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mercoledì 22 novembre 2017

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Il drop-out: perché si abbandona la dieta Stampa E-mail

Il drop out, ovvero abbandono della terapia, è un fenomeno con cui tutte le discipline mediche si trovano a doversi confrontare. Le motivazioni che inducono ad interrompere il trattamento spesso sono riconducibili a caratteristiche cognitive e/o comportamentali, messe in atto in maniera più o meno consapevole, che creano una resistenza al buon esito del percorso terapeutico.


Per quanto riguarda il trattamento dei disturbi del peso e dei disturbi del comportamento alimentare gli atteggiamenti più “pericolosi” possono essere così riassunti:

    •    Aspettative irrealistiche: il paziente pensa che, una volta iniziato il trattamento, il dimagrimento sarà veloce e senza costi emotivi. Oppure il paziente pensa che, una volta perso peso, la sua vita cambierà grandemente in meglio, attribuendo così implicitamente tutte le difficoltà attuali all’eccesso di peso. 

Nel primo caso l’abbandono della terapia avviene dinnanzi alle prime difficoltà a mantenere l’adesione al programma, nel secondo avviene con la presa di coscienza che i propri problemi non dipendono esclusivamente dall’eccesso di peso. L’operatore esperto, sia esso dietista, medico o psicologo, saprà indagare le aspettative del paziente per poi verificarne la realizzabilità ed eventualmente dedicarsi all’elaborazione di obiettivi raggiungibili.

    •    Bassa autostima: il paziente è motivato ad iniziare il trattamento ma non possiede autostima sufficiente a credere nella possibilità di ottenere un cambiamento significativo e costante. 

In questo caso il drop out si potrà verificare ogniqualvolta il paziente incontri una difficoltà a suo giudizio insormontabile. Tuttavia con un programma personalizzato, obiettivi brevi e raggiungibili ed un operatore preparato e “rinforzante”, questo ostacolo può agilmente essere superato delegando eventulamente allo psicologo, qualora fosse necessario, il compito di approfondire l’indagine sulla bassa autostima.

    •    Scarsa motivazione: la motivazione può essere “interna” quando è nel paziente, ed “esterna” quando è data da eventi o da persone al di fuori del paziente. Entrambi questi tipi di motivazione possono essere sufficienti per perseguire l’obiettivo prefissato; tuttavia, essendo la motivazione “interna” meno soggetta a variazioni repentine e soprattutto sempre a disposizione e a supporto dell’individuo in quanto “in lui”, rappresenta indubbiamente una delle caratteristica maggiormente prognostiche di buona riuscita.

Risulta chiaro come, d’altra parte, la scarsa o addirittura inesistente motivazione, incarna probabilmente uno degli ostacoli più difficili da superare in corso di trattamento in quanto il paziente non motivato non ha alcuna spinta a superare anche la benchè minima difficoltà.

    •    Presenza di psicopatologie associate: se il soggetto si presenta con una richiesta esclusivamente di tipo alimentare pur essendo affetto da un disturbo psicologico (disturbo dell’umore, disturbo d’ansia, psicosi, ecc.) - non in trattamento -, può accadere che la sintomatologia psicopatologica interferisca in maniera tale da determinare essa stessa il drop out (per es. la depressione dell’umore può interferire con la capacità di concentrazione, il disturbo d’ansia può rendere il paziente incapace di sostenere il programma alimentare, ecc.).



Ultimo aggiornamento ( mercoledì 23 settembre 2015 )
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