22

marzo

2018

L’importanza del tempo per sè

Riportiamo il testo dell’intervista al Dott. Luigi Oliva sull’importanza del tempo per sé presente sul numero di febbraio 2018 della rivista Diagnosi & Terapia

Nell’approccio terapeutico a qualunque tipo di patologia o disturbo si tende a tralasciare quello che al contrario è un vero e proprio punto fondamentale della cura: il tempo per sé.

Non che esista un tempo misurato e predeterminato per ogni tipo di cura e trattamento, tutt’altro.

Ciò che davvero riveste un ruolo centrale e che spesso determina la differenza tra il fallimento o il successo di ogni terapia è proprio il tempo di cura, ovvero la quantità (ma anche la qualità) del tempo che lo specialista e il paziente dedicano al percorso terapeutico, oltre al tempo da dedicare a sé stessi e al proprio corpo per accompagnarlo attraverso il necessario cambiamento fisico e mentale.

Nella terapia dietologica, ad esempio, la dieta non va considerata non come unico strumento verso l’obiettivo finale della perdita di peso ma come uno degli strumenti verso il raggiungimento di uno stato di salute, sia fisica che più generalmente psichica.

La parola diaita dal latino diaeta, a sua volta dal greco διαιτα, dìaita, «modo di vivere» nell’antichità stava infatti ad indicare uno stile di vita in cui l’attenzione verso un giusto nutrimento, un adeguato movimento nonché la capacità di vivere in uno stato di tranquillità e calma (otium) indicava la corretta via verso la salute e la longevità.

E’ solo a partire dagli ultimi decenni che abbiamo cominciato ad attribuire al termine dieta un significato legato sempre più strettamente alle calorie assunte durante i pasti, e valutandone esclusivamente i benefici e le virtù relative alla perdita di peso e al dimagrimento.

La parola dieta è diventata perciò sempre più spesso causa di fallimenti, di obesità e di una sempre maggiore diffusione dei disturbi alimentari.

Parte integrante della diaita era invece proprio il concetto di “cura di sé”, di amor proprio che non può prescindere da quel “sano egoismo” che ci permette di pensare a noi stessi per pensare agli altri.

E’ quanto mai opportuno perciò ritornare al concetto originario e considerare la dieta come strumento di terapia verso la salute, intesa quest’ultima non come assenza di malattia ma come percezione del benessere (definizione OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità).

Si parla di tempo “utile” intendendo il tempo che può essere impiegato per diversi scopi: il tempo per la terapia intesa come la pianificazione di incontri con una frequenza costante, il tempo per organizzare e gestire con regolarità l’assunzione di cinque pasti giornalieri applicando il principio del frazionamento, alleato del metabolismo e del raggiungimento del senso di sazietà ed equilibrio.

Ma utile è anche il tempo da dedicare all’attività motoria, per bruciare di più, allenare il metabolismo a consumare meglio e più velocemente le calorie introdotte con l’alimentazione.

Com’è preziosissimo anche il tempo da dedicare a se stessi e alla riflessione, per ascoltarsi e pensare imparando a riconoscere e fermare i comportamenti impulsivi.

Il tempo, infine, da dedicare alla preparazione al percorso di terapia, e che comprende il ragionamento e la convinzione sulle motivazioni che hanno portato ad affrontare il percorso, l’individuazione degli ostacoli e delle resistenze possibili e la pianificazione delle possibili reazioni ad essi.

Tutti questi tempi, che possiamo riassumere in generale nel concetto più ampio di tempo per la cura, devono poi essere innanzitutto adeguati. Devono essere cioè dei tempi consoni e commisurati all’attività e agli obiettivi che si è stabilito di raggiungere.

Si tratta di noi stessi e di quanto siamo disposti a volerci bene.

Per consumare un pasto, ad esempio, non possiamo pensare che siano sufficienti 10 minuti, magari di fronte a un monitor per ottimizzare i tempi, o semplicemente per pigrizia e mancanza di stimoli.

Un tempo “adeguato” per un pasto non dovrebbe essere inferiore a 30 minuti, dei quali il tempo per il consumo vero e proprio degli alimenti riveste sicuramente una parte preponderante, ma è importante anche il tempo di preparazione/attesa del pasto e di rilassamento. Dai 10 ai 15 minuti in cui non si pensa ad altro che a nutrirsi in modo sano e si lasciano (o almeno si prova a lasciare) da parte lo stress e le tensioni quotidiane.

Lo stesso esempio risulta calzante anche se lo applichiamo all’attività sportiva: va bene cercare di muoversi il più possibile per gli spostamenti ordinari, ma per fare davvero la differenza e dare un forte contributo alla terapia dietetica sarebbe ottimale ricavarsi un tempo appositamente dedicato allo svolgimento di un’attività motoria a piacere, anche leggera, attribuendo ad essa un preciso orario e una precisa durata nell’arco della settimana.

Un ottimo spunto che aiuta non solo a mantenersi in forma, e nel caso della dieta dimagrante o di mantenimento, ad aumentare il consumo calorico e favorire l’accelerazione del metabolismo, ma che contribuisce a determinare uno stato di rilassamento psico-fisico che automaticamente potenzia e ottimizza anche tutti gli altri “tempi” per sé.

La tensione lavorativa così scivola via e fa spazio alle emozioni e alle sensazioni positive indotte dal movimento e dallo sport. Il pasto successivo beneficerà così di questo stato di benessere e lo sfrutterà per amplificarlo a sua volta, fino ad allenare ed abituare la mente e il proprio corpo a un nuovo livello di benessere e salute costituito di tanti nuovi “tempi” di qualità e che andranno a costituire una rinnovata normalità, terreno fertile e ricettivo da cui iniziare a ricostruire la propria individualità.

Un ulteriore passo verso il raggiungimento di un maggior livello di benessere è poi l’ampliamento della percezione di sé stessi e dei segnali che il nostro corpo inconsciamente invia: il tempo per l’ascolto di sé. Mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, riposare quando siamo stanchi. Ma anche seguire le proprie passioni, leggere un libro in silenzio, coccolarsi.

Le persone oggi fanno sempre più fatica a ritagliarsi del tempo per sé. Ma per quale motivo?

La causa principale è un pensiero diffuso teso a soddisfare i propri doveri prima delle proprie volontà e dove la cura di sé è vista negativamente come un lusso che le persone impegnate e attive non possono permettersi di concedere.

La società moderna, l’ipertecnologizzazione delle nostre esistenze, la ricerca della produttività ad ogni costo restringono e contingentano il tempo a nostra disposizione, lasciandoci la sensazione che esso sia esaurito, mentre in realtà siamo noi stessi che, lasciandoci prendere la mano dagli incessanti stimoli che ci vengono offerti, di tempo ne avremmo a disposizione in abbondanza ma decidiamo di impiegarlo in attività che ci generano ansia e stress, anziché investirlo per favorire il nostro benessere.

Se analizziamo le richieste dei pazienti durante la prima visita, notiamo che la domanda diretta di perdita di peso sottende in realtà un desiderio più profondo di stare bene con se stessi e il proprio corpo e di trovare un equilibrio e una stabilità psico-fisica durevole nel tempo.

Ma queste persone dicono di non avere tempo. Lo considerano un fatto incontrovertibile e immodificabile.
Lo scopo di un buon dietologo nutrizionista è proprio quello di smentire questa convinzione, dandosi altro tempo necessario a modificare nel paziente questa rappresentazione erronea della realtà.

Un intervento che viene spesso proposto nella fase iniziale di un percorso terapeutico di tipo dietologico è infatti una sorta di educazione alla gestione del tempo. Il terapeuta, o lo specialista che segue il paziente nella raccolta delle informazioni sulla sua quotidianità necessarie anche alla predisposizione della prescrizione dietetica, raccoglie così anche altre informazioni relative al tempo che egli dedica, o che intende dedicare alla cura e alla riflessione sul proprio percorso (compilazione di un diario giornaliero, redazione di questionari, utilizzo quotidiano di piattaforme digitali per la registrazione di dati e sensazioni).

Lo specialista chiede poi al paziente di ricavarsi il tempo necessario a svolgere un’azione in modo periodico e continuativo, e lo invita a soffermarsi sui piccoli cambiamenti e sulle modifiche alla propria routine necessarie a finalizzare l’obiettivo assegnato.

Egli inizierà un poco alla volta perciò ad assegnare un nuovo valore al tempo per sé, e grazie a questa consapevolezza il valore stesso di questo tempo aumenterà e risulterà piacevole, nonché gratificante, e lo aiuterà a scoprire come il fatto stesso di concedersi il tempo adeguato comporti una sensazione di maggior benessere sia fisico che psichico.

Link a sfogliabile online della rivista “Diagnosi e Terapia”:

www.det.it/diagnosi-rivista-rivista-di-febbraio-2018/

La rivista, nella sua versione cartacea, è distribuita gratuitamente in farmacia.