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lunedì 25 settembre 2017

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Iniziative per un intervento precoce Stampa E-mail


Che tipo di percorso terapeutico adotta nell’obesità BED rispetto a quella omeostatica?

Nel centro del Dott. Oliva in cui lavoro  tutti i pazienti che arrivano in contatto con la struttura in prima visita eseguono una batteria di esami strumentali, se necessario test diagnostici e la visita con il medico nutrizionista. E’ il medico nutrizionista che fa una prima ipotesi diagnostica.
Se il paziente ha un’obesità omeostatica viene seguito principalmente dalla dietista ed eventualmente dalla psicologa del movimento, con la supervisione del medico nutrizionista; se c’è un’ipotesi diagnostica di obesità con b.e.d. il paziente può fare due tipi di percorso. Un percorso cognitivo-comportamentale, manualizzato con l’uso dell’automonitoraggio condotto principalmente dalla psicologa con la supervisione del medico, oppure un percorso interdisciplinare medico nutrizionista e psicologa analitica. Spiegherò principalmente questo tipo di percorso che è la mia esperienza di questi cinque anni.
Primo obiettivo dell’approccio interdisciplinare con questi pazienti, che vengono contemporaneamente seguiti da medico e psicologa, è il ritrovamento di una serenità, di un nuovo equilibrio e solo successivamente la perdita del peso.
«Mi rendo conto che non mi sono mai soffermata a pensare e anche voler dimagrire in fretta non mi permetteva di fermarmi a pensare. Mentre ora mi sono detta: affrontiamo questa cosa con calma»
Per il paziente b.e.d. il solo fatto di aver iniziato un percorso in un centro con un’équipe di specialisti, che hanno diagnosticato una malattia del comportamento alimentare, lo fa sentire più sereno perché è la prova che la situazione gli sfugge di mano (con le abbuffate) non per scarsa volontà ma perché c’è un disturbo psicologico e medico serio da prendere in carico. La prima e immediata conseguenza è la diminuzione dei sensi di colpa e delle strategie di controllo così presenti in questi disturbi e perpetuanti i disturbi stessi.
M. 23 anni, viene al centro perché leggendo il sito si è riconosciuta nella patologia b.e.d.  «Mi sono resa conto che avevo bisogno di aiuto… ero sempre a dieta ma mai contenta: sempre diete troppo strette, ad un certo punto ho avuto paura perché ero in balia di qualcosa che non riuscivo a controllare. Perché in tutti i campi della mia vita riesco e in questa cosa no? da quando sono riuscita a dirlo a mia madre (che ho una patologia specifica) non ho più le abbuffate… avevo il terrore di non riuscire (e di deluderla) ma sentirsi dire “sua figlia ha un problema medico” ha tranquillizzato la situazione »
Così, mentre il medico nutrizionista lavora fin da subito sulla tranquillità alimentare e la normalità dietologica, nonché sulle idee distorte della restrizione alimentare, la psicoterapeuta può iniziare con la paziente il difficile lavoro di consapevolezza.
«Il fatto che mia madre mi controllasse il cibo che mangiavo e i suoi commenti  mi facevano star male perché non riuscivo ad andarLE bene. Mia madre si è resa conto che il suo atteggiamento mi faceva male. Mi diceva: “ti vedo da schifo”, le ho spiegato che così mi dava una “zappata in testa”. Mamma è andata un po’ in crisi, lei per far bene, mi faceva male. “Tu non puoi guardarmi con schifo”. Lei continuava ad essere dura, “se vuoi dimagrire devi mangiare meno”. Questa cosa io la vivevo come una mia mancanza. Al centro mi sono sentita capita mi sono sentita veramente serena. Ero in pace con me stessa. Sapere le regole che mi ha dato il dottore mi ha fatto sentire più sicura»
«Dalla prima volta che sono venuta qua qualcuno mi ha aperto gli occhi, prima combattevo da sola ora ho qualcuno che mi aiuterà a liberarmi da questo peso. Mi sento bene con me stessa, mi sento curata, protetta perché ho mangiato. Prima mangiavo, vomitavo e la  bilancia andava su lo stesso, ero incazzata nera»
«Questo cammino è una cosa totalmente naturale: se io seguo il cammino so come regolarmi, se riesco a seguire sto meglio, mi siedo a tavola felice, mi sto ascoltando. Devo aiutarMI, non lascio mai correre. La situazione è sempre uguale ma sono io che sono cambiata»
«Avevo bisogno dello stacco per venire fuori come ero veramente, abbuffate mai più successe, non ho più paura neanche se sgarro, sono più rilassata, non mi voglio più imporre le cose, per quanto mi faccia male non avere l’approvazione dei miei genitori, io credo di poter giudicare se una cosa e’ giusta o sbagliata per me».
La psicoanalisi accoglie il dolore portato da questi soggetti, il loro sintomo non è da eliminare ma da interrogare. Prima ancora che siano i pazienti ad accettarsi, trovano un luogo in cui il loro dolore può avere un posto, viene ascoltato, è considerato importante perché parla di loro, anzi molto di più, trovano un luogo in cui si crede che il loro sintomo doloroso, la loro sofferenza, se interrogati li porterà a ritrovarsi. E allora quell’abbuffata che tanto deprecano e che tanto li fa sentire in colpa e “da schifo” risulta essere l’unico modo perché emerga una sofferenza che parla di loro. L’abbuffata, così, come la perdita del controllo, è la risposta al devo, devo, devo. E allora ecco che rispettando il sintomo e ascoltandolo, un’altra paziente si accorge che “dietro le abbuffate c’è il vuoto, vuoto di non sapere cosa fare”, ma solo ripercorrendo tanti momenti in cui sono avvenute le abbuffate la paziente ha potuto dire che la sua vita “perfetta” era in realtà una vita di sopportazione, in cui si stava completamente annullando.
E’ importante sottolineare come il paziente nel suo tragitto ha spesso delle ricadute perché il percorso che sta facendo dal punto di vista psicologico non è facile e se la/il paziente riesce a riprendere il controllo della situazione senza aver capito perché è stato male non potrà dirsi “guarito”. Se il sintomo non viene ascoltato, accettato, in primis dal/dalla paziente, se non esplica la sua funzione, non cadrà in modo definitivo e la paziente non potrà liberarsene. Spesso le pazienti ripetono: “sto bene se non fosse per le abbuffate” sembra quasi un ritornello che permette al disturbo di continuare. Ma solo quando la paziente ammetterà di non stare bene, e accetterà di affrontare ciò che la fa star male al di là del disturbo alimentare questo cesserà la sua funzione. 
«Non mi piace non avere il controllo della mia vita, non mi riconosco, sto male. Non ho paura di rimanere sola, ho paura di non riuscire più ad avere il controllo»
Paradossalmente spesso è solo la paura, l’angoscia che costringe queste persone a rivolgersi al medico, ad aiutarsi, a cercare di risolvere il problema, anche se all’inizio vengono più per chiedere che venga ripristinato il controllo piuttosto che per “guarire”.
Per questo bisogna essere molto cauti nel liberare la persona dal suo sintomo, per evitare che esso venga sostituito con un altro. Ecco perché il primo obiettivo del centro, della cura non è togliere il sintomo, ma rendere il paziente più sereno perché possa accettare di avere un disturbo e per renderlo consapevole che se vorrà “guarire”, dovrà accettare di capire cosa “dice” questo sintomo di sè che neppure lui/lei vuole vedere. 
Il sintomo, che è la parte più vera e spesso la più scomoda del paziente, ha i suoi tempi e come tali vanno rispettati.
«I miei genitori mi fanno pressione perché non sto dimagrendo, mi chiedono un tempo, una scadenza. Io non so  come va, va a momenti, e’ una cosa mia, ho bisogno di farlo. Lo faccio. Ho coscienza che già non fare le abbuffate mi fa star meglio. Non mi reputo a dieta ma sento che sono cambiata. Ho un  senso di reazione verso i miei genitori e il loro modo di vedere la vita. Il mio modo di essere donna e’ diverso da quello di mia madre»
«Stanno cambiando tante cose, in meglio, in famiglia; “non sto dimagrendo ma capisco che ci vuole del tempo”. “Mi sto facendo un sacco di domande, perché ho sempre avuto questa angoscia di affannarmi a fare le cose? Perché sempre senso di inadeguatezza? »
«Fino a poco tempo fa mi ripetevo: uscirò quando sarò dimagrita; ora: voglio dimagrire ma anche così non sono così male” “mi vedo bene, faccio la ginnastica” “non ho più un ideale di bellezza, sono me stessa” »
«Ho la sensazione di aver buttato due anni. Sono stati due anni inutili a lottare contro il cibo, a pensare sempre e solo a quello. Quante occasioni sprecate per divertirsi, mi sarei potuta divertire di più invece mi vedevo grassa, poi se non esco e non mi diverto mi abbuffo lo stesso»
«Se uno non sta bene pensa sempre: quando guarirò, dimagrirò, così facendo si vive sempre nel futuro e nel passato. Ora mi sto sforzando di vivere nel presente. Devo impormi di pensare a me, anche parlare dei problemi passati mi è servito, mi fa prendere coscienza di cosa sono adesso. Di cosa sto facendo» 
«A distanza dico: se non avessi questa malattia, per due anni oltre a lottare con una storia finita, ho lottato con una malattia che l’ha quasi sostituita. Se ho un giorno di depressione, inconsciamente ritorno al pensiero delle abbuffate. Se le guardo dall’esterno mi servono per riempire qualcosa»
In sede psicoterapica, parlando del disturbo, finalmente emergono una serie di cose nella vita di queste persone che esse tendono a sopportare fino all’annullamento di sé. Pensare al disturbo permette loro di iniziare a parlare di sé a pensarsi come dei soggetti, rendendosi conto di cosa le fa star bene e cosa le fa star male, a pensare che forse qualcosa si può fare e ciò permette loro di iniziare a influire sulla loro vita, anche con piccoli atti che possono sembrare banali ma che queste persone “non si permettono”. 
«Non mi oppongo alle cose che mi fanno star male, lascio che succedano, io ragiono sempre… fra sei mesi starò meglio… ma adesso? Del presente non resta nulla, lo passo ad ascoltare le sue paranoie…(del collega, del ragazzo, dell’amica…)»
«Questa settimana ho cominciato a ragionare, non mi sono abbuffata, ho capito che non devo guardare che non sto diminuendo ma intanto devo essere contenta che non mi abbuffo più, perché dopo l’abbuffata ci vogliono tre giorni per riprendersi, ho imparato anche a regolarmi, se sono stanca durante la settimana, vado in palestra e poi basta ed esco il venerdì  e il sabato. “mi devo imporre di pensare a me” »
«Perché mi sento in colpa? Non ho niente da farmi perdonare, devo fare di più ancora? Mi sono sempre messa all’ultimo posto, di me me ne è sempre fregato poco, così come del mio aspetto, adesso mi guardo un po’ di più»
«Non ho più le abbuffate ma mi sento come un armadio che cammina, essere dentro una gabbia, una cosa che non è mia”
Il bed si manifesta perciò come l’ennesimo disturbo che fa emergere come una persona si sia annullata fino a sparire dietro a concetti superegoici come il senso esasperato del dovere, della perfezione, spesso per la paura “folle” di non essere accettati.  E’ talmente doloroso quello che questi soggetti si costringono a sopportare ogni giorno, fino al rischio dell’ annullamento di se stessi, che “l’inconscio”, come ultimo baluardo a difesa del soggetto emerge con forza improvvisa e incontrollata nelle abbuffate, che se vengono “ascoltate” e “interrogate” li/le riporta “alla vita” e a “a se stesse/i”.


Ultimo aggiornamento ( sabato 27 febbraio 2016 )

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