L’obesità è oggi riconosciuta come malattia cronica, progressiva e recidivante, con criteri diagnostici clinici ben definiti.
Protetto: l’obesita è quello che non vedi
© Luigi Oliva
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Stampato in Italia maggio 2026
INDICE
Dedica
Il verso della corrente cambia
COMPRENDERE L’OBESITÀ
• Una malattia clinica definita
• Non tutte le obesità sono uguali
• Cosa è cambiato negli ultimi anni
UNA NUOVA ERA NELLA CURA DELL’OBESITÀ
• Una nuova era nella cura dell’obesità
OLTRE IL CORPO
• La cura: partire dall’esperienza sul proprio corpo
• Il cambiamento di paradigma: dall’imperativo della restrizione alla regolazione biologica
• L’esperienza concreta come prova su di sé
• Dalla regolazione biologica alla ristrutturazione cognitiva
• Il corpo come porta di accesso alla mente
• Quale domanda di cura?
• Le storie: quando la domanda prende forma
• Non sempre è tutto come appare
• Il vero rischio: l’eclissi dopo la luna di miele
LE DIVERSE DOMANDE DI CURA
1. La richiesta prestazionale
2. La richiesta clinica
3. La storia del dieting e del discontrollo
4. La storia complessa
5. Ansia e controllo
6. Una storia di sofferenza e speranza
LE TESTIMONIANZE
1. Libera da una vera dipendenza
2. Tranquillità mentale
3. Il riposo mentale
4. Sensazione di silenzio e di spazio
RIFLESSIONI
• Informazione, disinformazione o aggressione?
• I nuovi farmaci per l’obesità. A chi fanno davvero paura?
• Il ruolo dei professionisti della salute
• Lo stigma interiorizzato nell’obesità
LE DOMANDE, I DUBBI
• Sospeso il farmaco si recupera il peso?
• Il costo della terapia farmacologica dell’obesità
• Quali danni provocano questi farmaci?
COSA DICONO I NUMERI
• L’esperienza del nostro Centro raccontata anche in numeri
• Il percorso: prima ancora dei numeri
• Il corpo nel tempo
DIAITA ovvero stile di vita
• I tre pilastri del percorso: cibo, movimento, cura di sé
• Principi guida
EPICRISI
RINGRAZIAMENTI
BIBLIOGRAFIA
DEDICA
Alle persone che convivono con l’obesità o con il discontrollo alimentare.
Questo libro è dedicato a loro.
A chi ha provato molte strade, spesso con impegno e determinazione, senza trovare una soluzione stabile.
A chi ha vissuto il peso non solo come un numero ma come qualcosa che porta con sé significati, fatica, delusioni e spesso sofferenza. Oggi sappiamo che l’obesità e il discontrollo alimentare non sono semplicemente una questione di volontà. Sono condizioni complesse che coinvolgono corpo, mente e comportamento alimentare.
Per questo la cura non può essere ridotta a una “dieta”.
Da oggi sempre più persone possono entrare in un contesto di cura multidimensionale, dove la valutazione medica, l’ascolto della storia personale, il lavoro nutrizionale e psicologico — e, quando indicato, anche la terapia farmacologica — diventano parti integrate dello stesso percorso. Un percorso che non ha come unico obiettivo il peso ma la possibilità di ritrovare un rapporto più sereno con il cibo, con il corpo e con sè stessi.
IL VERSO DELLA CORRENTE CAMBIA
Mi occupo della gestione del peso da decenni: ho iniziato nel lontano 1984.
Cosa è cambiato in tutti questi anni?
All’inizio il nostro lavoro si basava sulle diete computerizzate, strumenti che per l’epoca erano innovativi ma anche limitati.
Con il tempo abbiamo compreso che non bastava dire cosa fare o come farlo: il vero obiettivo era ed è curare la persona, non solo la malattia.
La malattia è l’insieme di alterazioni disfunzionali che coinvolgono diversi sistemi: neurotrasmettitoriale, metabolico e ormonale.
La persona, invece, porta con sé una sofferenza profonda che precede, alimenta e segue la malattia stessa.
Per questo abbiamo cercato di rendere il paziente il vero protagonista, sostenendolo mentre rema controcorrente, sia nella gestione del comportamento alimentare, sia nella fatica di regolare le emozioni.
Nella terapia dell’obesità oggi qualcosa di straordinario è accaduto: non è più il paziente a dover lottare disperatamente contro la corrente. Grazie ai nuovi farmaci possiamo finalmente educare e sostenere, aiutando la persona a nuotare nella direzione giusta, dove tutto diventa possibile, fattibile, più semplice e liberatorio.
Si spezzano così le catene di colpa, fallimento, vergogna e frustrazione, sentimenti nati da anni di tentativi andati a vuoto.
Oggi ci si può curare davvero: l’impegno personale rimane ma diventa finalmente spontaneo, naturale, efficace e duraturo.
Spero che presto questo progresso possa arrivare anche per l’anoressia con un farmaco che faciliti la cura, liberando la persona dall’incubo di doversi nutrire contro un’avversione profonda, che blocca, ferisce e violenta. Questo permetterebbe di concentrarsi più facilmente sul percorso psicoterapeutico dedicando energie alla guarigione e non alla lotta quotidiana con il cibo. Questo libro nasce con l’obiettivo di fare chiarezza, vuole accompagnarti nella comprensione di che cos’è davvero l’obesità, perché non tutte le obesità sono uguali, quali sono i rischi reali legati all’eccesso di tessuto adiposo e quale significato ha oggi la terapia farmacologica all’interno di un percorso di cura strutturato.
Il farmaco non è una scorciatoia e non sostituisce la cura.
È uno strumento medico che, inserito in una presa in carico competente e multidisciplinare, può rendere la cura più efficace, più sostenibile e più duratura. Al centro di questo percorso non c’è il peso sulla bilancia, ma la persona con la sua storia, il suo vissuto e i suoi bisogni.
L’obiettivo non è solo dimagrire ma ritrovare equilibrio, salute e libertà fisica e mentale.
Queste pagine sono un invito a guardare all’obesità con occhi nuovi. Non più come una battaglia da combattere in solitudine ma come una malattia che oggi può finalmente essere affrontata con strumenti adeguati, competenza medica e rispetto profondo per chi ne soffre. L’obesità non è solo una malattia del corpo ma anche del sistema nervoso centrale. Nel cervello, in particolare, vengono alterati i circuiti della fame e della sazietà, i sistemi di ricompensa, i meccanismi di controllo dell’impulso. Il craving, ovvero il desiderio intenso e spesso incontrollabile di cibo non è una mancanza di volontà; è un segnale neurobiologico che può diventare persistente e intrusivo, soprattutto in chi ha vissuto restrizioni dietetiche ripetute.
Quando il craving domina: la mente è costantemente occupata dal cibo, il controllo volontario diventa inefficace, si attivano comportamenti di discontrollo e colpa.
Qualsiasi percorso di cura che ignori questi aspetti è destinato a fallire.
UNA MALATTIA CLINICA DEFINITA
L’obesità è oggi riconosciuta come malattia cronica, progressiva e recidivante, con criteri diagnostici clinici ben definiti.
Non è più sufficiente il solo BMI ( Body Mas Index): la diagnosi di obesità clinica richiede la presenza di eccesso di massa grassa associato a disfunzioni d’organo o limitazioni funzionali.
Le più recenti Commissioni internazionali hanno chiarito che l’obesità può determinare: alterazioni respiratorie (apnee del sonno), disfunzioni cardiovascolari (ipertensione, scompenso), alterazioni metaboliche (dislipidemia, iperglicemia), steatosi epatica, compromissione renale, disturbi osteo-articolari, limitazioni delle attività della vita quotidiana.
Questo passaggio è fondamentale: non è il peso a definire la malattia ma il suo impatto clinico sull’organismo.
È una condizione complessa e multidimensionale che non può essere ridotta a un semplice eccesso di peso corporeo.
Alla base dell’obesità vi è un’alterazione dei meccanismi che regolano la fame e la sazietà, il metabolismo energetico, la distribuzione e la funzione del tessuto adiposo, il comportamento alimentare.
Il tessuto adiposo non è un deposito passivo di grasso ma un vero organo endocrino e immunologicamente attivo, capace di influenzare l’intero organismo.
Quando il tessuto adiposo diventa eccessivo o disfunzionale, si attivano processi infiammatori e metabolici che aumentano il rischio di numerose malattie.
Per questo motivo oggi non si parla più solo di “peso” ma di salute metabolica.
NON TUTTE LE OBESITÀ SONO UGUALI
Una delle acquisizioni più importanti degli ultimi anni è la consapevolezza che non esiste un’unica obesità.
Persone con lo stesso BMI possono avere:
• composizione corporea differente con relativo eccesso di massa grassa e differente localizzazione
• rischi metabolici molto diversi
• profili clinici differenti
• necessità terapeutiche specifiche
Oggi l’obesità viene fenotipizzata, ovvero inquadrata considerando:
• la distribuzione del grasso (viscerale, sottocutaneo)
• la presenza di insulino-resistenza o disglicemia
• la pressione arteriosa
• i lipidi ematici
• la funzione renale e cardiovascolare
• eventuale presenza di sindrome da apnee notturne
• le limitazioni funzionali e della qualità di vita
• il comportamento alimentare
Questo approccio consente di distinguere tra:
• obesità preclinica
• obesità clinica
• obesità associata a sindrome cardio-reno-metabolica
• obesità associata a discontrollo ( BED)
e di personalizzare la cura, superando l’idea di una “dieta” uguale per tutti.
Quindi non parliamo più di una condizione uniforme, riconducibile unicamente al peso corporeo o allo stile di vita ma di una malattia cronica, complessa, progressiva e recidivante, caratterizzata da fenotipi biologici, metabolici e neurocomportamentali differenti.
I dati epidemiologici mostrano chiaramente che sovrappeso e obesità aumentano il rischio cardiovascolare anche in assenza di altre anomalie metaboliche evidenti. Questo significa che il solo eccesso di tessuto adiposo, in particolare viscerale, rappresenta di per sé un fattore di rischio per diabete tipo 2, malattie cardiovascolari, insufficienza renale e scompenso cardiaco.
La moderna classificazione CKM (Cardio-Kidney-Metabolic) descrive una progressione a stadi, che va dall’assenza di fattori di rischio, all’eccesso di tessuto adiposo disfunzionale, fino allo sviluppo di fattori di rischio metabolici, alla malattia cardiovascolare subclinica e clinica.
L’obesità è clinicamente rilevante quando provoca compromissione di organi, funzioni e qualità di vita.
Il BMI è solo un criterio di accesso, non definisce la malattia né la sua gravità.
Questa visione consente di intervenire precocemente, prima che il danno diventi strutturato.
Le evidenze mostrano che riduzioni di peso anche del 5–10% sono associate a benefici clinicamente significativi: miglioramento di glicemia e pressione arteriosa, riduzione del rischio di diabete tipo 2, miglioramento di dislipidemia, steatosi epatica, apnea notturna, benefici su articolazioni, funzione respiratoria e qualità di vita
Riduzioni superiori (≥10–15%) amplificano ulteriormente questi benefici, fino a influenzare mortalità cardiovascolare e scompenso cardiaco.
Oggi, in modo sempre più chiaro e condiviso viene riconosciuta, in Italia anche legislativamente, come malattia cronica.
Questo passaggio non è solo formale ma cambia profondamente il modo di pensare la cura e si spera in un prossimo futuro che possa garantire l’accesso gratuito alle cure farmacologiche.
COSA È CAMBIATO NEGLI ULTIMI ANNI
Negli ultimi decenni sono stati sviluppati protocolli strutturati finalizzati a intervenire sui fattori che precedono e mantengono l’obesità e che spesso impediscono alla persona di riuscire a governare il proprio comportamento alimentare.
Parliamo di:
• fattori emotivi, restrizioni caloriche ripetute, restrizione cognitiva: pensieri come (“devo controllarmi”, “non posso”).
• propositi restrittivi
• adattamenti neurobiologici legati all’iperstimolazione alimentare.
Il cervello si adatta precocemente all’eccesso di zuccheri, grassi e additivi, già nei primi mesi di vita. Non è un caso che oggi si raccomandi di non introdurre zuccheri aggiunti nei bambini sotto i due anni, proprio per ridurre quel condizionamento che favorisce adattamento e dipendenza.
UNA NUOVA ERA NELLA CURA DELL’OBESITÀ
Per molto tempo l’obesità è stata raccontata e vissuta come una questione di volontà, di disciplina personale, di “forza” o di “debolezza”.
Questo approccio ha prodotto, per milioni di persone, frustrazione, senso di colpa e fallimenti ripetuti, senza portare a una reale soluzione del problema.
Oggi sappiamo che l’obesità non è una colpa né una semplice conseguenza di scelte sbagliate.
È una malattia complessa che coinvolge il metabolismo, il tessuto adiposo, il sistema ormonale e il sistema nervoso centrale, influenzando profondamente anche il comportamento alimentare e la qualità di vita.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto un salto di qualità decisivo: sono stati chiariti i meccanismi biologici che regolano la fame, la sazietà, il craving e la tendenza al recupero del peso dopo il dimagrimento.
Questo ha aperto la strada a nuove terapie farmacologiche, capaci di agire su questi meccanismi in modo mirato ed efficace.Infatti negli ultimi anni, la comprensione dei meccanismi neurobiologici che regolano il comportamento alimentare si è ampliata in modo significativo, in particolare è emerso il ruolo centrale del sistema della ricompensa e delle sue connessioni con i segnali metabolici.
Il nucleo accumbens, struttura chiave del circuito dopaminergico, è coinvolto nella motivazione, nella salienza degli stimoli e nella ricerca della gratificazione. In quest’area, oltre ai recettori per il GLP-1, sono stati identificati anche recettori per il GIP, ampliando la visione tradizionale di questi ormoni come semplici regolatori metabolici.
Il GIP, infatti, non agisce solo a livello periferico, ma partecipa attivamente alla modulazione centrale del comportamento: regola la trasmissione dopaminergica, influenza l’impulso e contribuisce alla risposta agli stimoli gratificanti. Non è quindi un soppressore dell’appetito, ma un modulatore fine della motivazione.
La terapia farmacologica rappresenta oggi un vero cambio di paradigma, non un aiuto superficiale ma uno strumento che interviene sui meccanismi profondi della regolazione alimentare.
Non si tratta di “farmaci dimagranti” ma di regolatori del comportamento alimentare che trovano senso all’interno di un percorso più ampio di riabilitazione psiconutrizionale.
Non azzerano tutto ma rendono possibile ciò che prima era spesso irraggiungibile, riducono l’ostacolo biologico che impediva di tradurre i propositi in cambiamento reale.
È, a tutti gli effetti, un cambio di passo radicale.
Spesso, in modo sorprendentemente rapido — quasi come un meccanismo on/off — sembrano disattivarsi vie neurali consolidate negli anni e se ne rendono disponibili di nuove. Il fallimento ripetuto si trasforma in capacità. La colpa lascia il posto alla serenità.
Compare una scoperta semplice e potente: una nuova normalità.
Cosa fare? Dare spazio all’ascolto, riconnettersi.
Molte persone scoprono che, senza sforzo, le scelte alimentari si orientano spontaneamente verso cibi più semplici, meno elaborati, meno processati.
La cosiddetta “fame nervosa” o emotional eating cambia significato, spesso si spegne, talvolta si riaccende ma con un’intensità molto minore. Questo permette di gestirla, persino di accoglierla, senza drammi né catastrofi.
Fare pace con la fame significa coltivarla e soddisfarla sapendo che lo stop non è affidato alla forza di volontà ma a un alleato terapeutico.
Il farmaco funziona in modo analogo al sistema di mantenimento della corsia nelle automobili che corregge, quando serve, la traiettoria per restare nella direzione giusta.
Il farmaco come alleato, non come scorciatoia.
Una cura che nel tempo sembra “ripulire” il cervello da meccanismi simili a quelli delle dipendenze.
Possiamo parlare di disaffezione come per le dipendenze?
È presto per dirlo ma è probabile o quantomeno possibile soprattutto se la terapia farmacologica è accompagnata da una riabilitazione psiconutrizionale.
Riabilitare significa fare, rifare, ripetere nel tempo.
Significa attivare nuove vie neurali finché il gesto diventa abitudine. Ciò che prima portava sempre nella stessa direzione oggi cambia verso. Cambia la corrente.
Farmaco per la vita?
Anche sì, come per molte malattie croniche ma restano domande fondamentali: come viene vissuto il cambiamento corporeo? Che significati assume? Che prospettive apre? E’ possibile riconnettersi al proprio corpo e alle proprie emozioni? E’ possibile diventare meno vulnerabili al giudizio degli altri?
Già oggi assistiamo alla colpevolizzazione di chi utilizza il farmaco come se fosse una scorciatoia, una mancanza, una prova di debolezza. È un tema culturale che va affrontato.
I farmaci, dunque, non devono essere prescritti in modo automatico ma inseriti in un percorso di cura globale dove l’approccio è altamente personalizzato.
La vera domanda non è “farmaci sì o farmaci no” ma “come, quando e per chi utilizzarli in modo mirato e calibrato”.
Tornare al cuore della cura
Il monitoraggio mensile, da sempre parte del nostro metodo, è già un percorso ma l’esperienza clinica e i dati raccolti mostrano con chiarezza una necessità ulteriore: educazione alimentare, educazione emotiva, spazio di ascolto, riflessione, confronto, lavoro condiviso e inserito nel modello biopsicosociale perché nel tempo si possa ristabilire la connessione tra mente e corpo, cibo e relazioni.
Andiamo avanti ma allo stesso tempo torniamo al lavoro che abbiamo sempre fatto: curare la persona per curare il corpo.
Oggi, grazie al farmaco tutto diventa più facile, più efficace e più sostenibile nel lungo periodo.
Il farmaco può portare a una riduzione del peso anche duratura mentre il benessere mentale è una conquista personale che passa, se necessario, anche attraverso la terapia psicologica.
Mens sana in corpore sano.
Futuro e passato si incontrano per aiutare a vivere il presente e ad abitare il tempo, invece di lasciarlo semplicemente scorrere.
OLTRE IL CORPO
LA CURA: PARTIRE DALL’ESPERIENZA SUL PROPRIO CORPO
Il nucleo di base da cui prende avvio il percorso per il disagio alimentare-corporeo è il corpo inteso come primo strumento di verifica, luogo concreto in cui poter sperimentare da subito un cambiamento reale.
La maggior parte delle persone interessata alla cura farmacologica racconta una lunga storia di tentativi dietetici: numerose diete, consulti ripetuti, grande impegno personale, risultati iniziali talvolta presenti ma seguiti quasi sempre da recupero del peso o dall’impossibilità di mantenere nel tempo la restrizione.
Queste esperienze, molto diffuse, hanno spesso generato un circolo vizioso fatto di tentativi e fallimenti, senso di colpa e progressiva perdita di fiducia nelle proprie capacità.
Il modello classico si è fondato per anni sulla restrizione calorica come condizione indispensabile per dimagrire. Tuttavia, quando la restrizione è il perno del trattamento, il corpo attiva inevitabilmente meccanismi di compensazione biologica: aumento della fame, pensieri ricorrenti sul cibo, perdita di controllo, abbuffate.
È come chiedere a una persona di restare sott’acqua senza respirare: prima o poi l’organismo reagirà con forza per ristabilire l’equilibrio.
Nel lungo periodo, soprattutto in una condizione cronica come l’obesità, questo schema produce frustrazione e consolida un’identità di incapacità: “non riesco, non sono abbastanza forte, non ho volontà”.
IL CAMBIAMENTO DI PARADIGMA: DALL’IMPERATIVO DELLA RESTRIZIONE ALLA REGOLAZIONE BIOLOGICA
L’ innovativo percorso farmacologico oggi si fonda su un cambiamento radicale: non chiedere al paziente di combattere contro il proprio corpo ma aiutarlo a ristabilire un equilibrio biologico alterato.
La terapia farmacologica moderna per l’obesità non è un aiuto né un sostituto dall’impegno personale. È uno strumento medico che agisce sui circuiti neurobiologici della fame, della sazietà e della ricompensa, consentendo al paziente di sperimentare qualcosa che spesso non ha mai conosciuto: riduzione del pensiero eccessivo legato al cibo (food noise), percezione anticipata della sazietà, minore impulso alla ricerca compulsiva della ricompensa alimentare e di conseguenza possibilità concreta di interrompere il ciclo restrizione–perdita di controllo.
La differenza sostanziale è che il cambiamento non viene imposto dall’esterno attraverso la privazione ma nasce dall’interno attraverso una modulazione fisiologica dei meccanismi che regolano l’appetito.
L’ESPERIENZA CONCRETA COME PROVA SU DI SÉ
La prima visita dietologica dovrebbe comprendere una valutazione approfondita dello stato metabolico, della composizione corporea e del dispendio energetico, affiancata da un colloquio clinico orientato a esplorare la storia personale, le convinzioni maturate nel tempo e i precedenti vissuti di fallimento.
La proposta terapeutica — che può include anche la terapia farmacologica — per risultare realmente efficace e stabile richiede tempo: mesi, talvolta anni.
È un percorso di esperienza guidata che consente di ristabilire nuove connessioni mentali e corporee, favorendo una progressiva riconnessione con il proprio corpo, non più vissuto come un nemico ma come parte integrante e significativa di sé.
In questo tempo la persona inizia a osservare:
• un calo ponderale progressivo e fisiologico
• una diversa relazione con la fame
• una maggiore serenità nei confronti del cibo
• la possibilità di muoversi con più energia
• una riduzione della conflittualità interna
Ciò che cambia non è solo il numero sulla bilancia ma il vissuto quotidiano della nuova normalità.
DALLA REGOLAZIONE BIOLOGICA ALLA RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA
L’esperienza corporea positiva diventa il primo elemento che mette in discussione i pensieri disfunzionali radicati nel tempo:
“Non sono capace.”
“È inutile provarci.”
“O controllo tutto o perdo tutto.”
“O sono perfetto o sono un fallimento.”
Quando il corpo risponde in modo diverso, anche il pensiero può iniziare a cambiare.
La regolazione biologica facilita il lavoro psicologico, rende possibile l’aderenza terapeutica, riattiva il senso di autoefficacia.
Il paziente non è più impegnato a resistere ma può imparare.
Non è più in lotta con la fame ma può ascoltarla.
Non è più costretto a “tenere il fiato”ma può respirare.
Si può fare pace con la fame e con il corpo
IL CORPO COME PORTA DI ACCESSO ALLA MENTE
Nei disturbi del comportamento alimentare il corpo è il linguaggio della sofferenza. È il luogo in cui si esprime il disagio, il contenitore della propria storia.
Intervenire partendo dal corpo — attraverso una regolazione fisiologica efficace — consente di aprire un accesso privilegiato anche alla dimensione psicologica.
La visibilità dei risultati, la tangibilità dei cambiamenti, la percezione diretta del miglioramento attivano fiducia, motivazione e continuità.
Si ripristina gradualmente un dialogo mente-corpo che nel tempo si era irrigidito in schemi patologici: il disagio si esprimeva nel corpo e il corpo alimentava il disagio.
Quando il corpo smette di essere il campo di battaglia, può diventare il punto di partenza.
Una nuova partenza
L’esperienza sul proprio corpo non rappresenta un punto di arrivo ma l’inizio di un percorso più consapevole e duraturo.
La terapia farmacologica, inserita in un contesto medico multidisciplinare, non sostituisce l’educazione alimentare, il movimento, il lavoro psicologico: li rende possibili.
Permette di uscire dal ciclo tentativo-fallimento e di costruire nel tempo uno stile di vita orientato alla salute.
Il cambiamento inizia dall’alleanza con il proprio corpo che curato dal farmaco non oppone più resistenza. E da lì, finalmente, può iniziare la vera cura.
QUALE DOMANDA DI CURA?
La domanda di cura che le persone portano alla prima visita, in apparenza, è quasi sempre la stessa:
“Devo dimagrire” “Sono obesa” “Devo perdere peso”.
Il corpo è lì, evidente.
La pancia, le cosce, il fiato corto: sembrano spiegare da soli il motivo della richiesta. Eppure, già dai primi minuti, appare chiaro che quella non è la vera domanda ed è per questo che invito sempre a riformularla senza parlare di peso e di chili.
Si crea spesso un momento di disorientamento.
Un attimo di silenzio. Poi, quasi improvvisamente, come se non aspettasse altro, la persona comincia a raccontarsi. Emergono storie, vissuti, fatiche, eventi, emozioni, tentativi falliti, delusioni, senso di colpa.
Compare una sofferenza che raramente riguarda solo il corpo.
In quel momento diventa evidente che i fattori disturbanti mentali ed emotivi sono spesso più rilevanti del peso stesso.
Il peso è la conseguenza visibile, non la causa. E allora la domanda di cura cambia. Non è più “quanto devo perdere” ma: “Come posso stare meglio?”
“Come posso liberarmi da questa lotta continua con il cibo, con la mente, con il mio corpo?” La richiesta profonda è una richiesta di libertà.
Libertà dalla dieta, dai pensieri ossessivi, dal controllo rigido e dalle ricadute.
È qui che si apre uno spazio nuovo.
Uno spazio in cui diventa possibile costruire obiettivi realistici e sostenibili, che includono anche la perdita di peso non come fine bensì come conseguenza. Conseguenza di scelte alimentari più consapevoli, di un movimento ritrovato, di una cura di sé che richiede tempo, ascolto, attenzione. È l’inizio di una riconciliazione con la fame, con il corpo, con sè stessi.
Molte persone descrivono qualcosa di nuovo spesso mai sperimentato prima: una mente più silenziosa e un corpo che risponde. Mente e corpo iniziano finalmente a dialogare e da questo dialogo nasce un passaggio fondamentale: la decolpevolizzazione “Il mio corpo, se curato, funziona.”
Non è più una lotta contro sé stessi ma un processo di comprensione. Si apre così una nuova responsabilità, diversa dalla colpa; una responsabilità possibile, sostenibile, libera. Diventa chiaro che la malattia non coincide con ciò che si vede, non sono solo i chili. La malattia riguarda alterazioni profonde, neurobiologiche e metaboliche che la terapia farmacologica è in grado di modulare. Questo rappresenta un vero cambio di paradigma.
Una rivoluzione. Il passato viene riletto con occhi diversi: “Non era colpa mia, semplicemente la mia malattia non aveva ancora una cura adeguata.”
LE STORIE: QUANDO LA DOMANDA PRENDE FORMA
L’eterogeneità della domanda di cura emerge fin dal primo incontro.
Spesso non si presenta come una richiesta chiara e definita ma come un desiderio: stare meglio, sentirsi più liberi, ritrovare un equilibrio.
È proprio questo passaggio dal desiderio alla domanda che apre la porta alla personalizzazione della cura.
In questa prospettiva è possibile riconoscere alcune grandi aree di richiesta:
• persone con obesità metabolicamente sana, orientate prevalentemente a un miglioramento delle performance fisiche e mentali
• persone con obesità metabolicamente alterata che accanto al benessere cercano una normalizzazione dei parametri clinici
• persone con una lunga storia fallimentare alle spalle, spesso segnata dal dieting che cercano la libertà dalla schiavitù dal pensiero e dal vissuto “dello stare a dieta”.
È quest’ultima categoria a rappresentare, nella mia esperienza, la parte più rilevante.
Sono persone che arrivano con un vissuto fatto di tentativi, restrizioni, fallimenti e ripartenze.
Portano con sé una mente occupata dal cibo, un rapporto ambivalente con il proprio corpo e una fatica profonda nel mantenere nel tempo qualsiasi risultato.
Non di rado emerge un aspetto che può sorprendere,
una struttura di pensiero che richiama, per certi versi, quella tipicamente associata all’anoressia.
Rigidità, ipercontrollo, paura del cambiamento, bisogno di perfezione, incapacità di contemplare l’errore, pensiero tutto-nulla, tutto-subito, scarsa valorizzazione degli obiettivi raggiunti, insoddisfazione estetica, disconnessione mente corpo.
Questo elemento, se riconosciuto, non destabilizza; al contrario, apre un canale di comunicazione autentico e consente una comprensione più profonda del funzionamento della persona.
In questo scenario diventa evidente un punto fondamentale:
non esiste un farmaco uguale per tutti, così come non è mai esistita una dieta uguale per tutti.
La cura richiede un percorso strutturato, con tempi definiti e obiettivi progressivi, inserito in un contesto di riabilitazione psiconutrizionale in cui il farmaco rappresenta uno strumento, non una soluzione.
NON SEMPRE È TUTTO COME APPARE
Le mie considerazioni nascono dall’osservazione e dall’ascolto di circa duecento persone attualmente in terapia.
Ciò che colpisce di più non sono le storie di fallimenti che molti o tutti raccontano prima di iniziare ma il cambiamento che avviene durante e dopo la cura.
Le persone descrivono gli stessi sintomi prima della terapia e riferiscono benefici molto simili dopo l’inizio del trattamento.
Questa costanza di vissuti e di cambiamenti rappresenta un elemento clinicamente molto significativo. È il segno evidente che non ci troviamo di fronte a una somma di storie individuali isolate ma a una condizione che accomuna profondamente le persone che ne sono colpite. Un po’ come accade per altre malattie: indipendentemente dalla provenienza geografica, dall’età, dal sesso o dal contesto culturale, chi soffre di depressione, ipertensione, lombosciatalgia o colite tende a riferire sintomi simili e, quando la cura è efficace, benefici altrettanto riconoscibili.
Anche nell’obesità emergono con straordinaria costanza alcuni elementi: il rapporto conflittuale con il cibo, i pensieri ricorrenti, la fatica nel controllo, il senso di colpa, la sensazione di vivere un corpo spesso percepito come estraneo o nemico.
Ma questa condizione è forse ancora più complessa, perché oltre agli aspetti biologici, coinvolge significati profondi, vissuti personali e uno stigma sociale che accompagna molte persone fin dall’infanzia. Per anni, troppo spesso, chi vive questa esperienza è stato privato non solo di una cura adeguata ma anche del riconoscimento e del rispetto che ogni condizione di sofferenza merita. Al contrario, si è diffusa una narrazione fatta di giudizi e attribuzioni di colpa che ripetuta nel tempo, finisce per essere interiorizzata. Come accade in molte forme di violenza, la persona arriva a pensare “in fondo è colpa mia”, lo stigma viene interiorizzato.
In questo contesto l’arrivo di nuove possibilità terapeutiche rappresenta molto più di un semplice progresso farmacologico; per molte persone significa sperimentare qualcosa che non avevano mai conosciuto: una mente più libera dai pensieri costanti sul cibo, una relazione più naturale con la fame e la sazietà, una riduzione della fatica quotidiana nel governare il comportamento alimentare. I pazienti riferiscono “Una sensazione dal punto di vista mentale di “schiarita” ovvero di più tranquillità: mi sono sentito meno sottoposto a tensioni e fatiche per contrastare gli stimoli e mi sono reso conto di quanto ultimamente questa cosa mi costasse molta energia e fatica. Questa cosa ha generato una sensazione di autostima maggiore, più voglia di fare nei vari aspetti quotidiani per il fatto di sentire più energia disponibile e più lucidità mentale, più spazio per dedicarmi ad altro”
“Da quando sono in cura farmacologica, ho ritrovato una nuova normalità. Non è solo una questione di fame ridotta o numeri sulla bilancia: è come se mi avesse liberata da un pensiero costante, ossessivo, che occupava gran parte della mia giornata. In un certo senso, ha avuto su di me un effetto simile a quello degli psicofarmaci: ha creato uno spazio libero e calmo nella mia mente, quello spazio che prima era quasi sempre riempito da pensieri sul cibo. Durante la giornata, semplicemente, non ci penso più. Faccio le mie cose, vivo. E solo poco prima dei pasti sento una fame fisiologica che per me è un’assoluta novità. Questo mi permette di respirare, di concentrarmi su altro, di sentirmi finalmente libera.”
IL VERO RISCHIO: L’ECLISSI DOPO LA LUNA DI MIELE
Occupandomi di disturbi del comportamento alimentare, obesità compresa, ho imparato a osservare con grande attenzione non solo i cambiamenti del corpo ma soprattutto quelli della mente.
Il corpo risponde spesso rapidamente mentre la mente ha bisogno di tempo, ha bisogno di essere accompagnata, guidata, aiutata a costruire nuove connessioni.
Nuove abitudini, non più imposte ma apprese, non più rigide ma spontanee. Il farmaco rende possibile il cambiamento ma è l’esperienza guidata che lo rende stabile. È in questo spazio tra corpo che cambia e mente che apprende che si realizza la vera cura.
Nei primi mesi di terapia, si assiste spesso a quella che viene definita fase di “luna di miele”.
La mente si alleggerisce dal pensiero costante del cibo, il senso di fame si riduce, la persona sperimenta una nuova sensazione di libertà e il peso corporeo inizia a diminuire anche in modo rapido.
Dopo questa fase iniziale in alcune persone può comparire un fenomeno più sottile e meno raccontato: un disallineamento tra la velocità del cambiamento fisico e quella dei processi mentali.
Il corpo cambia rapidamente, mentre la mente fatica a riconoscere e integrare quel cambiamento. Il risultato tanto desiderato non sempre viene percepito davvero. Può emergere una delusione silenziosa, difficile da accettare: il corpo dimagrisce ma l’immagine interna di sé resta indietro.
Alcune persone, quasi intuitivamente o terapeuticamente indirizzate, sentono il bisogno di rallentare il cambiamento corporeo per permettere alla mente di raggiungerlo. Se accompagnate con attenzione, corpo e mente riescono gradualmente a convergere nella stessa direzione.
Più delicata è invece la fase in cui il disallineamento diventa divergenza. Possono comparire pensieri di resistenza: «La mia mente non vuole farsi fregare dal farmaco», oppure il tentativo di spingersi oltre la sazietà anche quando questa è chiaramente percepita.
Il cambiamento, anche quando è desiderato, può spaventare; può attivare segnali di allarme interiori e talvolta una spinta alla fuga.
È ciò che definiamo l’eclissi dopo la “luna di miele”
Il cambiamento che spaventa può anche innescare tempeste emotive, racconta Giovanna che, dopo mesi di terapia e una perdita di peso importante, ha avuto quello che lei stessa definisce un “attacco alla nuova me”. Sente che la versione nuova di sé entra sempre più in conflitto con quella vecchia, che riemerge con forza, quasi volesse annientarla. Questa lotta interna la destabilizza profondamente generando ansia e panico.
Accade perché il cambiamento, anche quando desiderato, può spaventare, allarmare, mettere in crisi gli equilibri costruiti nel tempo.
Per questo Giovanna inizierà un percorso di psicoterapia.
Un altro aspetto, non meno importante, riguarda l’eccessivo investimento nel dimagrimento. In alcune persone il risultato ottenuto non è mai percepito come sufficiente e questo può portare a uno spostamento verso modalità di pensiero opposte, più vicine a una logica anoressica. Si sviluppa così una crescente rigidità nel controllo del peso e dell’alimentazione, alimentata dal timore di tornare alla condizione precedente. Il solo pensiero di riprendere peso diventa inaccettabile, talvolta persino terrorizzante.
Questo atteggiamento genera un nuovo pericoloso disequilibrio e una forma diversa di sofferenza, che richiede attenzione e sorveglianza non solo medica ma anche psicologica.
La vera cura non riguarda soltanto il corpo che cambia ma la mente che deve imparare a riconoscersi in quel cambiamento.
LA DIVERSE DOMANDE DI CURA
1. La richiesta prestazionale
Marco, 42 anni, obesità metabolicamente sana.
Non riferisce particolari problematiche alimentari ma una sensazione costante di stanchezza e inefficienza.
La sua richiesta iniziale è “dimagrire per stare meglio”.
Nel percorso emerge un’alimentazione disordinata, poco consapevole, legata ai ritmi lavorativi.
Il cambiamento avviene non tanto sulla restrizione, quanto sulla qualità e sull’organizzazione.
Il risultato non è solo il calo ponderale ma una percezione nuova di energia e lucidità mentale.
2. La richiesta clinica
Stefania, 55 anni, obesità metabolicamente complicata, con alterazioni glicemiche e lipidiche.
Arriva con una forte motivazione legata alla salute.
La paura della malattia è il motore iniziale.
Nel tempo, accanto alla normalizzazione dei parametri, emerge un cambiamento inatteso:
una riduzione del pensiero ossessivo sul cibo e una maggiore serenità nelle scelte quotidiane.
La cura si sposta così dalla sola “correzione dei numeri” a un reale benessere complessivo.
3. La storia del dieting e del discontrollo
Anna, 38 anni.
Normopeso al momento della visita ma con una lunga storia di oscillazioni importanti.
Dieting iniziato in adolescenza, fasi di controllo rigido alternate a perdita di controllo.
La richiesta iniziale è ambigua: “non voglio ingrassare di nuovo”.
Nel colloquio emerge una paura profonda, quasi terrorizzante, del ritorno al passato.
Il lavoro si concentra sulla riduzione del controllo e sulla ricostruzione di un rapporto più stabile con il cibo e con il corpo.
Il cambiamento più significativo non è visibile sulla bilancia ma nella mente: meno rumore, più spazio.
4. La storia complessa
Laura, 46 anni, obesità con BED.
Racconta abbuffate quotidiane con una funzione anestetica rispetto a stati emotivi difficili; alle spalle, eventi di vita non elaborati e una lunga sofferenza silenziosa.
L’introduzione del farmaco riduce rapidamente la spinta compulsiva.
Per la prima volta, Laura sperimenta una distanza tra sé e il comportamento.
È in questo spazio nuovo che diventa possibile il lavoro psicologico e la riorganizzazione del comportamento alimentare.
Il farmaco non risolve la storia ma rende possibile affrontarla.
5. Ansia e controllo
Anna ha 42 anni.
Torna per la terza volta al Centro.
La richiesta è sempre la stessa: perdere peso.
Eppure è normopeso, ha un aspetto gradevole.
Ma il suo sorriso racconta altro: una sofferenza silenziosa, trattenuta.
Mi parla della sua ansia.
Un’ansia che si esprime attraverso un controllo costante e attraverso uno “shopping diagnostico” compulsivo: esami su esami, eseguiti senza indicazione medica, nel tentativo di rassicurarsi.
La paura è sempre la stessa: ammalarsi, morire, lasciare soli i suoi due bambini.
La prima volta che ci siamo incontrati aveva vent’anni.
Pesava circa 90 kg.
Era riuscita a perdere 20 kg, poi, lavorando in un centro di dimagrimento, si era spinta fino a 60 kg.
Tutto sembrava andare bene.
Tutto sotto controllo.
Poi arriva una gravidanza inattesa.
Non era il momento giusto, almeno nella sua percezione.
Dopo anni di restrizione alimentare, si attiva il discontrollo:
abbuffate ripetute, con una funzione quasi anestetica sulle emozioni.
Il peso aumenta rapidamente: circa 30 kg.
Dopo la gravidanza, il comportamento vira nuovamente verso la restrizione.
In circa sei mesi torna ai 60 kg.
Seguono alcuni anni di apparente normalità.
Poi la morte improvvisa di un familiare anche questa non prevista.
Nuovamente discontrollo, nuovo aumento ponderale importante, seguito da una perdita quasi completa fino a circa 68 kg.
Oggi, dopo anni di convivenza, il compagno interrompe la relazione.
E qualcosa si riattiva.
L’ansia torna con forza.
Il bisogno di controllo si fa rigido, dicotomico:
digiuni durante il giorno, abbuffate notturne.
Porta con sé un faldone di esami.
Decine di accertamenti, spesso inutili, eseguiti senza prescrizione.
Ogni valore fuori norma, anche minimo, diventa motivo di allarme.
Ansia, paura, panico.
Le è stato diagnosticato un disturbo ossessivo-compulsivo ed è in terapia farmacologica.
Mi chiede aiuto.
Anche a lei, vent’anni fa, avevo proposto un percorso psicologico.
Allora non se l’era sentita.
Oggi torna.
Perché qui si è sentita vista, capita.
Accolta nella sua sofferenza, nascosta dietro un sorriso e un corpo che, agli occhi degli altri, “non ha problemi”.
Valuteremo insieme come procedere.
Ma una cosa è certa: Anna ha bisogno di aiuto.
6. Una storia di sofferenza e speranza
Cinzia ha 40 anni.
A 31 si ammala di tumore al seno. Affronta la chemioterapia, la malattia regredisce. Dopo sette anni, però, si ripresenta con metastasi. Oggi è in remissione.
Quando mi parla, lo fa con pudore ,quasi sottovoce, come se temesse di dare troppo spazio a qualcosa che “non dovrebbe pesare così tanto”.
Mi racconta del suo disturbo alimentare:
un oscillare continuo tra restrizione e perdita di controllo, che le provoca una sofferenza profonda, indicibile.
Una sofferenza che lei stessa percepisce, a tratti, più pesante della malattia oncologica.
Mi chiede aiuto, anche farmacologico.
Ha già parlato con l’oncologo ma si è sentita rispondere:
“Si accontenti di essere viva, lasci perdere il peso.”
È una frase che, in una scala puramente organica, può avere un senso ma vivere non è solo sopravvivere.
Vivere è anche equilibrio mentale, dignità, possibilità di riconoscersi.
Cinzia mi parla dello specchio.
Non è solo il corpo a ferirla ma anche quel volto che fatica a riconoscere:
i segni della malattia, la perdita dei capelli, la parrucca come una maschera da indossare per il mondo.
“Gli altri vedono la maschera” — mi dice —ma non vedono la sofferenza.”
Comprendere davvero questa sofferenza significa prima di tutto creare uno spazio di ascolto autentico.
Un canale in cui la persona possa sentirsi, almeno un po’, più libera.
Valuteremo insieme come procedere.
Intanto, abbiamo iniziato.
È la terza volta, in vent’anni, che Cinzia torna.
Mi ricorda che già al primo incontro avevo proposto un percorso psicologico.
Allora era difficile comprenderne il senso: all’inizio del disturbo, spesso, non si hanno ancora gli strumenti per farlo.
Ma il legame con il Centro è rimasto.
La porta aperta accoglie.
Storie come quella di Cinzia ci ricordano ogni giorno la responsabilità di fare bene, di fare meglio.
Per tutti.
E, a volte, per qualcuno… ancora un po’ di più.
LE TESTIMONIANZE
1. Libera da una vera dipendenza
La mia vita ha coinciso a lungo con la mia vita dietologica.
Cibo e corpo hanno sempre rispecchiato eventi, emozioni, rapporti, vissuti.
Nel tempo ho avuto oscillazioni di peso molto importanti: anche trenta chili in più o in meno, per diverse volte. Ho provato a fare il conto di tutti i chili persi e poi ripresi: sono centinaia. Povero corpo. Povera mente.
Oggi sono normopeso ma vivo ancora nel timore di riprendere i chili persi. Sono entrata al Centro per un percorso di psicoterapia, perché dentro di me restava una condizione di vigilanza continua, come se il discontrollo potesse riaffacciarsi da un momento all’altro, dietro l’angolo.
Da circa un anno, però, grazie al farmaco, non sento più quella spinta verso l’abbuffata. Rimane ancora un sottile desiderio di perdere peso ma il mio lavoro oggi è un altro: imparare a valorizzare ciò che sono, riconoscere che vado bene anche così, nonostante continui spesso a guardarmi — come dice il dottor Oliva — con la lente dell’anoressia.
Guardo al futuro con meno ansia, perché mi sento finalmente più libera da ciò che per anni ho vissuto come una vera dipendenza. ( Lucia)
2 Tranquillità mentale
“una sensazione dal punto di vista mentale di “schiarita” ovvero di più tranquillità mentale, mi sono sentita meno sottoposto a tensioni e fatiche per contrastare gli stimoli e mi sono resoaconto quanto ultimamente questa cosa mi costava molta energia e fatica, questa cosa ha generato una sensazione di autostima maggiore, più voglia di fare nei vari aspetti quotidiani per il fatto di sentire appunto più energia disponibile e più lucidità mentale, più spazio per dedicarmi ad altro. ( Chiara)
3 Il riposo mentale
Ho iniziato un percorso con il Dottor Oliva e la sua equipe da qualche mese. Grazie ai colloqui costanti col Dottore, siamo arrivati ad una terapia farmacologica che mi sta cambiando la quotidianità, le abitudini e la mia stessa vita. Grazie a questa terapia, finalmente riesco ad ascoltarmi, ad ascoltare il mio corpo, le mie sensazioni e non usare il cibo come compensazione. È cambiato il mio modo di scegliere i cibi, di fare la spesa. La mia mente si sta RIPOSANDO dal costante pensiero “cibo” con i conseguenti sensi di colpa. Mi sono riappropriata dei miei pensieri e il cibo si è trasformato da finta gratificazione a….. nutrimento! È una delle conquiste più importanti per chi come me, soffre di disturbi alimentari. ( Agnese)
4 Sensazione di silenzio e di spazio
Ho iniziato il percorso con tirzepatide mantenendo sempre il dosaggio minimo di 2.5 mg, ed è stato sufficiente per osservare un cambiamento che definirei prima di tutto cognitivo, ancora più che fisico.
La differenza più evidente è stata l’assenza del cosiddetto “rumore del cibo”. Quel sottofondo costante di pensieri, impulsi e richiami legati al mangiare si è progressivamente silenziato, lasciando spazio a una relazione completamente diversa con l’alimentazione. Oggi il cibo è tornato a essere un meraviglioso ed essenziale nutrimento.
Prima del trattamento avevo una percezione della sazietà alterata: tendevo a non avvertirla in modo chiaro, come se i segnali fisiologici fossero disallineati. Con il farmaco questa regolazione si è normalizzata.
Anche la gestione dello stress è cambiata perchè non passa più attraverso il cibo. Questo ha avuto un impatto molto più ampio di quanto immaginassi, perché ha liberato uno spazio mentale significativo. La reazione più sorprendente, infatti, è stata proprio questa sensazione di silenzio e di spazio: una mente meno occupata, più lucida, con una maggiore capacità di concentrazione su tutto il resto.
Sono sempre stata una persona con molti interessi, ma spesso faticavo a dedicarmi davvero a ciò che mi appassionava. Ora ho la sensazione concreta di poterlo fare: il cibo non è più un pensiero centrale né un elemento di distrazione. Ed è sorta una domanda a cui, in fondo, è stato facile rispondere: chi sono oltre il cibo?
Oggi vivo con una sensazione di leggerezza, come se molte scelte avvenissero in modo più naturale, quasi in “pilota automatico”, ma in senso positivo. È come aver ritrovato fiducia nel mio corpo e nei suoi segnali.
Non esiste più il senso di colpa. Non esiste più giudizio nei confronti di me stessa quando mangio. Il pensiero distorto del cibo era talmente opprimente che pensavo fosse impossibile da scorporare dalla mia persona. Ho vissuto ogni traguardo della mia vita con ai piedi queste catene e, guardando avanti, davo per scontato che avrebbero per sempre appesantito il mio futuro. Non sarà così. Oggi mi sento liberata e, più passa il tempo, più realizzo che questa è una meravigliosa normalità: un diritto, una dimensione che tutti meritiamo”
Ogni storia è diversa ma in tutte si ritrova un elemento comune: la domanda di cura non riguarda mai solo il peso; riguarda la mente, il corpo, la storia, i significati.
Riguarda il bisogno di uscire da una lotta continua e di ritrovare una forma di normalità.
È in questo spazio che la cura prende forma.
RIFLESSIONI
Nei social, come nei salotti televisivi, questo tema suscita grande interesse e spesso, come accade nelle tifoserie sportive, nelle contrapposizioni politiche o nei dibattiti su questioni sociali, si crea una polarizzazione tra favorevoli e contrari.
Questa contrapposizione non riguarda solo le persone comuni ma coinvolge talvolta anche i professionisti della salute.
Per questo motivo riporto di seguito alcune considerazioni e riflessioni su tematiche che sono frequentemente oggetto di dibattito.
INFORMAZIONE, DISINFORMAZIONE O AGGRESSIONE?
I farmaci oggi al centro del dibattito sono stati approvati dagli organismi regolatori competenti per la cura dell’obesità, secondo criteri ben definiti: BMI ≥ 30, oppure BMI ≥ 27 in presenza di patologie associate. Su questo piano, quindi, ci sarebbe poco da discutere e molto, invece, da accogliere con favore.
Dovremmo gioire per le tante persone che vivono con obesità, spesso associate a disturbi del comportamento alimentare come il BED che per anni hanno sperimentato esclusivamente fallimenti terapeutici, senso di colpa e rassegnazione, accettando di abitare un corpo vissuto come fonte di sofferenza.
Eppure, titoli colpevolizzanti o allarmistici continuano a mettere in guardia chi vorrebbe – o ha deciso – di curarsi.
È ovvio e nessuno lo nega, che la terapia farmacologica debba essere inserita in un contesto medico strutturato, riabilitativo, nutrizionale e psicologico. Nessuno sostiene che il farmaco, da solo, sia la cura ma è altrettanto vero che rende la cura possibile, più efficace e sostenibile nel tempo.
Dove viene allora spostata la discussione?
Sull’uso improprio dei farmaci da parte di chi li assume senza indicazioni. Ma per colpa di chi infrange le regole si finisce per colpevolizzare un’intera popolazione in sovrappeso, spesso già portatrice di una doppia sofferenza, medica e psicologica?
Il messaggio che passa è pericoloso: si stigmatizza chi già vive nel senso di colpa, si colpisce chi è quotidianamente esposto allo stigma, si alimenta una narrazione che non informa ma ferisce.
Questo non è dibattito scientifico. Questa è disinformazione e troppo spesso è una vera e propria aggressione.
I NUOVI FARMACI PER L’OBESITÀ. A CHI FANNO DAVVERO PAURA?
E’ una terapia innovativa e altamente efficace, soprattutto nelle forme caratterizzate da discontrollo alimentare e già ampiamente confermata sia dagli studi scientifici sia dalla pratica clinica quotidiana nei centri specializzati.
Eppure, nonostante l’obesità sia oggi riconosciuta come malattia cronica, si alza un coro di critiche da parte di diverse categorie professionali che operano in questo ambito.
C’è chi mette in guardia sugli effetti collaterali, come se non fossero presenti in ogni farmaco e chi arriva a denigrare i medici che li prescrivono e le persone che li utilizzano.
C’è chi sostiene che “tanto, sospendendo il farmaco, il problema torna”. Allora un iperteso dovrebbe sospendere l’antipertensivo? Un diabetico dovrebbe interrompere la terapia? Chi soffre di depressione dovrebbe abbandonare il trattamento psicofarmacologico?
Se l’obesità è una malattia cronica, la cura va gestita come tale.
La sospensione può essere modulata quando lo stile di vita cambia e quando la persona ha raggiunto un nuovo equilibrio. Non va usata come argomento per negarne il valore.
IL RUOLO DEI PROFESSIONISTI DELLA SALUTE
– I nutrizionisti potrebbero finalmente vedere una migliore adesione al piano alimentare: il paziente non è più ostacolato dalla malattia perché il farmaco ne riduce la spinta compulsiva e normalizza fame e sazietà.
– Gli psicologi potrebbero accompagnare una mente più libera dall’ossessione del cibo e della dieta, creando spazio per lavorare sui vissuti, sui significati e sulla regolazione emotiva.
– I chirurghi bariatrici, nei casi necessari, potrebbero programmare l’intervento dopo un calo ponderale favorito dal farmaco, con pazienti più sicuri, più stabili e più aderenti alle indicazioni post-operatorie.
Questa terapia non toglie spazio a nessuno: integra, sostiene, alleggerisce il carico della persona con obesità.
La cura diventa più semplice, più sostenibile, più umana.
La mia è una riflessione e un invito: accogliamo questa nuova era terapeutica.
Le persone con obesità meritano tutte le possibilità che la medicina oggi offre.
LO STIGMA INTERIORIZZATO NELL’OBESITÀ
La persona affetta da obesità viene spesso colpevolizzata se non si cura ma, paradossalmente, lo è anche quando decide di iniziare la terapia farmacologica ; se riesce a perdere peso, si dice che abbia “giocato facile”.
Se non riesce, la colpa diventa ancora più pesante: nonostante il farmaco, non ce l’ha fatta.
Colpa se non si cura.
Colpa se si cura.
Colpa comunque.
Lo stigma legato all’obesità non è soltanto un fenomeno sociale: quando viene interiorizzato diventa una componente clinica rilevante, capace di influenzare profondamente il decorso della malattia e la risposta ai trattamenti.
Per molte persone anni di giudizi, semplificazioni e attribuzioni di colpa lasciano un segno che si radica nella percezione di sé. Lo stigma interiorizzato si manifesta come autosvaluzione, vergogna, sfiducia nelle proprie capacità, tendenza all’evitamento e difficoltà a chiedere aiuto.
Questi meccanismi producono un impatto diretto sul comportamento alimentare, sulla qualità della vita, sulla salute mentale e sull’aderenza terapeutica.
Nel contesto clinico, riconoscere la presenza di stigma interiorizzato significa comprendere meglio la storia della persona e i fattori che hanno contribuito alla perdita di controllo, alla disconnessione corporea e alla cronicizzazione della malattia. Significa anche evitare approcci semplicistici basati sulla volontà o sulle restrizioni dietetiche perché negli individui più vulnerabili tali approcci possono riattivare vissuti di fallimento e alimentare ulteriormente la spirale dello stigma.
La disponibilità delle nuove terapie farmacologiche rappresenta un’opportunità concreta perché riducendo la fame incontrollata, la compulsività e il pensiero alimentare ricorrente, apre uno spazio mentale che permette di lavorare con maggiore lucidità sul proprio vissuto.
In questo spazio la persona può iniziare a ricostruire un rapporto più equilibrato con il corpo e con il cibo, scoprendo che non era “mancanza di volontà”, ma discontrollo indotto da alterazioni neurotrasmettitoriali.
Contrastare lo stigma interiorizzato è dunque parte integrante della cura dell’obesità; implica ascolto, competenza e un approccio interdisciplinare capace di restituire dignità terapeutica a una condizione troppo a lungo banalizzata.
La cura funziona davvero quando non ferisce, quando protegge e quando permette alla persona di ritrovare sé stessa oltre il peso e oltre i giudizi.
“Ho sempre sentito il peso… non solo sul corpo, ma anche addosso, negli sguardi e nelle parole degli altri.
Fin da piccola mi è stato fatto capire che dovevo dimagrire. Ricordo la pediatra che già da bambina mi parlava del mio peso, come se fosse qualcosa da correggere. Crescendo, questa cosa non è mai davvero cambiata: in famiglia, nei contesti sociali, ma anche in quelli sanitari, mi sono spesso sentita ridotta a quello.
Quando ho iniziato il trattamento farmacologico, invece di sentirmi sostenuta, mi sono trovata di fronte a commenti sarcastici. C’è chi ha detto che avevo trovato “la bacchetta magica”, come se tutto si risolvesse con una puntura, come se non ci fosse dietro un percorso, una fatica, una storia. Alcune amiche hanno detto cose come “sarà un caso che tu abbia perso ”, e questo mi ha fatto sentire non riconosciuta, quasi invalidata. A un certo punto ho smesso di parlarne.
Anche nei gruppi di mutuo aiuto o online non è stato facile. Mi è capitato di sentirmi accusata, delegittimata, addirittura definita “propaganda di una casa farmaceutica” solo per aver raccontato la mia esperienza. È stato molto doloroso.
Quello che sento spesso è di non avere valore, di non essere autorevole. Mi succede anche nelle relazioni: ad esempio con la mia nipotina, quando provo a dare un consiglio ho la sensazione di non essere mai ascoltata. È come se quello che dico non avesse peso, e questo mi fa sentire poco considerata, come se non fossi davvero vista.
Anche nelle relazioni affettive ho vissuto situazioni simili. Quando ho avuto accanto partner considerati belli, alcune persone si stupivano, come se fosse strano che potessero scegliere me. Questo mi ha fatto sentire giudicata, come se il mio aspetto rendesse quella possibilità quasi inverosimile.
Anche con i medici non è stato diverso. Mi è capitato di andare per un problema alla caviglia e sentirmi comunque riportata al peso, come se fosse sempre e solo quello il problema. Ho avuto esperienze simili anche con la ginecologa e durante esami ecografici. Alla fine ti senti invisibile, come se tutto il resto di te non esistesse.
Nel tempo ho ricevuto tanti messaggi che fanno male: essere definita pigra, sentirmi dire che il farmaco è una scorciatoia, che non mi impegno abbastanza, o addirittura che mi invento un disturbo alimentare per non dimagrire. Sono parole che restano.
Tutto questo mi ha segnata profondamente. Mi porto dentro un senso costante di giudizio, di svalutazione, e spesso la sensazione di non essere davvero vista per quello che sono nonostante mi sembra sempre di “occupare troppo spazio”. ( Marta)
LE DOMANDE, I DUBBI
SOSPESO IL FARMACO SI RECUPERA IL PESO?
Recenti studi osservazionali mettono in risalto come dopo due anni di sospensione della semaglutide si osserva spesso un recupero del peso perso!
Ma se l’obesità è una malattia cronica, perché dovremmo meravigliarci? La terapia farmacologica come in tutte le malattie di lunga durata va modulata in rapporto alla modifica di altri fattori che facilitano o ostacolano la malattia stessa.
Succede forse qualcosa di diverso con l’ipertensione, il diabete, l’asma o la depressione?
Quando si sospende una terapia efficace per una patologia cronica, i sintomi tendono a ripresentarsi. Non è un fallimento della cura: è la natura della malattia.
Il problema nasce da un equivoco di fondo: continuare a considerare il farmaco anti-obesità come una cura temporanea, quasi fosse una “stampella”, invece che come ciò che realmente è: una terapia di lungo periodo da adattare, modulare e personalizzare nel tempo in base alla risposta dell’organismo e al contesto clinico.
Dire “si riprende peso dopo la sospensione” non è uno scandalo scientifico. È un’ovvietà clinica.
Eppure questo dato viene spesso usato per alimentare falsi allarmismi, che producono due effetti tossici:
– scoraggiano le persone dall’iniziare o proseguire un percorso di cura
– rinforzano la colpevolizzazione, come se il ritorno del peso fosse una colpa individuale e non l’espressione di una malattia cronica non più trattata.
Smettiamo quindi di raccontare l’obesità con approcci che non useremmo mai per altre malattie croniche.
La vera anomalia non è che il peso ritorni dopo la sospensione della terapia, la vera anomalia è pretendere che una malattia cronica si comporti come se non lo fosse.
La terapia farmacologica, come in tutte le malattie di lunga durata, va modulata in rapporto alla modifica di altri fattori che facilitano o ostacolano l’obesità stessa. Cambiare è difficile ma possibile, con il farmaco è piu facile e più possibile.
IL COSTO DELLA TERAPIA FARMACOLOGICA DELL’OBESITÀ
La cura diventa un investimento che si ripaga da sola. Molti si chiedono se la terapia farmacologica per l’obesità “valga la spesa”. In realtà non è una spesa ma un investimento che genera risparmi reali — economici, clinici e psicologici — già nei primi mesi.
-Meno spese per il cibo. Con la riduzione della fame incontrollata e della ricerca compulsiva di gratificazione, diminuiscono gli acquisti impulsivi e il consumo di alimenti ipercalorici. Molti pazienti riferiscono di spendere 30–40% in meno in cibo e bevande: un risparmio concreto che compensa in parte il costo del farmaco.
-Più salute, meno cure. La terapia agisce sulle cause profonde dell’obesità: migliora la sensibilità insulinica, la pressione, i lipidi e il sonno, riducendo l’infiammazione. Ne derivano meno farmaci, meno visite e meno complicanze, con un risparmio reale per la persona e per il sistema sanitario.
-Benessere e libertà mentale. Ritrovare il controllo e la serenità nel rapporto con il cibo significa sentirsi più leggeri anche psicologicamente: meno sensi di colpa, meno pensieri ossessivi, più spazio per sé e per le relazioni.
-Il guardaroba che si riapre. Rientrare nei propri vestiti o acquistare taglie più piccole è un segno tangibile di cambiamento e un simbolo di rinascita personale.In sintesi, la terapia farmacologica dell’obesità non è una spesa per dimagrire ma un investimento che restituisce salute, equilibrio e libertà.
Si spende meno in cibo e si guadagna in benessere.
QUALI DANNI PROVOCANO QUESTI FARMACI?
Accade qualcosa di paradossale nella narrazione attuale sulla terapia farmacologica dell’obesità.
Per la maggior parte dei farmaci utilizzati quotidianamente l’attenzione collettiva non si concentra ossessivamente sul foglietto illustrativo né sulla ricerca di possibili effetti collaterali rari. Esiste una fiducia implicita nel fatto che, se un trattamento è approvato, studiato e prescritto dal medico, il rapporto beneficio-rischio sia stato valutato con rigore scientifico.
Con i nuovi farmaci per l’obesità, invece, il clima cambia radicalmente.
Si assiste spesso a una ricerca quasi spasmodica dell’effetto negativo, isolato dal contesto clinico, amplificato mediaticamente e utilizzato per delegittimare la terapia stessa.
Questo fenomeno non è neutro.
Riflette una storia lunga di colpevolizzazione delle persone con obesità.
Per decenni è stato loro detto che dovevano dimagrire con la sola forza di volontà, che il fallimento era responsabilità personale, che il problema era “comportamentale” e non clinico.
Oggi, quando la scienza mette finalmente a disposizione strumenti farmacologici che agiscono sui circuiti neurobiologici della fame, della sazietà e del craving, il giudizio non scompare ma cambia forma.
Se la persona non riesce viene considerata “poco motivata”.
Se inizia la terapia farmacologica, viene accusata di aver preso una “scorciatoia”. Se migliora, si insinua che “ha giocato facile”.
Questa doppia narrazione è profondamente ingiusta sul piano clinico ed etico.
Definire la terapia farmacologica una scorciatoia significa ignorare la complessità biologica dell’obesità, il carico psicologico della stigmatizzazione, gli anni di tentativi fallimentari con approcci restrittivi.
In realtà la vera scorciatoia è stata per anni ridurre una malattia complessa a un problema di volontà.
La cura dell’obesità, oggi, non toglie dignità alla persona,
gliela restituisce.
Riconosce finalmente che chi vive con obesità non ha meno diritto alla terapia rispetto a chi è affetto da qualsiasi altra malattia cronica.
COSA DICONO I NUMERI
L’ESPERIENZA DEL NOSTRO CENTRO RACCONTATA ANCHE IN NUMERI
Negli ultimi due anni, accanto all’ascolto delle storie e all’osservazione clinica, abbiamo iniziato a raccogliere in modo sistematico i dati antropometrici e quelli relativi alla composizione corporea non per trasformare la cura in numeri ma per verificare se ciò che le persone raccontano trova conferma anche nella giusta modifica del corpo.
Il percorso: prima ancora dei numeri
Ogni percorso inizia sempre nello stesso modo con una prima visita che non è solo valutazione ma ascolto.
Si crea un canale di comunicazione reale, si accoglie la storia personale, si ricostruiscono eventi e significati che hanno impattato sul comportamento alimentare e di conseguenza sul cibo.
Il percorso prosegue con incontri periodici, generalmente mensili e la possibilità di confronto continuo anche a distanza.
Viene fornito materiale dedicato per aiutare la mente a spostarsi dal controllo all’ascolto.
IL CORPO NEL TEMPO
Abbiamo in cura circa 200 persone con un drop-out del 5% per motivi non necessariamente legati all’efficacia della terapia. Una compliance elevatissima perché l’assenza della fatica fisica e la ritrovata libertà mentale sono una salienza verso il fare attivo che crea benessere. Abbiamo osservato nel tempo tre parametri: peso corporeo, massa grassa e massa magra a 3, 6 e 12 mesi.
A 3 mesi
• Peso: −7,2%
• Massa grassa: −6,9%
• Massa magra: +5,8%
A 6 mesi
• Peso: −11,7%
• Massa grassa: −11,8%
• Massa magra: +9,7%
A 12 mesi
• Peso: −17,7%
• Massa grassa: −19,3%
• Massa magra: +14,6%
Il dato più importante non è quanto peso si perde ma come cambia il corpo.
La riduzione riguarda soprattutto la massa grassa, in modo progressivo e la massa magra non si riduce ma nel lungo periodo aumenta.
Non è solo perdita di peso ma ricomposizione corporea.
È come se il corpo smettesse di difendersi e iniziasse finalmente a collaborare.
Quando i meccanismi biologici vengono regolati dal farmaco il corpo non è più in difesa ma risponde fisiologicamente sia nella autoregolazione del comportamento alimentare che nella performance fisica; quando il corpo torna a funzionare la persona può finalmente iniziare a scegliere non solo il cibo ma il movimento e la cura di sé. Inizia una rivoluzione mentale che decolpevolizza e rende liberi.
Questi numeri non servono a dimostrare che il farmaco funziona ma che il cambiamento è fisiologico, possibile e sostenibile.
Non è il peso a raccontare la storia ma il modo in cui il corpo e la mente cambiano.
DIAITA ovvero stile di vita
La parola dieta (diaita) nell’accezione propria del termine, per gli
antichi greci e romani, stava a significare stile di vita dove l’atten-
zione verso un giusto nutrimento, un adeguato movimento assieme
alla capacità di vivere in tranquillità (otium) indicava loro la strada
per la salute. Salute intesa come percezione di benessere e non
solo come assenza di malattia (OMS).
I TRE PILASTRI DEL PERCORSO: CIBO, MOVIMENTO, CURA DI SÉ
1. Cibo: scegliere con consapevolezza
Cibo naturale contro cibo industriale processato: i prodotti industriali sono progettati per essere consumati in eccesso, senza controllo. I cibi naturali, invece, rispettano il nostro corpo e orientano verso una scelta alimentare di salute.
Tra i cibi naturali andrebbero prediletti i prodotti della terra (cereali prevalentemente integrali, legumi, verdura, frutta fresca e secca, semi) e andrebbero utilizzate con misura le proteine animali (pesce, carne, formaggi), necessarie a soddisfare i fabbisogni nutrizionali.
L’olio extravergine d’oliva è un vero e proprio nutraceutico: prezioso e benefico, può essere usato generosamente nella nostra alimentazione quotidiana.
Come Mangiare? Alcune regole semplici per ritrovare equilibrio
• Tre pasti al giorno, con due spuntini se sentiti necessari.
• Una finestra di digiuno di 12 ore (es. cena alle 20, colazione alle 8).
• Contrastare i pensieri dietologici dello “stare a dieta”.
2. Movimento: attivare il corpo, generare abitudine
Un’ora di camminata al giorno, anche suddivisa in sessioni di almeno dieci minuti, a passo svelto e costante, è già un traguardo importante.
Se ti senti sedentario o “pigro”, sappi che non serve fare tanto: l’importante è iniziare a fare. Fare anche solo poco ma con continuità, permette al cervello di creare nuove abitudini. La ripetitività dei gesti nel tempo crea nuove connessioni neuronali e genera una sana dipendenza dal benessere.
3. Cura di sé: rimettersi al centro
Darsi tempo per ascoltarsi, per riflettere e per rimettere sè stessi al primo posto come atto di cura.
Significa volersi bene, darsi tempo per riconnettersi con le emozioni e il proprio corpo.
Principi guida
Centralità dei cibi della terra
Verdura, legumi, cereali integrali, frutta fresca e secca, semi oleosi costituiscono la base dell’alimentazione quotidiana.
Alta densità nutrizionale, bassa densità calorica
Questi alimenti nutrono profondamente senza sovraccaricare il sistema di ricompensa.
Riduzione spontanea dei cibi ultraprocessati
Snack, prodotti industriali, dolci confezionati e bevande zuccherate tendono a perdere attrattiva quando il circuito dopaminergico si riequilibra.
Proteine animali con misura e consapevolezza
Pesce, uova, latticini e carne possono essere presenti ma non rappresentano il centro del pasto. Vanno scelti per qualità, non per quantità.
Olio extravergine di oliva come pilastro
Non solo condimento ma vero alimento funzionale, ricco di polifenoli e protettivo sul piano cardiovascolare e infiammatorio.
Indicazione pratica
Un buon orientamento è pensare al piatto come prevalentemente vegetale (almeno 2/3), lasciando allo spazio restante la quota proteica eventualmente necessaria.
Non si mangia “meno” si mangia meglio e con meno conflitto.
IL RUOLO DEL MOVIMENTO: NON BRUCIARE MA RIATTIVARE
Nel percorso di cura dell’obesità, il movimento non serve a “compensare” ciò che si mangia. Serve a riattivare il corpo e il cervello, sostenere il metabolismo e offrire una fonte alternativa di gratificazione.
Perché il movimento è terapeutico?
• Migliora la sensibilità insulinica.
• Aiuta a preservare la massa magra durante il dimagrimento.
• Aumenta il dispendio energetico basale nel tempo.
• Attiva circuiti neurali sani (endorfine, dopamina, serotonina).
• Riduce stress, ansia e fame emotiva.
Quanto movimento è sufficiente?
Non esiste una soglia “perfetta”.
Esiste una soglia sostenibile.
Camminare ogni giorno è già una terapia:
45–60 minuti complessivi al giorno anche suddivisi in blocchi di 10 minuti a passo sostenuto ma compatibile con la propria condizione fisica.
È la ripetizione quotidiana che attiva nuove connessioni neurali e crea abitudini.
Se il corpo è stato a lungo sedentario il primo obiettivo non è “fare sport” ma tornare ad attivare il corpo.
Movimento come fonte di piacere
Il movimento diventa realmente efficace quando smette di essere un dovere e inizia a essere un bisogno.
Il corpo, una volta riattivato, chiede riattivazione ovvero movimento come esigenza e non prescrizione.
All’inizio è la mente che accompagna il corpo, col tempo è il corpo che guida la mente.
Alimentazione e movimento: strumenti di mantenimento
Durante la terapia farmacologica, questi due pilastri: si apprendono senza sforzo eccessivo, si sperimentano con maggiore libertà, si consolidano come nuove normalità.
Nel tempo diventano fattori decisivi per: ridurre il rischio di recupero del peso, mantenere la massa magra, stabilizzare il metabolismo, sostenere la salute mentale.
Il farmaco apre la strada.
L’alimentazione semplice e il movimento quotidiano rendono il percorso duraturo.
Un messaggio chiave
Non stai imparando a controllarti ma stai imparando a fidarti del tuo corpo e dei segnali che ti invia : fame, sazietà, gratificazione.
Quando la mente smette di lottare contro il cibo e il corpo viene nutrito e mosso con rispetto, l’equilibrio non è più qualcosa da inseguire ma diventa una condizione naturale.
Questo è il senso più profondo della cura.
CARTA DEI PRINCIPI SULLA CURA DELL’OBESITÁ DEL CENTRO DE DIRIGO
“Curare l’obesità significa primariamente prendersi cura della persona”
-La persona al centro
Ogni persona che vive con obesità porta una storia, un vissuto e una sofferenza che meritano ascolto, rispetto e cura.
Il peso non definisce la persona.
-L’obesità è una malattia
L’obesità è una malattia cronica, progressiva e recidivante, riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale.
Non è una colpa né una mancanza di volontà.
-La cura è medica
La diagnosi e la cura dell’obesità sono atti medici; chiedono competenza clinica, responsabilità professionale e continuità nella presa in carico.
La terapia farmacologica è una risorsa terapeutica
Le terapie farmacologiche moderne rappresentano un’opportunità concreta ed efficace.
Il farmaco non è la cura ma la rende possibile, sostenibile e duratura.
-La cura è multidisciplinare
La gestione dell’obesità richiede l’integrazione di competenze mediche, psicologiche e nutrizionali.
La multidisciplinarità è un valore solo se coordinata all’interno di un progetto di cura strutturato.
-Nessuna improvvisazione
L’obesità non può essere trattata con metodi standardizzati,
soluzioni commerciali, percorsi privi di fondamento scientifico.
Proporre cure senza titolo e adeguata formazione non tutela la salute della persona.
-Basta colpevolizzazione
Il fallimento terapeutico non è un fallimento della persona.
È il segnale della complessità della malattia e della necessità di cure appropriate.
-La salute non è un prodotto
La cura dell’obesità non è un mercato, non è una moda, non è un’opinione.
È medicina, è scienza.
-Impegno
Ci impegniamo a:
rispettare la dignità della persona e della domanda di cura
riconoscere l’obesità come malattia, curarla con strumenti scientificamente fondati, lavorare in équipe
contrastare la disinformazione e l’improvvisazione terapeutica.
EPICRISI
Dalla colpa alla consapevolezza, dal peso al benessere. I sensi di colpa, il sentirsi inadeguati, lo stigma sociale e quello interiorizzato lasciano cicatrici profonde. Ferite che sembrano guarite ma che possono riaprirsi ogni volta che uno sguardo o un commento riattivano la memoria del dolore. Vivere in un corpo che non si sente proprio significa convivere con una diversità che pesa, che limita, che isola. Molte persone imparano a disconnettersi da sé pur di andare avanti, accettando un malessere che sembra non avere soluzione. Oggi tutto questo può cambiare. L’innovativa terapia farmacologica segna un cambio di passo tra passato e futuro perché non agisce solo sul peso corporeo ma sui meccanismi neurobiologici che regolano fame, sazietà e comportamento alimentare, restituendo equilibrio a un sistema che era “bloccato”.
Ciò che prima sembrava una battaglia quotidiana diventa una nuova normalità.
La persona riscopre il piacere di scegliere, di nutrirsi in modo naturale, di sentire il proprio corpo come parte di sé.
È un cambiamento che nasce nella mente, si riflette nel comportamento e si consolida nel corpo.
Una rivoluzione silenziosa che non urla ma trasforma, restituendo dignità, libertà e futuro a chi ha vissuto troppo a lungo nel peso della malattia.
La terapia farmacologica, quando è altamente – talvolta eccessivamente efficace – attiva un cambiamento radicale del funzionamento cerebrale legato al comportamento alimentare, modificando pensieri, emozioni e vissuti ad esso correlati. Eccessivamente efficace perché può comprimere o addirittura azzerare quel fattore tempo che è invece essenziale per costruire esperienze, apprendere nuove abilità e consolidare abitudini durature. Il cambiamento rapido viene spesso accolto con entusiasmo da chi lo desidera ed è pronto ad accoglierlo ma nelle persone in cui il cambiamento spaventa, disorienta o genera ansia, può attivarsi un conflitto profondo tra due menti, tra due corpi, tra il vecchio e il nuovo.
È una tensione interna che può diventare lotta, una lotta senza tregua, in cui il “prima” cerca di sopravvivere mentre il “dopo” fatica a trovare spazio. In alcuni casi, questa frattura si esprime attraverso ansia intensa fino ad arrivare ad attacchi di panico.
Da qui nasce la mia riflessione conclusiva.
Il farmaco è uno strumento potente. È in grado di modificare il metabolismo, il corpo ma soprattutto la mente; proprio per questo non è mai neutro.
Va conosciuto, compreso e utilizzato con competenza e responsabilità. Tanto è efficace, quanto può diventare problematico se inserito in un contesto privo di guida. La sua gestione richiede una preparazione che non può essere solo tecnica, ma anche clinica e psicologica. Presuppone la capacità di leggere i meccanismi biologici ma anche quelli mentali ed emotivi che caratterizzano la malattia obesità.
Non è una semplice prescrizione.
È un atto medico complesso che riguarda la storia della persona, il suo presente e il suo futuro.
Per questo è necessario — e auspicabile — che la classe medica sviluppi una competenza adeguata, capace di integrare sapere scientifico e capacità di ascolto, evitando ogni forma di improvvisazione o riduzionismo; la cura dell’obesità non può essere separata dalla cura della persona e il vero percorso terapeutico non è solo perdita di peso ma riconnessione: con il proprio corpo, con le proprie emozioni, con una nuova possibilità di equilibrio.
Una nuova dimensione di cura, l’obesità non è quello che vedi.
BIBLIOGRAFIA TEMATICA
La presente bibliografia non ha la pretesa di essere esaustiva, ma vuole offrire al lettore alcuni riferimenti utili per approfondire i temi trattati nel testo e comprendere la crescente complessità scientifica, clinica e umana della malattia obesità.
1. Obesità come malattia: definizione clinica e nuova visione
• Rubino F, Cummings D, Eckel R et al. Definition and diagnostic criteria of clinical obesity. The Lancet Diabetes & Endocrinology, 2025;13:221-262.
• Bray, G.A. (2023). Beyond BMI. Nutrients, 15(10), 2254.
• Blüher, M. (2020). Metabolically healthy obesity. Endocrine Reviews, 41(3).
• Opio, J. et al. (2020). Metabolically healthy overweight/obesity are associated with increased risk of cardiovascular disease. Obesity Reviews, 21(12), e13127.
• Senato della Repubblica. (2025). Disegno di legge n.483 – Disposizioni per la prevenzione e la cura dell’obesità.
Questi testi aiutano a comprendere perché oggi l’obesità venga considerata una malattia cronica, progressiva e multifattoriale, superando la sola valutazione del BMI.
2. BMI, composizione corporea e grasso viscerale
• Bray, G.A. (2023). Beyond BMI. Nutrients.
• Ferdinand, K.C. (2024). An overview of cardiovascular-kidney-metabolic syndrome. AJMC.
• Matar, D.B. et al. (2025). Adipose tissue dysfunction disrupts metabolic homeostasis. Frontiers in Endocrinology.
• Blüher, M. (2020). Metabolically healthy obesity.
Questi lavori evidenziano i limiti del BMI e l’importanza della distribuzione del grasso corporeo, in particolare del grasso viscerale, nella valutazione del rischio metabolico e cardiovascolare.
3. Neurobiologia della fame, sazietà e comportamento alimentare
• Liu, J. et al. (2022). Leptin signaling and leptin resistance. Medical Review.
• Richter, M. et al. (2023). Higher body weight-dependent neural activation during reward processing. Brain Imaging and Behavior.
• Oliva, R. et al. (2021). Correlati neuroanatomici del comportamento di abbuffata. Brain Sciences.
• Cook, G. (2026). Quieting Food Noise. Cureus.
Questi studi analizzano i sistemi neurobiologici coinvolti nella regolazione della fame, della sazietà, del craving e del cosiddetto “food noise”.
4. Sistema della ricompensa, dipendenza e craving
• Klausen, M.K. et al. (2021). The role of GLP-1 in addictive disorders. British Journal of Pharmacology.
• Archi, S.E. et al. (2020). Food craving, food addiction and eating-related characteristics. European Review of Applied Psychology.
• Richter, M. et al. (2023). Reward processing and obesity.
Questi contributi approfondiscono il ruolo del sistema della ricompensa e i meccanismi neurobiologici condivisi tra dipendenze e comportamento alimentare compulsivo.
5. Obesità e Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED)
• Verrastro, M. et al. (2024). Obesità e Binge Eating Disorder: nutriamo il corpo o la mente? L’Endocrinologo.
• Tongta, S. et al. (2025). GLP-1 receptor agonists in binge eating disorder. International Journal of Molecular Sciences.
• Oliva, R. et al. (2021). Correlati neuroanatomici del comportamento di abbuffata.
Questi lavori esplorano il legame tra obesità e BED, mettendo in evidenza il ruolo della disregolazione emotiva, dell’impulsività e dei circuiti cerebrali della ricompensa.
6. Terapia farmacologica dell’obesità
• Jastreboff, A.M. et al. (2022). Tirzepatide once weekly for the treatment of obesity. NEJM.
• Wadden, T.A. et al. (2023). Lifestyle modification with second-generation anti-obesity medications. Current Obesity Reports.
• Celletti, F. et al. (2025). WHO Guideline on GLP-1 therapies for obesity. JAMA.
• Tongta, S. et al. (2025). Therapeutic potential of GLP-1 receptor agonists in BED.
• Mroz, P.A. et al. (2018). Optimized GIP analogs promote body weight lowering. Molecular Metabolism.
• Busetto, L. et al. (2021). Mechanisms of weight regain. European Journal of Internal
Questi testi illustrano i meccanismi d’azione, l’efficacia clinica e i limiti delle nuove terapie farmacologiche per l’obesità.
7. Obesità, stigma e società
• Heitmann, B.L. (2025). Novel medications for obesity and societal attitudes. Current Obesity Reports.
• Di Pauli, D. (2024). Obesità e stigma.
Questi contributi affrontano il tema dello stigma del peso e le sue conseguenze psicologiche, sociali e sanitarie.
L’obesità non è solo peso corporeo.
Non è semplicemente ciò che si vede.
Dietro il corpo esiste spesso una storia fatta di fame emotiva, discontrollo, pensieri ricorrenti sul cibo, senso di colpa, fallimenti ripetuti e sofferenza silenziosa.
In questo libro si racconta la nuova visione dell’obesità: non più una questione di volontà, ma una malattia complessa che coinvolge mente, cervello, metabolismo e comportamento alimentare.
Attraverso quarant’anni di esperienza clinica e l’osservazione diretta dei profondi cambiamenti introdotti dalle nuove terapie farmacologiche, l’autore accompagna il lettore dentro una rivoluzione culturale e terapeutica che sta cambiando il modo di comprendere e curare l’obesità.
Un testo che unisce esperienza clinica, neuroscienze, vissuti umani e riflessioni personali, con uno sguardo che va oltre la dieta e oltre il peso.
Perché l’obesità non è quello che vedi.
E ogni persona merita una cura che rispetti la sua storia.
