19

aprile

2019

Dalla diversità penalizzante alla scelta di salute

Corpo grosso e ingombrante, pesantezza, difficoltà nei movimenti quotidiani, vergogna per il proprio stato, sguardi e giudizi di familiari, conoscenti ed estranei. Si evita di guardarsi allo specchio, non si ha tanta voglia di uscire, ci si è abituati a questa condizione fisica e mentale. Ci si sente sempre in colpa, al posto sbagliato e con un grande disagio dentro. E’ visibile l’obesità, tanto visibile da doverne rendere sempre conto agli altri.

Le persone obese o in forte sovrappeso sono spesso considerate, e lo erano assolutamente fino a qualche anno fa anche nell’ambito medico, persone portatrici di una diversità cronica e senza rimedio, un po’ da compatire, un po’ da spronare facendo leva sulla loro forza di volontà e impegno, come se la condizione del loro corpo fosse tutta colpa loro e merito dell’incapacità di sapersi controllare e gestire nell’alimentazione.

Mi raccomando dimagrisca (…) perda 30 chili e poi possiamo programmare l’intervento (…) è diabetico: o si mette a dieta o deve prendere il farmaco (…) la sua artrosi migliorerà se dimagrisce, mi raccomando si metta a dieta (…). Ma non capisce che deve dimagrire (…)

Messaggi che colpevolizzano e non motivano. Il paziente si viene così a trovare in un ruolo, in parte auto-costruito anche involontariamente e in parte definito dal contesto esterno sociale, medico e relazionale, in cui si sente e si vede in difetto e gli altri rinforzano questo aspetto di colpa, questa mancanza di volontà e negativismo: sei grasso, dunque, brutto ed è disdicevole magari frequentarti; sei obeso, malato e non capisci che devi dimagrire.

La classica prescrizione a lungo attuata (e tuttora appartenente a molte prassi di cura): “Mi raccomando dimagrisca, mangi meno e si muova di più”, come se tutto dipendesse dal paziente, veicola proprio questo messaggio: mancata comprensione delle difficoltà, della malattia e del malato che necessita di una cura. Il disagio relazionale, sociale e psicologico (anche solo come conseguenza), oltre che fisico non viene preso in carico ma è delegato totalmente alla volontà del paziente; come se dipendesse solo dalla volontà, come se un bel giorno il soggetto avesse deciso di ingrassare e ora non volesse decidere di dimagrire. Distacco assoluto tra necessità di cura e vita reale della persona. Non si delega, bisogna farsi carico delle aspettative del soggetto e delle sue debolezze, dei sintomi, delle resistenze, delle motivazioni e della voglia di cambiare.

Cambiare è possibile e conviene. La pretesa della cura, presente in tutte le malattie, è assente paradossalmente in questa malattia orfana di farmaci e di cure adeguate.

Fortunatamente, nel tempo, questo concetto estremamente penalizzante nei confronti dell’obesità è andato scemando per convergere (anche se non ancora del tutto) verso altre concezioni di questa patologia (solo recentemente riconosciuta come tale) molto più realistiche, vicine alla persona e funzionali al suo miglioramento.

L’obeso non è assolutamente “il diverso penalizzato per la vita”, come se fosse portatore e anche un po’ responsabile di un handicap inguaribile, bensì è una persona che, esattamente come tutte le altre, deve fare scelte di salute per poter stare bene. La dieta va sostituita con il concetto della “scelta di salute” che guarda al peso solo indirettamente. Il normopeso, come il sovrappeso e l’obeso, se hanno cura del proprio corpo e della propria salute debbono investire – per avere un’aspettativa di vita qualitativamente e quantitativamente migliore – su stili di vita salutari, contrastando la sedentarietà e l’eccesso di cibo. Quindi debbono essere educati, aiutati e guidati a modificare il proprio stile di vita attraverso strumenti “educativi” fondamentali, proposti dallo specialista ma che debbono poi diventare fattori personali di decisione consapevole. Una scelta ragionata che diventa un’abitudine ed infine un’esigenza.

L’esigenza di stare bene.

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