea) ma quando la faringe si chiude completamente, la respirazione cessa (apnea). La conseguenza dell’ostruzione è che man mano che l’apnea procede, l’ossigeno nel sangue diminuisce (ipossiemia) e l’anidride carbonica aumenta (ipercapnia): il cervello viene avvertito di ciò, e invia una sorta di messaggio di allarme con una conseguente attività  di “risveglio” (arousal) che provoca l’attivazione dei muscoli dilatatori della faringe (quelli che si rilassano nel sonno) e quindi la sospensione dell’apnea per cui il soggetto effettua di solito tre o quattro respiri fragorosi, e l’ossigenazione torna a livelli accettabili.

          I risvegli sono nella grande maggioranza dei casi di brevissima durata, e non vengono ricordati al mattino. Qualche volta invece il paziente si sveglia con la sensazione, del tutto realistica, di soffocare.

          Dopo il microrisveglio la situazione si normalizza, il sonno torna profondo, le vie aeree possono di nuovo chiudersi per effetto del rilassamento muscolare, e il ciclo ricomincia. Questa situazione di “va e vieni” fra periodi di apnea e momenti di iperventilazione può ripetersi anche centinaia di volte nel corso di una notte.

          Le conseguenze di una tale situazione possono verificarsi durante il sonno (il soggetto si sveglia o comunque dorme male) o al risveglio e durante il giorno.

          I sintomi più frequenti delle OSAS possono essere così classificati:

          -Tipici :

          • Russamento
          • Sonno non riposante
          • Sonnolenza diurna
          • Cefalea mattutina

          -Comuni:

          • Nicturia (necessità di alzarsi per urinare)
          • Chocking (soffocamento)
          • Riduzione della libido (desiderio sessuale)
          • Enuresi (urinare durante il sonno)

          Alcuni fattori potenzialmente modificabili, quali l’alcolismo, il fumo di sigaretta e la deplezione di estrogeni durante la menopausa, sono in grado di favorire la sindrome apnoica ma soprattutto è l’aumento del BMI
          con valori indicanti la presenza di sovrappeso (BMI= 25-29.9) o dell’obesità
          (BMI > o = a 30) a interferire negativamente con l’OSAS tant’è  la riduzione di anche solo il 10% del peso in eccesso è in grado di migliorare in maniera clinicamente significativa l’indice di apnea-ipopnea.

           

           

          Dr. Cazzato Giorgio Specialista Otorinolaringoiatra, collabora con l’ambulatorio del Dott.Oliva per la diagnostica ( polisonnografia) e per l’eventuale percorso terapeutico.


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            Il programma dietetico: le fasi della terapia

            La conoscenza del proprio metabolismo basale, della composizione corporea, del livello di attività motoria e del comportamento alimentare permettono di prendere atto della situazione di partenza e di pianificare, pertanto, obiettivi realistici e quindi raggiungibili. Vengono indagate le aree motivazionali ed eventuali resistenze al cambiamento.

            Fase 1

            CONSAPEVOLEZZA DELLO STATO NUTRIZIONALE E MOTIVAZIONALE

            La conoscenza del proprio metabolismo basale, della composizione corporea, del livello di attività motoria e del comportamento alimentare permettono di prendere atto della situazione di partenza e di pianificare, pertanto, obiettivi realistici e quindi raggiungibili. Vengono indagate le aree motivazionali ed eventuali resistenze al cambiamento.

            Fase 2

            PIANIFICAZIONE E VALORIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI

            Bisogna spostare l’attenzione dall’ago della bilancia alla persona. 
Il programma educazionale, a differenza della dieta dimagrante, guarda al benessere della persona più che alla massa coporea. 
Cura l’Obeso per contrastare l’obesità.
E’ compito dei vari operatori (medico, dietista, psicologo) far emergere i vantaggi di loro competenza affinché l’obeso sia sempre più consapevole dei miglioramenti ottenuti.
La bilancia, il metro, gli esami di laboratorio ma soprattutto il sentirsi e il vedersi meglio sono i parametri che rinforzano la motivazione al cambiamento.

            Fase 3

            GESTIONE DELLA TRASGRESSIONE

            Il piacere di sapersi controllare

 è il vero punto focale della terapia. 
L’obeso è fin troppo bravo a seguire le regole ferree delle diete dimagranti ma è incapace a gestire la trasgressione.
Questa, infatti, rappresenta spesso la fine della dieta. Il programma educazionale, messo a punto nel nostro Ambulatorio, considera la cosidetta “normalità dietologica” il vero obiettivo terapeutico.
Allenarsi alla precisione della regola e alla gestione della trasgressione. 
Risparmio tutti i giorni per poter spendere ed essere felice di poterlo fare quando ne ho voglia.
La sazietà, ottenuta con una dieta saziante, evita la perdita di controllo che è la naturale conseguenza della restrizione imposta dalle diete dimagranti.
Il rispetto della regola dietologica e la possibilità o meglio la necessità della trasgressione porta ad acquisire un autocontrollo alimentare: saper tornare alla regola dopo la trasgressione.
L’obeso che riscopre la capacità di sapersi controllare rinforza la propria autostima e intravede la possibilità di riuscire a perdere peso e a mantenerlo facilmente.

            Fase 4

            MANTENERE

            Il supporto periodico, settimanale nella prima fase, quindicinale o mensile nella fase di mantenimento, e la possibilità di potersi mettere in contatto con il proprio terapeuta (medico, psicologa, dietista) fa si che l’obeso non si senta mai solo nel doversi fare carico dei suoi chili e dei suoi problemi.
 La dieta dimagrante lascia l’obeso in balia di se stesso. Il programma educazionale, invece, lo prende per mano, indica la strada, educa, sostiene, cura. 
Curare l’obeso per contrastare l’obesità.


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              Attività motoria: programmata e non

              Il termine attività fisica comprende tutti i movimenti dei muscoli del corpo che comportano una spesa energetica.
 











Si può distinguere un’attività fisica non programmata da un’attività fisica programmata.

              L’esercizio fisico, quando è imposto, non fa nessun male al corpo: ma la conoscenza acquisita per forza non ha presa sulla mente. ( Platone )

              Il termine attività fisica comprende tutti i movimenti dei muscoli del corpo che comportano una spesa energetica.
              Assumendo come misura di base il MET (unità metabolica) che corrisponde a 1 Kcal spesa per Kg di peso corporeo per ora, si ritiene utile, nella gestione del peso corporeo, un movimento che porti a consumare almeno 3 MET.

              Esempi di attività motorie che comportano il consumo di almeno 3 MET:

              •  Camminata alla velocità di 3 km/h
              • Corsa in bicicletta alla velocità di 10 km/h
              • Passeggiata in salita (montagna)
              • Stirare
              • Rifare i letti
              • Pulire le finestre
              • Stendere il bucato
              • Giardinaggio
              • Giocare a bowling
              • Giocare a golf (camminando)

              Schematicamente si può distinguere un’attività fisica non programmata da  un’attività fisica programmata.

              Attività fisica non programmata

              Attività quotidiane: tutti i movimenti del corpo comprese le faccende domestiche, la spesa, il lavoro, etc…

              Attività fisica programmata

              Esercizio fisico: movimenti ripetitivi programmati e strutturati, specificamente destinati al miglioramento della forma fisica e della salute
              sport: attività fisica che comporta situazioni di competizione strutturate e sottoposte a regole

              La consapevolezza che la sedentarietà sia una causa importante del dilagare dell’obesità nei paesi industrializzati, ci porta a considerare l’attività fisica come parte integrante ed indispensabile della terapia.

              Senza attività motoria non è possibile controllare il peso corporeo nel lungo periodo.
 Siamo passati negli ultimi decenni da lavori pesanti a lavori sedentari considerando la passeggiata prima come il giusto riposo dopo una giornata di lavoro pesante adesso come la fatica dopo una giornata di lavoro sedentario.

              La modernità ha portato inoltre piccoli cambiamenti nella quotidianità che hanno determinato un’importante riduzione del consumo energetico volontario.

              La terapia dell’obesità oltre alla giusta attenzione verso il cibo, deve basarsi sulla ricerca di occasioni di movimento.

              E’ stato stimato che:

              • l’uso del telefono cordless comporta una riduzione di circa 16 km l’anno della distanza percorsa a piedi
;
              • l’uso del telecomando per la televisione ci fa eseguire circa 1800 movimenti in meno l’anno
;
              • l’uso del telecomando per il garage comporta 1.400 movimenti in meno l’anno

              Lo stile di vita dei paesi industrializzati è fortemente condizionato dalle comodità:

              • automobile per spostamenti irrisori
              • biciclette elettriche
              • spremiagrumi elettrico
              • grattuggia elettrica
              • spazzolino elettrico
              • alzacristalli elettrico
              • telecomando per lo stereo
              • scale mobile ed ascensori
              • tapis roulant negli aeroporti
              • telefoni interni
              • internet: conti correnti e operazioni on line, spesa online, etc…



…e tante altre occasioni di non movimento determinano una riduzione giornaliera del consumo energetico.

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                Un cioccolatino per spegnere l’infiammazione

                Uno studio condotto presso i Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, in collaborazione con l’Istituto dei Tumori di Milano ha verificato che il consumo di 6,7 grammi di cioccolato nero al giorno offre un effetto protettivo dalle malattie cardiovascolari. Il Progetto Moli-sani ha coinvolto finora oltre 20.000 abitanti del Molise per studiare i meccanismi dell’infiammazione monitorando i livelli ematici di proteina C reattiva e il consumo di cioccolato.

                Su circa 11.000 soggetti, ne sono stati identificati 4.849, in buona salute e senza fattori di rischio cardiovascolare, di questi, 1.317 non mangiavano cioccolato, mentre 824 ne consumavano regolarmente, ma solo la varietà fondente.

                “Siamo partiti dall’ipotesi – spiega Romina di Giuseppe, autrice della ricerca – che l’elevato contenuto di antiossidanti dei semi di cacao, in particolare flavonoidi e altri polifenoli, potesse avere un effetto positivo sullo stato infiammatorio”. E in effetti le persone che mangiano abitualmente cioccolato fondente in quantità moderata presentavano valori di proteina C reattiva significativamente più bassi: una riduzione media del 17%.

                Il migliore effetto riscontrato si otteneva con una media di 6,7 grammi di cioccolato al giorno, oltre questi quantitativi l’effetto protettivo tende a perdersi.


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                  Fibre alimentari e salute

                  Le proprietà delle fibre alimentari sono numerose: aumentano il senso di sazietà, sono in grado di trattenere l’acqua, migliorano la motilità intestinale, riducono l’indice glicemico dei carboidrati e non hanno valore calorico.

                  Sono ormai diversi anni che viene sottolineato il ruolo delle fibre nell’alimentazione (i primi studi sulle fibre alimentari risalgono alla seconda metà del XX secolo); in effetti, le proprietà delle fibre alimentari sono numerose: aumentano il senso di sazietà, sono in grado di trattenere l’acqua, migliorano la motilità intestinale, riducono l’indice glicemico dei carboidrati e non hanno valore calorico.

                  L’osservazione che i popoli a prevalente consumo di alimenti vegetali presentano una più bassa incidenza di malattie metaboliche e neoplastiche, ha portato a studiare il come ed il perché tale modo di alimentarsi riesca ad avere un effetto favorevole per la salute. Accanto alle ipotesi che hanno considerato una maggiore ricchezza in vitamine e in antiossidanti associata ad una povertà in colesterolo e in acidi grassi saturi, si è aperta la strada verso lo studio di specifiche azioni esercitate direttamente dalle componenti non assorbibili dei vegetali che, contrariamente a quanto fino ad un tempo ritenuto, non sono sostanze inerti, ma sostanze dotate di proprie attività funzionali favorevoli per l’organismo. Diversi studi hanno dimostrato che elevati apporti sono associati con la riduzione del rischio del diabete tipo 2 e delle coronaropatie e che queste correlazioni sono indipendenti da altri fattori di rischio. Studi sperimentali hanno dimostrato infatti che le fibre possono ridurre il livello del colesterolo totale e delle LDL, così come i livelli di glucosio e di insulina, influenzando favorevolmente il rischio cardiovascolare.

                  Simili evidenze epidemiologiche si correlano peraltro anche alla protezione nei confronti delle malattie gastrointestinali, al miglioramento dell’attività fisiologica delle vie biliari, al miglioramento del tempo di transito intestinale, all’attivazione della fermentazione della microflora ed alla riduzione del peso.

                   Secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) la quantità consigliata di fibre dovrebbe essere di 12 – 16 grammi ogni 1000 Kcal assunte.

                  Aumentare la quantità di fibre oltre la dose consigliata può essere controproducente: una quantità eccessiva ostacola l’assunzione di microelementi utili (calcio, ferro, magnesio ecc.), dà problemi intestinali e alla lunga abitua il corpo a essere più attento all’assorbimento dei cibi, causando un effetto ingrassante di rimbalzo quando si torna a una dieta normale.

                   

                  Effetti Nutraceutici dei legumi

                  I legumi sono alimenti di origine vegetale; più precisamente, si tratta di semi racchiusi in un baccello; appartengono all’ordine delle Fabales, pertanto non si tratta né di cereali e nemmeno di bacche o altri ortaggi.

                  I legumi più noti sono: fagioli, piselli, fave, ceci, lenticchie, soia, lupini, arachidi e cicerchie . I legumi sono commercializzati sotto diverse forme di conservazione. Ogni specie è a sé stante: fave e piselli sono disponibili a fine primavera, mentre fagioli (in base alla varietà), lenticchie e ceci in estate. Sono disponibili anche legumi conservati in lattine, all’interno delle quali vengono immersi nel corrispettivo liquido di cottura e di governo. Infine, i legumi possono essere conservati a temperatura ambiente in maniera ottimale previa essiccazione; quest’ultimo metodo permette di non utilizzare grosse quantità di sale (NaCl) e mantiene una certa integrità nutrizionale. I legumi secchi, eccezion fatta per le lenticchie, prima della cottura necessitano un periodo di ammollo in acqua fredda indispensabile alla reidratazione del seme.

                  Meglio sempre portarli in tavola associandoli a riso o pasta integrali per assimilarne tutti i nutrienti ed avere un corretto apporto di aminoacidi essenziali. In particolar modo, i fagioli aiutano ad abbassare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e, di fatto, a proteggere il cuore. Le fibre in essi contenute procurano un senso di sazietà e aiutano quindi a controllare l’assunzione degli alimenti, trattengono inoltre i grassi saturi e il colesterolo a livello intestinale. Le fibre dei fagioli, infine, fermentano nell’intestino e producono grassi acidi solubili nel sangue, senza creare depositi sulle pareti arteriose. Questo legume possiede inoltre straordinarie proprietà utili sia contro lʼiperglicemia che per alcuni disturbi femminili, fungendo da ricostituente delle mucose uterine. Anche se non si riesce a consumarli tutti i giorni, l’ideale sarebbe consumare almeno tre porzioni di legumi a settimana per arrivare ad una quantità significativi.

                  Il problema del meteorismo

                  Ciò che generalmente frena la popolazione nel consumo dei legumi sono i cosiddetti “effetti collaterali”, ovvero il meteorismo e la flatulenza. Questo fenomeno è dato prevalentemente dalla fermentazione batterica colica (intestino crasso) verso alcune molecole glucidiche, più precisamente due oligosaccaridi: raffinosio e stachiosio. Il risultato è una più o meno abbondante produzione di metano che in piccolissima parte viene assorbito, ma per lo più subisce l’espulsione diretta. D’altro canto, un meccanismo simile pare favorire la riduzione significativa dei composti cancerogeni abbassando il rischio di tumore al colon. Ad ogni modo, per limitare l’insorgenza del meteorismo e della flatulenza è possibile setacciare al passaverdura (non frullare!) i legumi ben cotti escludendone la buccia.

                  In questo modo evitiamo il meteorismo associato al consumo di legumi e non escludiamo questa preziosa categoria di alimenti dalla nostra alimentazione.

                  Legumi contro il colesterolo alto

                  Dal punto di vista digestivo, mangiando legumi si osserva una notevole riduzione dell’assorbimento del colesterolo; questo accade grazie all’azione chelante delle saponine (glicosidi) e della lecitina (steroide vegetale) sia sulle molecole grasse esogene, che su quelle endogene escrete nell’intestino per mezzo della bile. In definitiva, il consumo di legumi è particolarmente indicato nel controllo glicemico, nella prevenzione e nella cura delle dislipidemie, del tumore al colon e della stitichezza. Chi consuma legumi almeno quattro volte a settimana ha minori probabilità di contrarre malattie cardiache rispetto a chi li consuma saltuariamente; chi consuma legumi al posto della carne riduce drasticamente il rischio d’infarto.

                  Giulia Puggioli-dietista-


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                    Sindrome dell’intestino irritabile: le cause

                    La patogenesi della SII  è multifattoriale ed i meccanismi fisiopatologici implicati sembrerebbero essere  un’alterata motilità intestinale, ipersensibilità viscerale e disturbi della sfera psicologica

                    Le cause

                    La patogenesi della Sindrome dell’intestino irritabile (SII) è multifattoriale e i meccanismi fisiopatologici implicati sembrerebbero essere  un’alterata motilità intestinale, ipersensibilità viscerale e disturbi della sfera psicologica ; tuttavia sono stati identificati polimorfismi genetici regolatori della serotonina e delle citochine infiammatorie, alterazioni dei neurotrasmettitori gastrointestinali, della flora batterica o microbiota intestinale, della permeabilità intestinale del sistema immunitario di mucosa come possibili elementi patogenetici.

                    Diversi studi hanno documentato la presenza di disturbi della sfera psicologica e somatizzazione in pazienti con SII; (va ricordato che il sistema digerente è la parte del corpo più sensibile alle emozioni grazie ad una fitta rete di fibre del sistema nervoso vegetativo simpatico e parasimpatico che fanno da via di comunicazione tra i centri cerebrali ed i visceri). Tuttavia sarebbero gli stessi disturbi gastrointestinali cronici e ricorrenti (dolore, gonfiore, stipsi, diarrea) a determinare nel lungo termine disturbi psicologici : è evidente come il rapporto tra i fattori psicologici ed i disturbi digestivi sia bidirezionale.

                    Circa l’alterata motilità intestinale ad oggi non ci sono evidenze  tra soggetti sani e affetti da SII, ipotesi che ha spinto la ricerca verso altri settori ad esempio le alterazioni della percezione viscerale in seguito a pasti ed eventi stressanti. E’ stato rilevato ,infatti , che la percezione del dolore in seguito a distensione del retto con un palloncino viene percepita per volumi di distensione inferiori nei pazienti con SII rispetto ad un gruppo di volontari sani e che vi è un aumento della sensibilità viscerale in pazienti con SII ad alvo diarroico e una soglia al dolore aumentata in pazienti con alvo stitico.

                    Anche il ruolo dei gas intestinali è stato studiato e mentre il volume dei gas intestinali a digiuno non rileva differenze tra soggetti affetti e soggetti sani, se si infondono volumi di gas in entrambi i gruppi, nei pazienti affetti la progressione dei gas è rallentata determinando la comparsa di sintomatologia tipica, gonfiore ,distensione addominale e quindi dolore.

                    Circa il microbiota intestinale dei pazienti con SII è stato rilevato un aumento della fermentazione colica ed una riduzione di lattobacilli e bifido batteri ed un aumento di streptococchi ed escherichia coli; inoltre fattori dietetici e malassorbimento dei sali biliari rappresentano un fattore importante per la determinazione dell’alvo diarroico per il potere irritante di quest’ultimi sulla mucosa intestinale.

                    La serotonina, una monoammina contenuta per il 5% nel sistema nervoso centrale e per il 95% nel tratto intestinale (prodotta dalle cellule enterocromaffini), ha recettori localizzati sulle vie nervose intrinseche implicate nel controllo dell’attività motoria intestinale e sulle fibre nervose afferenti primarie implicate nella trasmissioni degli stimoli sensoriali viscerali. Alcuni studi mostrano alterazioni nel rilascio di serotonina dalla mucosa intestinale ed alterazioni nel numero di cellule enterocromaffini, in particolare la concentrazione post-prandiale plasmatica nei pazienti con alvo diarroico risulta aumentata ed in quella nei pazienti con alvo stitico diminuita.

                    Anche le infezioni gastrointestinali sarebbero implicate nella genesi della SII soprattutto quelle legate ad infezione da Shigella, Salmonella e Campylobacter.

                    Nei pazienti affetti da MICI in remissione o con colite microscopica e nei pazienti con SII sono stati inoltre testimoniate presenze elevate di mastociti che a livello della mucosa colica una volta attivati rilasciano mediatori in grado di aumentare l’eccitabilità dei neuroni enterici intrinseci e dei neuroni afferenti estrinseci con sequele sulle funzioni motorie e viscerali.

                    Federica Mercuri-Dietista-


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